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Joker e Scorsese – Arthur, Travis e Rupert

Joker di Todd Phillips è da sistemare nel proprio personale scaffale accanto a Taxi Driver e Re per una notte del maestro Martin Scorsese; giusto per una questione di comodità, visto che la visione di uno comporta quasi inevitabilmente il pensiero e il successivo desiderio dell’altro. Ciò accade perché questi film dialogano attraverso l’assonanza nei temi trattati, la parabola dei tre protagonisti e il percorso esistenziale al quale essi sono stati condannati.

Infatti, Todd Phillips, immergendosi nella mente tormentata di Travis Bickle e Rupert Pupkin, compie un tortuoso viaggio negli abissi dell’animo dell’uomo moderno che lo conduce alla costituzione del personaggio di Arthur Fleck. Quest’ultimo, incarnando vari aspetti dei protagonisti scorsesiani, ne assume la gestualità, i pensieri e i dubbi sull’andamento di una società sempre più in crisi che, nella sua più totale ipocrisia, si tappa gli occhi con le proprie stesse mani. Arthur è come se, in un altro tempo e in un altro luogo, avesse conosciuto Travis e Rupert e li avesse scelti come modelli. Tuttavia, in quanto processo sintetico, l’unità si rivelerà essere qualcosa di più della semplice somma delle parti, manifestando così caratteristiche proprie solo di colui che diventerà Joker.

Gotham e noi, noi e Gotham

“Gotham è lo specchio del mondo contemporaneo” Todd Phillips

La cornice nella quale vengono raffigurati questi dipinti cinematografici rappresenta Gotham per Phillips, New York per Scorsese e la classica metropoli per noi contemporanei. Questo quadro, nel quale si districheranno le trame delle vite dei personaggi, è tinteggiato da sporche e corrotte pennellate, illuminato da luci al neon di scadenti locali e dalle ombre della feccia notturna.

Il pendolo di questa città oscilla dagli immortali anni ’70 alla contemporaneità più presente, un’epoca in cui le persone sono cambiate, i palazzi si sono alzati, la tecnologia è progredita; eppure, gli ideali, la povertà e gli ostacoli sembrano essere rimasti i medesimi. Questa metropoli, trascendendo i limiti del tempo, narra di problemi che non hanno fatto altro che amplificarsi, nascondendosi, però, nelle profondità della superficie, indossando una maschera dal sorriso apparentemente civile ma isterico.

In questo luogo senza tempo, come fosse l’inferno sceso in terra, le persone, stando alle parole di Arthur Fleck, stanno piano piano impazzendo, essendo sempre più interessate al benessere personale, chiudendo le porte a qualsiasi tipo di apertura autentica all’altro e abbracciando una (non) consapevole crudeltà. Il mondo sembra aver perso la propria bussola, smarrendosi sulle vie di un delirio morale che conduce all’odio, alla violenza, al degrado, all’indifferenza e a qualsivoglia istanza di ordine apatico.

Questo vortice, purtroppo, non si è ancora fermato e condanna l’individuo postmoderno a una tacita alienazione capace di soffocare anche il più grande spirito libero. Arthur Fleck, Travis Bickle e Rupert Pupkin ne sanno qualcosa.

Travis, Rupert e Arthur: la degenerazione dell’uomo

“In ogni strada di ogni città di questo paese, c’è un nessuno che sogna di diventare qualcuno, un uomo solitario e dimenticato che deve disperatamente provare di essere vivo”

Queste parole, rese immortali dal manifesto di Taxi Driver del lontano 1976, rappresentano la parabola dei tre personaggi.

Travis Bickle, protagonista del capolavoro di Scorsese, è un reduce del Vietnam ormai consapevole della profonda insensatezza della guerra che lo ha traumatizzato. Trovandosi gettato in un mondo a lui estraneo, lo vediamo vagare senza meta nelle spaesanti strade newyorkesi, e, essendo un tassista, le uniche volte in cui segue una precisa direzione è quando accompagna altre persone. Travis, come fosse un’anima disincarnata che ha perso il contatto con la realtà tangibile, un essere alla ricerca di qualcosa ma senza sapere davvero cosa, necessita di uno scopo per sopravvivere, per donare significato a una vita che ormai sembra essersi persa.

