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Joker, ‘Arlecchino’ e Rancore – Frammentazione

 

Tutti parlano del film di Todd Phillips, giustamente. Joker è uno dei quei film che richiedono un grande sacrificio emotivo durante la visione, perché la sofferenza esce dal grande schermo e si addentra nella psiche dello spettatore. Joaquin Phoenix – attraverso una prova sublime – è il transfert che collega quel dolore, creato ad arte, alla nostra realtà, che ne è satura.

Non sono certo che il male sia legato esclusivamente a circostanze esterne, perché in tal caso si cadrebbe in una sorta di regresso all’infinito. Non saremmo cioè in grado di stabilire dove e quando il male abbia avuto origine. Ritengo invece più plausibile parlare anche di “circostanze interne”, legate alla biochimica e alla predisposizione genetica. Ma non è questa la sede appropriata per andare oltre.

È invece rilevante capire in che modo la psiche risponda a continui soprusi e reiterate umiliazioni, e fino a che punto è in grado di sopportare una tale mole di stimoli negativi. Insomma, nel caso del nostro Joker, le circostanze esterne hanno avuto sicuramente un ruolo determinante – ma non esclusivo – nella cristallizzazione dei suoi disturbi di personalità.

La mente umana non è come un Cubo di Rubik che, per quanto tu possa creare disordine, può essere risolto con un numero finito di mosse. No, più il caos divora la psiche e più sarà difficile ristabilire quell’equilibrio, naturale punto di partenza – con le oscillazioni della genetica a cui abbiamo accennato. La mente è quindi predisposta alla frammentazione.

Joker

Frammentazione è anche la tacita parola chiave di una delle canzoni del rapper romano Rancore: Arlecchino, estratto del suo ultimo album Musica per bambini (2018). Il testo opera su tre livelli di contenuto: fumetti, letteratura ed arte. A legare le strofe, irrompe prepotentemente il ritornello che parla esplicitamente della maschera bergamasca. Arlecchino, vestito con le pezze messe insieme da sua madre, da soggetto della canzone diviene oggetto. Lui stesso mette pezze colorate fra le strofe, amalgama contenuti culturali variegati, in un arcobaleno di sapienza.

Arriva vestito da spazzacamino poi ruba gli anelli quando fa l’inchino poi

Ciao! Ciao Saluta Arlecchino. – Incipit del ritornello

Chi conosce la canzone sa che non c’è alcun riferimento al personaggio del Joker, ma solamente uno a Batman: “non ha né villa col maggiordomo / né superpoteri da superuomo” (per la precisione la seconda barra si riferisce a Superman). Tuttavia, così come nella mente del futuro Joker Arthur Fleck si intersecano svariati elementi psichici – in senso lato – che la sua mente non riesce a contenere, o a mettere in ordine, allo stesso modo nel testo di Arlecchino simbolismo, semantica, cultura e rime creano un’eccedenza di significato, che esplode all’ascolto. Una bomba ad orologeria.

Un Big Bang semantico che crea la vita nel mondo della significanza.

Altrettanto interessante è l’origine della più famosa maschera della Commedia dell’Arte. Nasce a Bergamo, ma la storiografia vuole Arlecchino figlio di due tradizioni folkloristiche. Quella bergamasca, ovviamente, e quella francese, legata a figure degli inferi. Questa doppia natura – demoniaca e popolare – ha probabilmente contribuito nel tempo a farne il simbolo della sfacciataggine e dell’irriverenza.

Non è troppo lungo il passo che intercorre tra l’esorcismo del soprannaturale (morte, Dei), attraverso lo scherno e il riso, all’esorcismo dei vincoli imposti da una società che si nutre dei propri cittadini, un po’ come il Leviatano hobbesiano. In un certo senso, sia Arlecchino che il Joker sono la rivincita dell’oppresso sull’oppressore, con la rilevante differenza di metodo. La maschera dell’espediente e la maschera della follia, sotto nascondono esattamente la stessa cosa: una parte di noi stessi.

È tuttavia necessario chiarire che sarebbe riduttivo e pericoloso ridurli ad una rivalsa sociale, specialmente nel secondo caso. ‘Il fine giustifica il mezzo’ è tutto fuorché un assioma della matematica. Certamente si può leggere il significato con gli occhiali della sofferenza e comprendere – non approvare – le prime azioni criminali di Arthur. Ma il suo agire scivolerà nella follia senza che possa rendersene conto, perché il caos è ormai una dolce culla, quella che non hai mai avuto da bambino.

Joker

La frammentarietà della psiche di un personaggio come Joker ha sempre affascinato lo spettatore, o il lettore, perché la mente, (meta)fisicamente parlando, è unitaria. Lo stesso paradosso si presenta nel testo di Rancore, dove il contenuto è frammentato, così come la forma, ma solo se lo si slega dal significato complessivo, che è invece compatto. In questo caso è la storia: quella dell’arte, quella della letteratura, quella dell’Italia e, forse, quella della politica italiana del ‘900.

Un paese che è nato da tanti pezzi! Questo si era capito/

collegati nel tempo da un’aria che poi piano piano ogni pezzo ha unito/

La storia è l’elemento di continuità che affiora con decisione nella pellicola di Todd: quella di un cattivo che ora appare non-più-così-cattivo. La storia di come un simbolo annulla l’identità di chi ne fa le veci e, allo stesso tempo, ne riempie il significato. Nella trilogia di Nolan era accaduto con Batman: adesso è il turno della sua nemesi.

Spero che la mia morte abbia più senso della mia vita.

È nell’opinione di chi scrive che, quella intravista nel quaderno di Arthur, non sia solo la frase più densa di significato – e di dolore – dell’intera pellicola, ma anche la perfetta metafora di ciò che è il simbolo: un’assenza percepita come presenza totalizzante. Poco importa che il clown di Gotham sia stato simbolo prima e sarà simbolo poi, senza che il senso della sua morte sia raggiunto. Perché la morte non doveva essere quella del Joker, ma quella di Arthur. La morte è il simbolo, ma il simbolo non muore.

In tal senso, il simbolo è creazione increata, sinolo di psicologia e semantica, di psiche e parole – o meglio, del loro significato. La dimensione psichica ha una sua scala di significati e, contemporaneamente, il linguaggio è in grado di descrivere gli stati mentali, di catturarli, di amplificarli.

Due facce della stessa medaglia. Ma non tiriamo in mezzo altri villains a Gotham per oggi.

Leggi anche: Il Joker e il Riso Satanico di Baudelaire

 

Edoardo Waseschahttps://edoardowasescha.wordpress.com/
Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere. Aspirante giornalista. Nerd da prima che diventasse una moda. Amante di tutto ciò che fa esplodere la mente: dalla filosofia alla fisica quantistica, passando per la filmografia di David Lynch. Trova che scrivere sia l'unico modo per rallentare l'entropia dell'universo. Se poi un giorno - si spera non troppo lontano - sarà anche retribuito per farlo ancora meglio.

1 COMMENT

  1. Bellissimo saggio che coglie gli aspetti psicologici e patologici del Joker, un po’ meno quelli storico-sociali del film, che mostra una realtà, quella della società americana, che porta alla frammentazione e all’alienazione. Il parallelo con l’ Arlecchino di Rancore è una trovata geniale per collegare questa realtà americana a quella italiana. Complimenti!

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