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Paterson – La Poesia in Autobus

Il regista statunitense Jim Jarmusch, ad oggi uno dei più rilevanti esponenti del cinema indipendente, dirige Paterson nel 2016. Come trinità semantica, la parola Paterson si carica d’essere il nome del protagonista, il nome della città, quanto – snodo cruciale – quello del poema in cinque libri del poeta americano William Carlos Williams, scritto nel 1963. In Italia, è bene dirlo, sono state importantissime per conoscere quest’ultimo le traduzioni del poeta Vittorio Sereni, pubblicate nella raccolta Poesie edita da Einaudi nel 1961. Attorno alla figura mitica di Williams orbita tutta la trama del film che vede protagonista l’autista di un autobus (interpretato da Adam Driver) che trascorre le sue giornate – in tutto una settimana ad essere presentata allo spettatore – nella loro più autentica semplicità, scandita dai più comuni riti quotidiani, dal risveglio tra le braccia delle donna che ama, alla birra serale nel pub di sempre.

Paterson è un uomo che ama osservare, ascoltare con profondità, e non lascia che le persone e i fatti della vita (i più piccoli, come anche solo quello di salutare sempre lo stesso collega prima di prendere servizio al mattino, ad esempio) gli passino accanto inosservati. Questa sua propensione ad accogliere si riversa nell’amore che egli nutre per la poesia: un amore totalmente gratuito e per nulla pretenzioso. Accanto al protagonista svolge un ruolo determinante la sua stravagante compagna/musa ispiratrice Laura (ruolo dell’attrice iraniana Golshifteh Farahani) che lo incita – credendo fortemente nel valore delle poesie di Paterson (scritte per il film appositamente dal poeta americano Ron Padgett) – a fare tesoro della sua scrittura, a farne delle fotocopie, prospettandogli l’idea di una eventuale pubblicazione. Paterson invece si limita a trascrivere i suoi pensieri su un taccuino che non si avvede sempre di custodire premurosamente, tanto che un giorno il loro cane Marvin ne farà un giocattolo da distruggere.

Ma la storia – o meglio, la settimana – non finirà qui. Sebbene lo sconforto dopo la perdita del taccuino in Paterson sia tanto, grazie ad un incontro fortunato che gli riapre gli occhi sulla bellezza e sulle talvolta felici ambiguità del mondo, incomincia a rivalutare le sue potenzialità e quindi ad affrontare i suoi giorni accompagnandoli allo scrivere, all’appuntare, ciò che reputa degno di questo.

Con Love poem Paterson tinge per la prima volta il taccuino davanti a noi che lo osserviamo, scrivendo così dei versi riproposti dalla sua mente, la quale ha dolcemente trattenuto un ricordo piccolo, ovvero l’aver osservato, durante la colazione con una tazza di cereali al miele, un pacco di fiammiferi poggiato sul tavolo:

Abbiamo molti fiammiferi in casa nostra.

Li teniamo a portata di mano, sempre.

Attualmente la nostra marca preferita è ohio Blue Tip,

anche se una volta preferivamo la marca Diamond.

Questo era prima che scoprissimo i fiammiferi ohio Blue Tip.

Sono confezionati benissimo

piccole scatole resistenti con lettere blu scuro e blu chiaro e bordate di bianco

le parole scritte a forma di megafono

come per dire ancora più forte al mondo,

“Ecco il più bel fiammifero del mondo,

il suo stelo di tre centimentri e mezzo in legno di pino

sormontato da una testa granulosa viola scuro, così sobrio e furioso

caparbiamente pronto a esplodere in fiamme,

per accendere, magari, la sigaretta della donna che ami,

per la prima volta, e che dopo non sarà mai più

davvero lo stesso.

Tutto questo noi vi daremo”.

Questo è ciò che tu hai dato a me

io divento la sigaretta e tu il fiammifero, o

io il fiammifero e tu la sigaretta, risplendente

di baci che si stemperano nel cielo.

Paterson

 

                 

 

Le poesie scritte da Paterson sono tutte oneste e poco liriche, poiché quasi sempre è la poetica dell’oggetto ad essere da lui abbracciata: se, in questo caso, è una scatola di fiammiferi ad ispirarlo, nel corso del film primeggiano anche altre piccolezze come un impermeabile, una scatola da scarpe, un pesce. Per Paterson la poesia non rappresenta una forma di evasione, di conforto, la poesia non è una carezza. Non è vista come un rifugio, come un porto sicuro quanto, piuttosto, come le onde stesse: la poesia è ovunque.

Il poetico in Paterson è nella vita che scorre, nella scatola con il pranzo dentro, nel fondo del bicchiere di birra dopo una giornata di lavoro. E dove è scritto che il poeta debba essere poeta e basta? La poesia si nasconde tra il freno a mano e la frizione per un autista;  nei reparti di un ospedale per un medico (Williams stesso era prima di tutto un medico!), nei banchi di scuola per una professoressa, tra le scale di un palazzo per un addetto alle pulizie. E certo è anche che la linea poetica seguita da Paterson poeta, è proprio quella degli americani, quella della scuola di New York (che fu un gruppo di musicisti, attori e poeti attivo negli anni sessanta newyorkesi) a cui fa riferimento lui stesso nell’intenso dialogo finale con il poeta giapponese che incontra davanti alla cascata tanto cara di Paterson New Jersey.

