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Gotham – James Gordon: confessioni di un Commissario

Gotham.

Sono James Gordon e ho speso tutta la mia vita per Gotham in nome della giustizia ma non ho mai avuto il coraggio di scavare in me, raschiare il fondo del mio cuore per vedere cosa ci fosse sotto la superficie. Ho sempre tenuto il mio lato oscuro custodito nella parte più recondita di me, l’ho rinnegato cercando di costruire una parvenza di giustizia morale, cercando di seguire le orme di mio padre, senza sapere però che egli stesso si era macchiato la coscienza – mai quanto zio Frank però.

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Una cosa è certa: da buon Gordon ho commesso i miei crimini, ho tradito, ho insudiciato la mia morale ma alla fine ho sempre cercato una redenzione. Certamente Pinguino, Nygma, Falcone e Sofia non potevano essere alleati e amici sinceri, dovevo pur aspettarmelo da gente che ha speso tutta la propria esistenza nell’auto-affermazione!

Anche le compagne non mi hanno aiutato: Barbara non solo è impazzita e ha ucciso i suoi genitori, si è unita a Valeska e a Galavan e ha tentato più volte di uccidere me e Lee, ma il vero problema è sorto quando è rinsavita e ha iniziato a macchinare di voler diventare “regina di Gotham” cercando di farsi strada tra i gangster, le Famiglie e il buon vecchio Cobblepot. Povera Barbara, sola – ora che Tabitha non c’è più – in una città che non perdona e le cui stesse fondamenta son costruite sul sangue e tenute insieme dai giochi di potere.

E poi c’è Lee, la mia cara e dolce Lee, che mi ha sempre protetto e ricucito nonostante quanto avvenuto, nonostante il nostro bambino, nonostante Mario… Anche la perfetta dottoressa Lee però ha mostrato il suo lato più cupo, la sua dedizione all’uomo e alla sopravvivenza oltre le leggi e i costrutti sociali – non conosco tanta gente a Gotham che avrebbe rapinato cinque banche corrotte per dare tutti i proventi ai poveri!

Cara Gotham, sei così fosca da tingere i tuoi abitanti, sei così velenosa da ostruire l’ossigenazione del cervello e impedirne il funzionamento se non con gli occhi iniettati di sangue e la bocca che brama altra carne, altra carne da immolare al tuo altare della criminalità. “Non ci sono eroi qui”, una frase che Bullock credo abbia letto nel fondo della bottiglia di uno dei suoi whisky, mentre cercava un anestetico per il rimorso; il mio unico vero amico che ha condiviso con me gioie e dolori, l’unico che abbia mai creduto in me e nel buono delle mie intenzioni.

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Se ho superato tutte le avversità lo devo a loro, Lee e Bullock, al loro odio-amore incondizionato nei miei confronti. Una frase da quando mi è stata detta mi è entrata nella testa e non vuole più uscirne: “sei tu il vero virus Jim, tu irrompi nella vita delle persone fin quando non le distruggi”, la rabbia di una Lee ferita troppo dedita al curare gli altri da dimenticarsi di ricucire le proprie ferite, quelle interiori, quelle che ti logorano il cuore. Ha sempre avuto ragione su di me: sono il male necessario, la legge distorta. Tutte le persone che mi circondavano hanno sofferto, compreso Bruce che avevo promesso di aiutare con la morte dei suoi genitori e invece è stato lui molto spesso ad aiutare me, un ragazzino che è dovuto crescere troppo in fretta.

Non ho mai voluto far del male a nessuno, lo giuro, non ho mai voluto scavalcare la legge o farmi tanti nemici, volevo solo rendermi utile, pulire le strade di Gotham, volevo solo proteggere chi amavo… Il veleno di Tech alla fine ha tirato fuori l’oscurità che a piccole dosi era già affiorata pian piano nei miei atti, nelle mie decisioni azzardate, tanto che la gente mi amava e odiava a tratti, ora ero detective nella GCPD, ora ero a Black Gate, ora ero un mercenario, per poi tornare alla GCPD e divenire capitano – ahimè a spese di Harvey – e infine Commissario.

Io sono l’anima di questa città e com’essa un giorno dirado e un giorno addenso le nubi che mi abitano.

Leggi anche: Gotham – Le due facce della stessa medaglia

 

Giorgia Fanelli
"Nel Foscolo è visibilissima quell'aria di irrequieto dolore, quel desiderio di pace e di oblio, che fu sì comune agli uomini e agli scrittori della generazione romantica, e che trovò forse la sua espressione artistica più intiera nel Renato di Chateaubriand. Questo lettore di Plutarco, questo che più volte si professa stoico, quando si scopre senza posa a sé e agli amici è un ammalato dei mali profondi delle età di transizione: non molto dissimile in ciò dal Petrarca, di cui perciò comprese così bene gli spiriti". Eugenio Donadoni (critico letterario)

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