L’evoluzione narrativa di Taxi Driver è paragonabile per certi versi a quella di Re per una notte, il grande capolavoro dimenticato di Martin Scorsese. Rupert Pupkin, anch’esso interpretato da Robert De Niro, al contrario di Travis sa perfettamente cosa ricerca dalla vita: intende diventare un comico di fama mondiale e, totalmente accecato da questo desiderio, è convinto di possedere un enorme talento che però, per chissà quale ragione, non viene riconosciuto. Tuttavia, Rupert si rivelerà essere un uomo patetico, talmente ossessionato dal proprio sogno che vive ancora con la madre e passa le giornate alla ricerca della sua grande occasione, accompagnato però da una dose di malsana e controproducente immaginazione. Rupert, affetto da perpetue allucinazioni, guardandosi allo specchio vede il Re dei Comici, ma la realtà gli mostrerà la brutale verità.

Tuttavia, per quanto possa sembrare paradossale essendo Taxi Driver una tragedia e Re per una notte una commedia nera, il confine è molto sottile e all’interno di Rupert brucia lo stesso inferno di Travis, e così anche di Arthur.

”Ho sempre pensato alla mia vita come una tragedia. Adesso vedo che è una commedia.” Joker

La storia di Arthur Fleck, ripercorrendo tappe simili ad entrambe le pellicole scorsesiane, narra di un uomo malato il cui unico scopo, a detta della madre (che come per Pupkin vive con il figlio) è portare risate e gioia nel mondo, sorridendo sempre e mostrando una faccia felice. Il protagonista di Joker è una persona sensibile che viene abbandonata a sé stessa, un individuo considerato reietto della società e, in quanto tale, viene costantemente umiliato, maltrattato e calpestato da un brutale cinismo. Risulta quindi impossibile donare allegria e gioia ad una società che non permette a un singolo individuo nemmeno di sorridere autenticamente. La depressione, il fallimento e l’insuccesso di Arthur trovano canale d’espressione nella sua tragica risata, una risata che assomiglia più a una disperata richiesta di aiuto al nulla, non essendoci nessuno disposto ad ascoltare.

Travis, Rupert e Arthur sono vittime del sogno americano realizzato e, accompagnati solo dalla loro insostituibile solitudine, raccontano il fallimento della società occidentale manifestato nella loro tragica alienazione.

“La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita, dappertutto. Nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi, ovunque. Non c’è scampo: sono nato per essere solo”  Travis

Sono tutte e tre persone che non esistono, che la società farebbe e tenta di fare volentieri a meno. Vorrebbero solo ricevere una possibilità per potersi realizzare, essere accettati per ciò che sono, essere visti, riconosciuti. Tuttavia, Travis, Rupert e Arthur esisteranno realmente solo quando riusciranno ad esprimere una forza capace di andare contro i rigidi dettami di una società solo apparentemente civilizzata, liberando le catene alla propria essenza e conferendo voce a tutte le sofferenze e i fallimenti che sono stati costretti a subire nella loro storia. Questo condurrà i tre personaggi, soprattutto Travis e Arthur che hanno certe cattive idee in testa e pensieri solo negativi, nell’oscuro cammino verso gli abissi della follia. Eppure, più che una discesa nei meandri del puro delirio, sembra che avvenga un’acquisizione di piena consapevolezza di sé e del mondo circostante, come fosse un processo catartico capace di generare un superiore livello di autocoscienza e realizzazione di sé.

Rupert Pupkin, dopo numerosi tentativi per incontrare il suo idolo presentatore Jerry Langford, decide di sequestrare il comico, di rapire il proprio sogno per realizzarlo, poiché, ricattando lo studio televisivo, barattò la vita di Langford per una serata da protagonista nello show. Rupert, oltrepassando le barriere di una società che mai lo aveva veramente aiutato, riuscì a raggiungere il suo obiettivo: divenne per una notte il Re dei comici. Inoltre, dopo qualche anno di reclusione, oltre alla libertà ottenne la celebrità che aveva assaporato quella notte, divenendo così un personaggio famoso. Ruper Pupkin non esisteva, ora è il Re dei comici.