Paterson

Contestualizzare poeticamente facendo riferimenti a degli scrittori, è un vizio molto caro ai dialoghi di questo film: Laura una sera a cena fa notare, con un certo grado di entusiasmo, a Paterson la coincidenza che vede anche Petrarca, il grande poeta italiano, dedicare i suoi versi ad una donna di nome Laura. In una scena in cucina, poi, Laura chiede a Paterson di leggerle quella poesia tanto bella di William Carlos Williams, intitolata This Is Just To Say e tradotta in italiano Solo per dirti, che fa così:

Ho mangiato io

le prugne

che erano

in frigorifero

 

e che tu

probabilmente

avevi tenuto da parte

per colazione

 

Scusami

ma erano deliziose

così dolci così fredde.

Paterson

Poco dopo anche un riferimento ad una grande poetessa, una piccola e curiosa osservazione fatta da una ragazzina che, mentre aspetta che la sua mamma venga a prenderla in auto, inizia a conversare con Paterson di poesia. E subito dopo aver catturato la sua attenzione con dei versi da lei scritti, gli chiede, andando a sottolineare quella che ai suoi occhi sembra essere una stranezza:

 Ti piace Emily Dickinson?

Sì, certo, è una delle mie preferite.

Incredibile, un autista che ama Emily Dickinson!

Nello scambio di battute con il distinto poeta nipponico, questo aspetto – il fatto, ovvero, che un conducente di autobus possa amare la poesia – affiora ancora di più. È probabilmente il dialogo più vivo di tutti i 113 minuti, dove racchiusi troviamo una leggiadra positività, una risata atipica e fortemente caratterizzata accompagnata da tanti riferimenti artistici, da autori citati a sensazioni poeticamente evocative. Dopo aver fatto riferimento a Williams, dalle loro parole viene fuori come la città di Paterson sia un crocevia letterario più che considerevole dal momento che anche Allen Ginsberg (non a caso, infatti, l’introduzione alla sua grande raccolta, l’Urlo, è stata scritta da William Carlos Williams che ne fu l’insegnante) è cresciuto proprio qui, a Paterson New Jersey. È facile immaginarli discutere su cosa sia più poetico e cosa meno, i grandi Ginsberg, Williams, tra un whiskey e un gin, un po’ bambini incoscienti, un po’ adulti maliziosi e smarriti. Del resto, come professava Jack Kerouac, condottiero del movimento Beat: “la Beat Generation è un gruppo di bambini all’angolo della strada che parlano della fine del mondo”.

Paterson

Ma veniamo alla frazione più esaltante del loro colloquio. Il poeta nipponico, dopo avergli chiesto se conosce il grande poeta William Carlos Williams di Paterson, gli pone un’altra domanda:

Posso chiederle se anche lei è un poeta di Paterson New Jersey?

No.

Capisco.

Sono un autista di autobus, solo un autista.

Autista qui a Paterson, questo è davvero poetico.

Non ne sono molto sicuro.

Potrebbe essere una poesia di William Carlos Williams.

Lei sapeva che l’interessante artista francese Jean Dubuffet era un meteorologo che stava in cima alla Torre Eiffel a Parigi nel ‘922? Davvero poetico.

Sì, sì, Jean Dubuffet, già, era un meteorologo.

Questo l’ho imparato dalla poesia del vostro interessante poeta, Frank O’Hara di New York City.

Sì, l’ho letta anch’io. Mi piace Frank O’Hara, la scuola di New York.

Le piace la poesia, eh?

Io respiro poesia.

Lei scrive poesie?

Sì.

Vuoi un mese gratis ad Amazon Music?

Che tu sia un avvocato o un barista, alla poesia non importa. La ami e la vedi, la senti la poesia, anche se non sei un poeta che pubblica con Einaudi. È questo che grida al megafono Paterson, proprio come osa fare la marca di fiammiferi. E lo fa per sdoganare quella che sembra un’ovvietà che invece non è. Lo grida perché c’è ancora chi crede banalmente che se tu sei un autista, mediti solo sui biglietti da obliterare e sulla scansione sistematica della tua vita, non ritenendo affatto possibile, neppur lontanamente, che tu possa dedicarti con passione a leggere e ad amare Ferlinghetti, Prévert o la Szymborska che siano.

Paterson

 “A volte una pagina vuota presenta molte possibilità”, sancisce il poeta giapponese. Un regalo, un taccuino e una nuova poesia già a macchiarlo: 

The Line (La riga)

C’è una vecchia canzone

che mio nonno era solito cantare

che finisce con la domanda,

“o preferiresti forse essere un pesce?”

 

Nella stessa canzone

c’è la stessa domanda

ma con un mulo e un maiale,

ma quella che io sento a volte

nella testa è quella col pesce.

Solo quella unica riga.

O preferiresti forse essere un pesce?

Come se il resto della canzone

non fosse necessario.

Le consapevolezze aiutano spesso a perseverare ancora di più: “La poesia non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi”, suggeriva, dopotutto, Franco Fortini.

 

Leggi anche: Only Lovers Left Alive – il decadimento della razza umana

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