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Le Notti Bianche del Postino – Il Cinema che contempla se stesso

Meritatamente premiato con il Leone d’Argento per la miglior regia all’edizione 71 della Mostra del Cinema di Venezia, Le Notti Bianche del Postino del regista russo Andrei Konchalovskij, è uno degli esempi migliori per testimoniare quanto, al giorno d’oggi, abbiano ancora importanza le manifestazioni cinematografiche, ultime scialuppe di speranza per un cinema che non deve, per forza di cose, passare dal consenso popolare legato al mero denaro. Girato con una splendida fotografia digitale sulle rive del lago Kenozero, nel nord della Russia, l’opera del regista moscovita racconta dall’interno la vita di un piccolo villaggio al centro del lago, collegato al resto del mondo dalla posta che viene recapitata in barca dal protagonista del film, un vero postino (interpretato da Aleksej Trjapicyn), che si muove e interagisce con gli altri abitanti del luogo (anch’essi veri).

Perdendosi in panoramiche di straordinarie bellezza che riconciliano, senza dubbio, l’uomo con la meraviglia del creato, Konchalovskij si inserisce in modo autorevole in quel territorio del cinema contemporaneo che articola tra loro finzione e documentario, attuando una ricerca che è osservazione della vita e attesa del manifestarsi di una verità che il film costruisce nel momento in cui da questa è esso stesso costruito.

Nasce sicuramente da queste considerazioni quello stile che chiamiamo “moderno”: un luogo di articolazione reciproca di un interrogativo sulla “realtà” posto da un cinema riproduttore consapevole di sé stesso, della sua funzione riproduttrice, e di un interrogativo che questo tipo di pratica registica pone al cinema stesso, per sondarne le possibilità emozionali e conoscitive più profonde. Le vitali relazioni che si vanno a creare tra i personaggi (oltre al protagonista Aleksej, la bella Irina di cui egli è innamorato, e altri abitanti del villaggio), chiedono allo spettatore un atteggiamento che il regista definisce contemplativo e che è frutto di un lavoro che lui stesso ha fatto su di sé; un lavoro morale e al tempo stesso di sentita riflessione sul linguaggio cinematografico.

Gli appassionati (e teorici) di cinema, non faranno fatica a riconoscere nel film almeno due linee guida riconducibili al cinema zavattiniano: gli “occhi nuovi” (già peraltro auspicati dal cinema russo degli anni venti) e la “durata”, concetto che è al centro del lavoro teorico di Zavattini, ma anche di Andre Bazin e Jonas Mekas, tanto per fare dei nomi. Nel soggetto, scritto con la giornalista Elena Kiseleva, oltre la dimensione contemplativa, viene fuori la consueta dose sardonica del cinema legato al suo autore, realizzato attraverso delle gag ben inserite nel racconto.

Oltre a questo, è impossibile non citare il prezioso contributo di Eduard Artemev (già collaboratore di Konchalovskij e, tra gli altri, anche di Tarkovskij), che attraverso un sofisticato lavoro di aggiunte e sottrazioni, realizza una colonna sonora spesso impercettibile eppure onnipresente, giocata perfettamente sui ritmi di dialoghi e suoni naturali.

The Postman’s White Nights è senza dubbio uno dei migliori tentativi di un cinema che guarda il mondo dall’interno per guardare sé stesso, legato alle piccole cose, contemplando quanto c’è intorno a noi. O meglio, come ha detto lo stesso regista: “Questo film è il mio tentativo di scoprire le possibilità alternative che si nascondono nell’immagine in movimento accompagnata dal suono. Il tentativo di vedere con gli occhi di un neonato il mondo che ci circonda. Il tentativo della “lettura lenta” della vita. La contemplazione è lo stato d’animo dell’uomo che si sente tutt’uno con l’universo. Forse questo film è il tentativo di affinare il mio udito per ascoltare il quieto sussurro dell’universo”.

Leggi anche: Venezia 76: About Endlessness – Il senso della vita senza senso. 

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