Home Sottosuolo Italiano Nuovi Sguardi (Interviste) Nuovi Sguardi: Edo di Lorenzo Tardella - L'urgenza di raccontarsi

Nuovi Sguardi: Edo di Lorenzo Tardella – L’urgenza di raccontarsi

Ciò di meraviglioso che il cinema dona a ogni suo innamorato è l’irrazionale, urgente, necessaria voglia di condividersi e raccontarsi. Lorenzo Tardella, che per la seconda volta nel 2019 ha risposto alle nostre domande, si rivela nuovamente come una delle voci più sincere e pure dell’emergente generazione.

Dopo Late show, il giovane regista umbro ci parla del suo ultimo lavoro, Edo, un cortometraggio di 6 minuti profondamente intimo nel quale un bambino, pur senza mai parlare, ci rende partecipi di uno dei momenti cruciali del suo crescere e del suo scoprire.

Ce ne parla lo stesso giovane cineasta, le cui parole ci hanno permesso di accedere ancor più in profondità tra le intime sfumature di Edo.

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Nella nostra ultima chiacchierata in merito a Late Show, hai chiuso l’intervista citando proprio Edo; e mentre Late Show, come ci hai raccontato, è nato e cresciuto da un’idea lineare, semplice, diretta, in Edo sono presenti numerose sfumature in più. Ci racconti quali sono state le differenze sostanziali, a livello di pre e post produzione, nella realizzazione dei due progetti?
Le differenze sono state radicali, ma perché radicalmente diversi erano le storie a livello produttivo e organizzativo. Late Show, anche se molto semplice come plot, aveva difficoltà produttive non indifferenti. C’erano tante location, tante comparse, tanti costumi, tante azioni; tutte cose che hanno comportato un grandissimo sforzo a livello produttivo, tanto più che giravo in trasferta da Roma a Milano.
Edo è stato come tornare indietro ai filmini fatti in casa. Ho messo su una squadra di lavoro molto piccola, il minimo indispensabile, ho girato in una unica location, che per giunta è una casa dove ho trascorso l’infanzia. Ho cercato di fare in modo che l’intimità di quella storia fosse la stessa che vivevamo sul set, che infatti è stato disteso e piacevolissimo. 
Edo
In Edo è presente più di un riferimento alla mitologia greca: il bacio che il bambino dà alla sua immagine riflessa, come fece Narciso prima di morire, e il collegamento stesso tra il suo nome e le fotografie della madre dove il suo sguardo va posandosi, che richiama il mito di Edipo. Sono parallelismi un po’ azzardati o effettivamente ne hai tratto una qualche ispirazione?
Pur venendo da studi umanistici, che ho poi coltivato personalmente sia con i libri che con i film, ti confesso che nessuno dei riferimenti che fai era nella mia mente quando scrivevo. Il bacio allo specchio per me doveva essere un inizio classico da Coming of age, una falsa partenza: è un inizio frizzante, euforico, che dovrebbe portarti a pensare che la crescita di quel bambino, il suo cambiamento, sarà legato alla sfera sessuale, alle prime pulsioni. Poi invece l’atmosfera cambia, il corto si tranquillizza, e il percorso di formazione passerà per altre strade. 

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In molti dei tuoi cortometraggi il protagonista è un singolo individuo che si muove in atmosfere rarefatte, spesso sfioranti l’onirico, non privi di soggettive e primi piani; nonostante una crescita in consapevolezza e maturità ben visibile nel tuo percorso, tale elemento continua a ripresentarsi (sin da Allo specchio del 2015): il tuo cinema è dunque strumento volto a soddisfare l’urgenza di raccontarsi in prima persona?
Mi fa piacere che tu lo dica, perché è una cosa a cui ora tengo molto ma che ho imparato tardi.
Non credo che si possa raccontare altro da noi stessi, in realtà; io, quantomeno, credo fermamente che si possa parlare soltanto di cose che si conoscono. Il ché non equivale a raccontare emozioni di cui si abbia un’esperienza diretta, ma di qualcosa che ci riguardi, in un modo o nell’altro. Qualcosa che non si debba andare a cercare al di fuori di noi, ma che sia già dentro.
In questo senso, Edo e’ la cosa più personale che abbia mai fatto, quella in cui mi rispecchio di più, da cui ho tolto ogni filtro. 
EdoImmagine tratta dall’opera di Lorenzo Tardella.
Il corto racconta un momento circoscritto e ben preciso della vita del bambino: ho interpretato tale momento come una sorta di spartiacque della sua crescita, quel punto di non ritorno nel quale il bambino diventa ragazzo. Quanto è distante la mia interpretazione dalle tue idee iniziali?
E’ esattamente così. Il corto parla, o vuole parlare, di quel confine impercettibile tra l’infanzia e l’adolescenza: la perdita dell’innocenza. Il momento in cui succede qualcosa che cambia tutto, un punto di non ritorno. 
Mi piaceva l’idea di una narrazione in tempo reale, di vedere un bambino entrare in una stanza in un modo ed uscirne cambiato, diverso, altro da ciò che era prima. Mi sono chiesto per molto tempo, mentre scrivevo, se fosse giusto seguire il mio personaggio al piano di sotto, vedere come affrontava il problema. Ma ho deciso di fermarmi prima, di restare dentro la stanza e di guardarlo uscire, perché quello che mi interessava era essere testimone della fine di qualcosa, più che dell’inizio di qualcos’altro. 
Forse perché non lo so neanche anche io cosa voglia dire diventare grandi…
C’è una figura infantile, di qualsiasi regista e di qualsiasi epoca cinematografica, che per prima ha ispirato l’apparire di Edo nella tua immaginazione?

Di ragazzi del cinema che ho amato ce ne sono tanti. Potrei dirti l’Antoine Doinel de I 400 colpi o Laurent di Soffio al cuore, ma anche Gordie di Stand by me (che ho anche citato nel corto). La verità era che pensavo più che altro a me stesso, e quando ho parlato con i bambini durante il casting cercavo qualcuno che mi ricordasse un po’ com’ero io a quell’età. Con Luca l’ho capito subito: aveva gli occhi di chi nascondeva un segreto, di chi era già stato “scalfito” dalla vita, e che quindi poteva aiutarmi a rappresentare il momento di passaggio.

Lorenzo Tardella.

Leggi anche: Nuovi Sguardi – Late Show di Lorenzo Tardella

 

 

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