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Venezia 76: Corpus Christi – L’affascinante impossibilità di redenzione

Presentato alle Giornate degli Autori della 76esima Mostra del Cinema di Venezia, “Corpus Christi” è il terzo lungometraggio di finzione del regista polacco Jan Komasa e tratta di Daniel, un giovane che sta scontando una pena per omicidio. In libertà vigilata, il ragazzo lavora in una falegnameria ma vorrebbe farsi prete, nonostante i suoi precedenti glielo impediscano. Si spaccerà per sacerdote in un piccolo paesino rurale, sostituendo il parroco malato e diventando popolare nella comunità a causa dei suoi metodi anticonvenzionali.

La più grande sorpresa della Mostra del Cinema di Venezia 2019, “Corpus Christi” è un’opera che tratta la religione in modo curioso e originale, accostando il percorso di redenzione del protagonista alla rappresentazione drammaturgica di una comunità chiusa su se stessa e vittima di un lutto, ovvero l’omicidio stradale di un gruppo di giovani per mano di un uomo.

Corpus Christi

Komasa riesce a delineare alla perfezione la psicologia e il carattere del protagonista, un ragazzo nato in contesto difficile e non aiutato dal suo carattere irruento e talvolta impulsivo, ma di fondo di gran cuore e generosità. Egli cerca una forma di riscatto nel compiere del bene nella cittadina, nonostante stia mentendo sul suo ruolo e la sua vera natura.

Daniel riuscirà a conquistare le persone del villaggio per via del suo comportamento anti conformista e per niente tradizionale, riuscendo a costruire un rapporto di fiducia e rispetto con gli abitanti, ma un passato di errori e tradimenti non può essere cancellato e il giovane si vede costretto ad affrontare i suoi demoni, come si vede chiaramente nella seconda metà dell’opera, che cambia le carte in tavola e vira sul crime drama a tinte thriller ottimamente orchestrato.

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Il mondo narrato in “Corpus Christi” è cupo, oscuro e violento, e neanche la fede e la religione possono salvarlo. Daniel non può redimersi totalmente, e tornerà nell’inferno in cui era destinato tornare, come si vede nel bellissimo finale mozzafiato.

Komasa dirige un film dallo stile rigoroso, che ricorda il miglior Cinema europeo del passato. La regia si fa importante per veicolare una storia profonda e sfaccettata, e le inquadrature sono espressive, parlano alla spettatore e comunicano più di una sensazione. Assieme ad una fotografia impeccabile e un montaggio altrettanto straordinario, Komasa dimostra di essere un Autore da seguire con attenzione.

Corpus Christi

La sceneggiatura è ricca e precisa: i dialoghi non sono mai buttati a caso, i personaggi sono delineati e scritti alla perfezione e i temi affrontati stimolano molte riflessioni e non sono mai banali, ma sempre intelligenti. Un altro tema molto interessante e raffinato che vale la pena citare è quello dei cittadini che si oppongono alla decisione di seppellire il corpo dell’uomo che a causato l’incidente stradale mortale per i giovani: tematica fine e attuale, che pone riflessioni etiche profonde.

“Corpus Christi” è quindi un dramma eccezionale, con tutti i crismi per essere considerato un grande film e venire ricordato in futuro. Oltre a tutti i pregi citati finora a livello tecnico e di scrittura, vale la pena citare le performance attoriali di livello altissimo, specialmente quella ipnotica e affascinante del protagonista Bartosz Bielenia, che incarna un personaggio memorabile e irresistibile.

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