Home Cinebattiamo Dialogo Immaginario tra Il Joker di Ledger e il Joker di Phoenix

Dialogo Immaginario tra Il Joker di Ledger e il Joker di Phoenix

Giornata piovosa, tanto traffico incide sulla visibilità di una metropoli gargantuesca.
Gotham, 2 di pomeriggio. Un palazzo brucia, ignorando a pieno l’acqua che sgorga dal cielo. Nulla può quella lacrima delle nuvole contro il fuoco di un caotico incendio. Dinnanzi allo sgretolante palazzo vi è un tavolino, unico e solo, inquadrato nel passare di milioni di viandanti, incuranti del grattacielo infuocato.


Un tavolino, due sedie, una già occupata, l’altra prossima ad accogliere l’ospite in arrivo. Già seduto troviamo il Arthur Fleck – il non-ancora-Joker di Phoenix – truccato ma non ancora  sbavato dalla pioggia: il suo sorriso non è ancora del tutto intriso di sangue, la sua tristezza è ancora incerta sul quando divenir comica. Fuma, mangiandosi anche il filtro delle sue sigarette nel tirare fino all’ultima briciola di quel mediocre tabacco per mediocri uomini abbandonati. Ride soffocandosi, occhi lucidi, sguardo sinusoidale tra l’assenza e la patologica presenza inquieta. Ride ancora, a tratti nella sua totale devastata solitudine, a tratti proiettando spettatori inesistenti. Indurisce il corpo, poi d’un tratto leggiadro muove le sue braccia. Fuma ancora. Il tempo passa, la sua presenza non si scosta mai dal tragicamente costante.

 

Ecco un altro essere giungere al tavolino, milioni di persone continuano a passare incuranti, il palazzo continua a bruciare, pezzi cadono, tutto di fretta si scontra con il suo distruggersi, ma loro due, il tavolino nel nulla, rallentano la nostra prospettiva.

Joker Ledger  Buona Sera. Tu devi essere Arthur. Molto piacere.
Esordisce enfatizzando la sua presenza con un rapido ma affermato indurimento di mascella e movimento di lingua. Il Joker di Ledger è nel pieno dell’essere ciò che rappresenta. Arthur ride, soffocandosi un po, fa un tiro alla sigaretta e, senza guardarlo, risponde:
Arthur- Ciao. Mi hanno detto che hai un posto nel tuo spettacolo. Io sono un comico, mia madre mi dice sempre che sono venuto al mondo per portare un sorriso, – ha un altro schizzo di risata, profondamente faticosa, si ferma per un istante,  non lo guarda ancora in volto, ma prosegue – ho preso appunti negli ultimi tempi sul mio taccuino.
Joker Ledger – Bene, bene, bene. Si da al caso che siamo alla ricerca di nuovi collaboratori. La nostra è una piccola impresa, ma siamo prontamente in espansione. Vogliamo dare una bella scossa a questa triste città. Qual è il tuo talento Arthur?
Arthur – Rido quando gli altri non lo fanno.
Joker Ledger – UhAhAh! AhAh!  E cosa ti fa ridere che gli altri non capiscono?  – Si avvicina prontamente al suo interlocutore, con forza pone le mani sul tavolino, avanzando con il volto e gli avambracci. Un altro movimento di lingua, con una mano muove i suoi capelli verdi. E’ un verde radicato il suo, mentre quello di Arthur è ancora fresco, a tal punto da gocciolare sul tavolino stesso, sporcando la mano di Joker Ledger. Arthur se ne accorge, ride a crepapelle, come sempre un po soffocandosi, d’un tratto si ferma, fissa le mani di Joker Ledger, indurisce lo sguardo, prende una sigaretta.

Arthur – Perche non fumi? – alza lo sguardo, ancora deciso, poi un po’ meno deciso, verso Joker Ledger.
Joker Ledger – Uh! Uh! – il sorriso si enfatizza, la voce canticchia – Perché io non brucio, caro il mio Arthur. Io,  faccio bruciare le cose.
Arthur – Eheh, Eheh, Eheh! – di nuovo sguardo duro, voce sussurrante – Sei buffo.

Il Joker Ledger finge di suonare il pianoforte sul tavolo, palesemente enfatizzando un’iperbolica faccia seriosa e pensante, ridacchia tra sé e sé, e poi – sempre fingendo di suonare il piano sul tavolino – a ritmo prosegue:

Joker Ledger – Buffo è un mondo che fin quando non si rende conto di bruciare, finché fa parte dell’ordinaria amministrazione, delle regole tacitamente accettate, non si spaventa neppure. Possono bruciare città Arthur, basta che ci venga raccontato come un qualcosa che fa parte dei piani. Possono morire persone, basta che non siano coloro che non devono morire secondo gli orripilanti presupposti sociali. Possiamo lasciar soccombere ogni cosa che non deve essere salvata per gerarchia, anche se salvarla non ci costerebbe nulla. Non è una questione morale, è una questione di priorità.