Quello di Travis, come per Arthur, è un processo graduale, lento e forse una necessaria risposta nei confronti di una società che volta lo sguardo da un’altra parte. Il protagonista di Taxi Driver, affetto da disturbi psicotici amplificati dalla scelta di non prendere più farmaci, decide di realizzarsi prima tentando senza successo di uccidere il senatore Palantine, e poi salvando una ragazzina dalla prostituzione, ripulendo il ciglio di una delle strade di New York. Comprando una pistola e facendosi il taglio alla moicana, Travis abbandona il sé che tanto gli era stato a fianco per immergersi nella dimensione della follia, uccidendo diverse persone della malavita e conferendo un senso alla propria esistenza. Inoltre, qualche mese dopo l’accaduto, oltre a non essere stato arrestato, il protagonista venne paradossalmente innalzato ad eroe metropolitano, permettendogli così finalmente di essere riconosciuto. Travis Bickle non esisteva, ora è un eroe delle strade di New York.

Arthur, come Travis, incontra il suo demone e lo abbraccia, lo accoglie. Arthur accetta Joker, accetta sé stesso e dona significato ai traumi, alle sofferenze e alla vita. Il protagonista non riesce più a vedere nessuno allo specchio e, solo nel momento di totale abnegazione di sé, la figura rispecchiata assume sembianze reali; e così, la maschera diventa volto. Arthur Fleck si rivelerà essere una maschera che limita la propria espressività, che imprigiona un’identità ormai pronta ad esplodere. In questo senso, Arthur diviene Joker; ed è pura catarsi.

Ah, Murry… Un piccolo favore.

Sì.

Quando mi farai entrare, mi annunceresti come Joker?

Attraverso la follia questi personaggi è come se, paradossalmente, costituendo un mondo separato dagli altri, riuscissero a divenire sé stessi. Il mondo diventa un prigione e, solo liberandosi di quel sé ingabbiato, sarà possibile togliersi le catene e immergersi nell’ormai nuova identità. Se la follia è una radicale perdita di sé, allora Arthur è folle, mentre Joker non lo è.

In questo senso, Arthur non esisterà più, non è mai veramente esistito. Ora esiste Joker e inizia la tragedia, o, forse, la commedia. Infatti, come disse un’altra grande versione del Joker, la follia è come la gravità, basta solo una piccola spinta.

Joker uccidendo tre giovani rappresentanti di Wayne e l’adorato presentatore televisivo Murray Franklin (interpretato anch’esso da Robert De Niro, operando così un geniale lavoro metacinematografico ricollegandolo a Rupert Pupkin), si erge come simbolo di tutti i dimenticati di Gotham.

Per tutta la vita non ho mai saputo se esistevo veramente. Ma esisto. E le persone iniziano a notarlo” Joker

Questi personaggi, iniziando a dialogare con quell’alter ego nato dalle sofferenze, dai traumi e dai perpetui fallimenti, riconosceranno come la loro alienazione sia il tentativo più estremo di divenire sé stessi. Travis e Joker, trovando una logica nel caos, incarnano una follia consapevole, accettata e interiorizzata attraverso una violenza dettata dalla pazzia, ma che si manifesta con una profonda logica.

Il sogno americano, purtroppo, si è avverato e ha portato alla luce le degenerazioni di Arthur Fleck, Travis Bickle e Rupert Pupkin. Tuttavia, alla fine della loro storia tutti e tre i personaggi riescono paradossalmente a realizzarsi, a essere riconosciuti, a essere visti.

“Domani capirete che non stavo scherzando e penserete: “Quello è matto!”. Ma vedete, io la penso così: meglio re per una notte che buffone per sempre!”  Rupert Pupkin

Leggi anche: Dialogo Immaginario tra Il Joker di Ledger e il Joker di Phoenix

Tommaso Paris
“-Dio è morto, Marx è morto, e io mi sento poco bene- (Woody Allen). 22 anni, studio filosofia a Milano, ma provengo dai monti. Filosofia e Cinema, essenzialmente le due ragioni per cui mi alzo la mattina.”

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