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Riso Amaro – Il Neoralismo diventa popolare

Uno speaker di Radio Torino parla delle mondine che presto si recheranno nelle risaie: così inizia Riso Amaro. Il treno speciale che le porterà nel vercellese è in arrivo, quando tra la folla scorgiamo Walter, un criminale autore del furto di una collana. Sulle sue tracce ci sono le forze dell’ordine in borghese. Tra le centinaia di ragazze presenti c’è Francesca, fidanzata e complice del malvivente. Oltre le rotaie, una delle mondine balla sotto il suono del suo grammofono: è Silvana. Nel tentativo di sfuggire ai suoi inseguitori, Walter balla con lei, ma allo scoppio di una pistola, il malvivente si dà alla fuga. Francesca, nel tentativo di scappare, sale con le altre mondine sul treno che le porterà alla risaia.

Una volta arrivate, fa la sua apparizione il sergente Marco. Francesca si innamora subito del sergente, ma è verso Silvana che l’uomo concentra le sue attenzioni. Nel frattempo, nei campi, nascono i primi contrasti tra regolari e clandestine: queste, per ottenere un contratto, dovranno lavorare più velocemente delle regolari. Silvana aizza le sue compagne in quella che diventerà una faida continua, incanalando la sua rabbia in special modo contro Francesca, rea di essere una ladra. Il giorno dopo Walter arriva nella risaia, e da quel momento la storia farà il suo corso, concludendosi nel modo più tragico.

Riso Amaro venne girato nel 1948, anche se per il suo debutto nelle sale si dovette aspettare l’anno successivo. Fu una delle pellicole di maggior successo del periodo neorealista, riscuotendo una notevole fama anche all’estero, tanto che ottenne una candidatura all’oscar come miglior soggetto.

Per la realizzazione della sceneggiatura, il regista chiama a sé i fidati Musso, Puccini e Lizzani, aggiungendo a questi lo scrittore Corrado Alvaro, necessario per la stesura del linguaggio dialettale (consigli, furono chiesti anche a Cesare Pavese). Al film di De Santis spettò in qualche modo il ruolo di segnare simbolicamente la fine e il superamento di quel cinema che giura fedeltà alla realtà, il Neorealismo. Il regista di Fondi realizza il suo secondo film modellando lo stile neorealista su uno dei generi più in voga del tempo, specie tra il pubblico femminile: il fotoromanzo. Nella sua idea cinematografica, tende a differenziare gli strati di lettura, in modo da poter creare due traiettorie distinte all’interno del film: da una parte con la possibilità di svolgere il suo discorso da autore cinematografico, mentre in secondo luogo con la realizzazione un cinema fortemente legato alle masse popolari.

 

 

Nella sua concezione, De Santis cerca di rappresentare quest’ultima all’interno del racconto, immaginando la classe popolare come protagonista e contemporaneamente spettatrice dei suoi film. Tramite le sue opere, l’autore fornisce loro la possibilità di guardarsi esternamente, senza il coinvolgimento emotivo. In questo senso, Riso Amaro, può essere inteso non solo come un film rivolto alle masse, ma un’opera sulla cultura di massa, uno spunto di riflessione attorno ai problemi culturali dell’Italia post secondo conflitto mondiale.

Un aspetto fondamentale che permea il lavoro desantisiano è quello legato alla verità. De Santis è regista di film realistici, ma il suo realismo non è come quello di altri suoi colleghi italiani, il frutto di un’accensione immediata, di una improvvisazione lirica; e neppure il risultato di un lungo lavoro intellettuale e cerebrale. Per lui, il film realistico è un problema di ispirazione che nasce dallo studio della realtà. In questo caso si trattava soprattutto di studiare una realtà, quella delle mondine, e di esprimerne cinematograficamente il significato profondo.

Il regista realizza, come al solito, un intreccio che nasconde appunto diversi strati: il rapporto più importante è messo in piedi nel rapporto con l’immaginario popolare, composto da contadini, operai e artigiani. Ritroviamo, all’interno di questo discorso, vincitori e vinti; e inoltre De Santis ha la possibilità di mettere in scena uno degli stilemi che caratterizzerà il suo cinema, quello legato al destino: il malvivente Walter ricorda a Francesca il rapporto che li lega nel male. All’interno di questa coppia però, uno dei due è pentito. Questo leitmotiv si ripresenta in tutte le coppie che si formano nel film, dove il cattivo ormai pentito è costantemente minacciato dall’altro che non ha intenzione alcuna di cambiare. In ogni coppia, quest’ultimo sbaglia. De Santis propone dunque un’apertura alla speranza e alla possibilità di riscatto, inserendo all’interno dell’«epos» il suo messaggio di razionalità.

Anche in Riso Amaro, come nel film precedente, la vicenda terminerà in maniera drammatica. A farne le spese sarà Silvana, che a furia di costruire il suo immaginario sui fotoromanzi, si distaccherà dalla realtà, precipitando nel vortice di una  orte mitica: è vittima del conflitto tra le due culture presenti nel paese, quella italiana e quella dell’Italia americanizzata dai mass media.

Impossibile, in ultima analisi, non parlare del cast attoriale del film, che vedrà il successo senza precedenti di Silvana Mangano, da quel momento considerata la prima diva del cinema italiano, sebbene non sempre nell’accezione positiva. Oltre che con lei, Riso Amaro è l’occasione per De Santis di collaborare per la prima volta con Raf Vallone, attore che diverrà poi simbolo del suo cinema, senza dimenticare Vittorio Gassman (alla prima grande prova della carriera), e Doris Dowling, sorella di Costance, donna fatale di Cesare Pavese.

 

Leggi anche: Il Neorealismo Italiano – La Culla del Nostro Cinema

 

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