Arthur sembra realmente sentire delle note suonate dal gioco proposto da Joker Ledger. Inizia a sorridere, allarga le braccia, danza muovendo in modo sinusoidale le mani, con piccoli semicerchi composti dagli avambracci. Poi ride, in modo più dolce.

 

Arthur – Quindi tu bruci le cose che secondo loro non dovrebbero bruciare?
Joker Ledger – Io brucio le loro false credenze civili Arthur, semplicemente mostro la verità che hanno sotterrato tra mille perverse convenzioni.
Arthur – Le battute sul sesso fanno sempre ridere.
Joker Ledger – UhAhAh! AhAh! – Si ridimensiona sullo schienale della sedia, acquietando il suo atteggiamento prevaricante, nei limiti del suo poterlo acquietare, come se avesse trovato qualcuno che non deve svelare, che non deve istruire, qualcuno che il Caos, a modo suo, già lo incorpora.

Il palazzo continua a bruciare, sempre più squagliato e frastagliato. Pezzi cadono, attorno attorno al tavolino, senza mai colpire quella piccola bolla sospesa, quieta, di due essere che nel rapsodico frastuono dell’umanità inseguita da se stessa, in un puzzle di cemento infuocato, mantengono le loro postazioni.

Arthur fuma l’ennesima sigaretta, occhi lucidi e risata soffocante continuano ad alternarsi ma con meno vistosità, più congrue con il suo status, sempre più a suo agio, ma mai del tutto. Guarda il Joker Ledger, per la prima volte trafigge il suo sguardo con un’inquietante normalità focalizzata. Lo fissa, con occhi che rasentano l’affascinante.

Arthur – Posso farti una domanda?
Il Joker Ledger sorride, in un modo così vistoso da portare le sue cicatrici a raggiungere i suoi occhi. Arthur prosegue:
Arthur – Tu come ti chiami?
Il Joker Ledger rimane perplesso.
Joker Ledger – Puoi chiamarmi Joker, pensavo lo sapessi.
Arthur – Ti ho chiesto come ti chiami, non cosa sei diventato.
Joker Ledger – UhAhAh! AhAh! Mi sto divertendo un sacco. Che. Vuoi. Dire. Piccolo. Dolce. Strano. Arthur?
Arthur – Forse tu non esisti.
Al contrario di ciò che ci si sarebbe aspettato, Arthur è costante nel suo tranquillizzarsi, seppur ogni tanto continui a fare compulsivi micro movimenti con gli occhi e la faccia, la sua risata si è acquietata. Il Joker Ledger, invece, è nell’apice del suo implacabile movimento di lingua, abbastanza preso di sprovvista, lui che in origine è eternamente a suo agio nel disordine, non sta più prevedendo la conversazione.
Arthur apre le sue spalle con un movimento grazioso e sicuro. Poi, prosegue ancora, con voce ancor più perversamente addolcita:

Arthur – Perché io so di che parli, so di questa gente che calpesta il bisognoso e proteggere proprio chi il bisogno non lo risolve ma lo accresce. Questa gente che non si cura di chi non rientra in quel fasullo ideale di persona equilibrata, gente che non ci rientra davvero in quell’ideale, è solo brava a fingere, a tal punto da dimenticarsi di aver finto. Nessuno è come è davvero, si seguono regole immaginandosi che siano queste ad averci definito. Sono orribili, prevaricano ed umiliano sotto il segno della risata. Ma non fanno ridere. Non fa ridere. A me non fa ridere. – Arthur si scalda, qualche lacrima sgorga contrastando un’ira nascente – Però, io questo l’ho capito perché ne sono stato vittima, capisci? Io esisto senza riuscire ad esistere nel loro modo ipocrita. Io volevo solo che le persone ridessero con me, provassero a capire perché io ridessi per quelle brutte cose, cosa ci fosse dietro. Ma no. No. NO. Loro pensano che tu debba agire come se non avessi un disturbo di qualche genere. Disturbo, semplicemente una sofferenza più difficile da comprendere, no? Ma loro no. No. NO. NOO.
Però io questo lo so perché mi chiamo Arthur Fleck, mia madre si chiama Penny. Io esisto. Io ho un bisogno viscerale che mi distrugge.  Tu invece, perché vuoi vedere bruciare il mondo?
Joker Ledger – Qual è il tuo bisogno Arthur?
Arthur – Non chiamarmi più Arthur.
Joker Ledger – Rispondi.
Arthur – Chiamami Un Joker.
Joker Ledger – Rispondimi.
Arthur, un Joker – Dolcezza.
Joker Ledger –
La dolcezza è la più perversa delle falsità moderne. L’uomo non può essere dolce se non in sovracostruite convenzioni. Se lo riporti all’equa origine, lì c’è solo anarchico caos. Equo in sé, ma che porta l’uomo a prevaricare per paura, per sopravvivere a non regolamentato mondo originario.
Arthur, un Joker –
Tu hai tutte queste teorie, così potenti e distruttive. Io vorrei diventare come te, però non vedo la tua storia: come eri prima di diventare come te? Io sono che la mia vita era una tragedia, per questo ora è una commedia. Io sono libero di decidere cosa mi fa ridere, cosa è giusto, cosa è e cosa non è.

