google-site-verification=Z-iiMQ70202XbeRqAJMdql9f6sCrAIa8gk6Gr_Nm7q4
Home Serie TV e Netflix True Detective: Martin Hart e il Panopticon della quotidianità

True Detective: Martin Hart e il Panopticon della quotidianità

Si è parlato a lungo di tutti gli spunti filosofici, psicologici e antropologici che ha offerto la prima stagione di True Detective. Ovviamente la figura catalizzatrice del pensiero divergente è stata quella di Rustin Cohle (un sublime Matthew McConaughey), il faro della ragion pura nelle tenebre di una stagnante notte metafisica. Ma che dire di Martin Hart?

Spesso si tende a sottovalutare una questione di fondamentale importanza. Il pensiero divergente esiste (anche) come risposta ad un modo di pensare convergente. Così come non ci si può render conto della luce se questa non ha modo di rivelare la sua essenza in relazione all’oscurità, in True Detective, esiste Rust ed esiste Martin Hart (un altrettanto eccellente Woody Harrelson), un binomio dal forte sapore orientale, figlio dell’antica filosofia cinese e del concetto di yin e yang. In un certo senso, le loro esistenze si co-implicano, traggono linfa vitale l’una dall’altra, fino a consumare quasi completamente i loro corpi di carne. Troppo forte è il magnetismo delle loro antitetiche menti, troppo schiacciante è la forza di gravità di un caso che squarcia la quotidianità e che permette al caos di prender forma.

Martin Hart

Martin Hart è il prodotto della degenerazione del sogno americano, accentuato dal tipico clima sociale di provincia e delle zone periferiche dimenticate anche da Dio. Il sogno americano: una famiglia felice, una grande casa, un buon lavoro, una bella auto. È incredibile come le fondamenta della stabilità sociale e civile possano tramutarsi in paletti invisibili che fossilizzano il pensiero critico.

Emblematico, in tal senso, uno dei primissimi dialoghi fra i due detective.

R. – “Le persone qui attorno è come se neanche sapessero che esiste un mondo là fuori, potrebbero vivere anche sulla cazzo di Luna”.

M. – “Ci sono molti tipi di ghetto nel mondo”.

R. – “Esiste un unico ghetto, Marty. Un enorme cloaca che fluttua nello spazio”.






È come se le persone si lasciassero attraversare dalla vita stessa, rimanendo ad assistere inermi all’inesorabile scorrere del tempo. Individui assuefatti a quella modalità limitata – e limitante – di esistenza, in balìa di una quotidianità carnivora che divora lentamente, ma interamente, frammento dopo frammento, il loro senso critico.

 

Martin Hart
I protagonisti della prima stagione di True Detective: Martin Hart e Rustin Cohle

Marty si lascia vivere dalla vita, un po’ come Zeno, il protagonista che abita l’opera di Italo Svevo. Entrambi trasportati dalle vicissitudini della vita e incapaci di rompere qualsiasi schema: sociale, quotidiano o psicologico. Sono spettatori di una vita che non appartiene loro, figli di non-scelte dettate da una società frastornante.

Eppure sono anche così diversi, perché Zeno vuole distruggerlo, almeno nelle intenzioni, quel dualismo malattia-salute che permea la nostra società, mentre Marty non si accorge neppure di subire il subdolo giogo della salubre normalità. Almeno non prima di conoscere Rust, l’elemento di rottura con il suo quotidiano vivere.

Sembra così facile vivere nella prigione della propria quotidianità, questo Panopticon di benthamiana memoria che affligge solo chi ha una tale sensibilità intellettiva da riuscire a percepire quelle opprimenti catene invisibili. Diventa talmente automatico vivere le proprie scelte trasportati dalla corrente, che nemmeno ci si accorge di essere arrivati alla fine del corso d’acqua. Alla fine della propria insignificante vita.