Il Joker Ledger muove compulsivamente la sua lingua, si tocca i capelli.

Joker Ledger – Vuoi sapere come mi sono fatto queste ciccatrici?
Arthur, un Joker – Secondo me tu le hai sempre avute.
Joker Ledger –
Tu. Mi. Stai. Facendo. Ridere.
Arthur, un Joker –
Tu sei Il Joker, ma per poter essere IL Joker, ti sei dimenticato di essere stato un uomo, UN joker tra mille altri. E’ davvero questo che mi aspetta? La dolcezza è antica quanto il caos, l’una ci salva dall’altro. Tu non esisti. 
Joker Ledger –
Hai ancora una speranza “un Joker”? Non sei ancora pronto, ti manca ancora qualcosa per poterti davvero liberare.
Arthur, un Joker –
E cosa sarebbe?


Joker Ledger –
Non cercare  riconoscimento in alcun modo. Tu dici che hai capito che la tua vita è una commedia, dici di aver raggiunto la tua libertà nello stravolgere i canoni: ridere per le cose orribili, nient’altro che mostrare che ogni valore, convenzione, regola è una falsa imposizione di chi ha vinto, di chi comanda. Se chi comandasse decidesse che uccidere sia divertente lo sarebbe, ecco perché per te già lo è no? Hai svelato la menzogna originaria, ma ti sfugge ancora quella cosa fondamentale. Noi non siamo leader dell’anarchia, perché se così fossimo rientreremmo ancora nel paradosso di un ordine che provi a contenere il disordine: come può l’anarchia, l’assenza di un ordine, avere un capo che la ordina? Non non esistiamo, siamo necessari però.
Arthur inizia a ridere compulsivamente, tutt’ad un tratto il suo equilibrio crolla in un istante. Ehehehehe! Eheheheh! Non sta riuscendo a fermarsi, piange, abbassa la testa, è disperato, fuori controllo.
Arthur, un Joker –
Tu sei orribile!
Joker Ledger –
Per quale ragione Arthur, perché ti ho detto le cose che ancora non puoi pensare?
Arthur, un Joker –
Tu non potresti danzare come danzo io, non hai un corpo, non hai una passione, sei solo una forma, dipinta. Tu distruggi, io mostro cosa significhi essere distrutto. 
Joker Ledger – 
UhAhAh! AhAh! Tu ambisci, io mostro l’orrore dell’ambizione. E-Q-U-I-L-I-B-R-I-O: solo il Caos è bilanciato, perché non ambisce a decidere cosa bilanciare. Tu. Non. Sai. Cosa. Vuoi. Io non voglio nulla, voglio il nulla. Nulla è, mentre “qualcosa” è solo un vano tentativo di definire.
Arthur, un Joker – 
Quindi tu sei nulla. A che serve essere nulla e fare nulla?
Joker Ledger –
A mandare un messaggio.
Arthur, un Joker – Quale?
Joker Ledger –
Che il palazzo brucia Arthur. Si sgretola. Si sgretolerà per sempre, e noi potremo riderci per sempre. 
Arthur, un Joker –
Io non voglio esistere per sempre, perché non potrei davvero esistere. Io voglio essere riconosciuto nel mio essere libero di decidere per cosa ridere.
Joker Ledger –
Tu stai smettendo di esistere, tu sei… –  Si ferma, enfatizza la sua voce all’apice del buffo, ponendosi con fare ridicolizzante – una patina bianca, con sfumature blu e rosse che si scioglie sempre più. Sei eternamente parzialmente rovinato, tendente nell’infinito a distruggere la tua stessa maschera: tu non sei un uomo libero dai vincoli umani, tu sei la negazione dell’essere umano.
Arthur si pulisce le lacrime, rovinando definitivamente la sua non-ancora-definitiva maschera di Joker. I due si assomigliano ora, più che mai. Arthur prende la sua pistola dalla tasca, la poggia sul tavolo.
Arthur, un Joker – Eppure i tuoi discorsi hanno un senso, una logica. Sei la tua stessa teoria distruttiva, sei un agente a servizio della verità più inaccettabile. Questo significa che, per diventare come te, io non ci devo essere più.
Joker Ledger – Vedo che inizi a capire.
Arthur, un Joker – Però c’è gente che ha riso vedendo la mia storia, era scritta come una commedia non come un film con un buono ed un cattivo come nel tuo caso.
Joker Ledger – UhAhAh! AhAh! Perchè era l’origine di ciò che siamo. Perché è l’origine della perversione che noi smascheriamo.
Arthur, un Joker – Ho capito.
Arthur spara. Il sangue gli schizza addosso.

Il Joker – E’ stato uno spasso.

 

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Andrea Vailati
"Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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