R. – “Siamo delle cose che si affannano nell’illusione di avere una coscienza. Questo incremento della reattività e delle esperienze sensoriali è programmato per darci l’assicurazione che ognuno di noi è importante, quando invece siamo tutti insignificanti”.

M. – “Io non andrei in giro a sparare queste stronzate! La gente da queste parti non la pensa così, io non la penso così!”

Come biasimare Marty! Maturare questo tipo consapevolezza richiede il sacrificio di accettare il peso della propria esistenza. Ma per molte persone è più facile vivere senza porsi troppe domande. Se non ci si pongono le domande, non si sente neanche il bisogno di cercarne le risposte. Né si viene schiacciati, durante la ricerca, dalla forza di gravità di quei punti interrogativi.

Marty ha una bella famiglia e un lavoro onesto ma non si sente appagato, infatti si rifugia tra le braccia della sua amante. È come se vivesse costantemente in bilico tra la ferrea volontà di non evadere dallo schema sociale comune e l’inconsapevole necessità di doverlo rompere quello schema. In tal senso, l’amante diviene il simbolo della rottura con la quotidianità.

martin hart

Questo è il grande paradosso del sogno americano: è dinamico fintantoché non si raggiunge materialmente, dopodiché si paralizza, diventa immobile, stagnante, troppo statico per riuscire a vivere in quella bolla. Perché troppo forte è il bisogno di dinamicità intrinseco alla vita stessa. Probabilmente l’uomo è fatto per percorrere strade su strade, senza adagiarsi sui punti di arrivo.

 

Ciononostante è importante sottolineare che vivere un’esistenza cullati dolcemente dal quotidiano non impedisce di apprezzare il mondo come ci viene mostrato dai nostri occhi e dalla nostra mente.

Non esiste un modo di vivere giusto in assoluto. Piuttosto si tratta di capire qual è l’esistenza più conforme alla personalità di ognuno di noi.

Anzi, probabilmente la funzione di primaria importanza del pensiero divergente è quella di calibrare il modo di pensare convergente, cosicché nel giusto mezzo si integrino le migliori caratteristiche di entrambi. Ed è esattamente questo che succede nella prima stagione di True Detective: Marty e Rust migliorano reciprocamente il modo di pensare l’uno dell’altro. Lungo la risoluzione del caso, attraverso l’attenzione sui rapporti umani e l’introspezione psicologica personale, alla fine, ci si accorge che Marty è riuscito a vedere lo schema che lo opprimeva mentre Rust ha capito che, in ogni caso, gli schemi fanno parte della vita.

Tuttavia non è la quotidianità che deve soggiogare la nostra vita: siamo noi che dobbiamo tentare di dare un significato alla quotidianità. La sottile ma densa differenza fra vivere il quotidiano e lasciarsi vivere dal quotidiano.

martin hart

Leggi anche: True Detective – La luce sta vincendo, forse

Edoardo Waseschahttps://edoardowasescha.wordpress.com/
- Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere - Aspirante giornalista - Nerd da prima che diventasse una moda

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

LEGGI ANCHE

Quentin Tarantino e i Meta-Personaggi

Tarantino e i meta-personaggi. “Se pensate di vedere doppio non regolate il vostro televisore perché, beh, in qualche modo è così!” (C’era una volta a… Hollywood) Il...

Joker danza sulle note di I started a joke dei Bee Gees

Ballare. Il tratto (o uno dei tratti) che rende il Joker di Phoenix unico è in quel momento: il momento in cui le spalle s'irrigidiscono,...

La società di Gotham non è quella reale

"Gotham ha fatto il suo tempo. Come Costantinopoli e Roma prima ancora, la città è diventata terreno fertile per sofferenze e ingiustizie. Impossibile salvarla,...

Arancia Meccanica – La Melodia dell’Ultraviolenza

Arancia Meccanica è una delle opere cinematografiche più intense e provocatorie del novecento, una pietra miliare per il cinema che mira a curare l'introspezione...