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Quentin Tarantino e i Meta-Personaggi

Tarantino e i meta-personaggi.

“Se pensate di vedere doppio non regolate il vostro televisore perché, beh, in qualche modo è così!” (C’era una volta a… Hollywood)

Il senso etimologico del termine persona proviene dal latino personare, indicando in origine la maschera dell’attore teatrale, la cui finalità era legata all’esigenza di assumere le sembianze del personaggio che andava interpretando. L’uomo, quindi, non ha mai indossato maschere per nascondersi, ma al contrario per potersi mostrare.

Ogni personaggio dell’universo cinematografico di Quentin Tarantino rappresenta un intimo frammento della vita dell’autore, un fugace pensiero scritto su un foglietto di carta, un particolare sguardo sul mondo. Il maestro di Knoxville, dialogando con l’anima dei suoi personaggi, impara a conoscerne ogni pensiero, ogni inconfessabile segreto, comprendendone qualsiasi possibile sfaccettatura.

Tuttavia, nella sua importante filmografia, Tarantino non si limita a caratterizzare i propri soggetti ma, concependoli come autentiche persone, insegna loro a interpretare altri ruoli. L’artista americano, quindi, scrive un personaggio capace di vestire gli abiti di altri personaggi, assumendone le sembianze, le movenze, i principi, gli ideali. Il regista, il cui primo approccio al cinema avvenne attraverso l’arte della recitazione, sceglie di aggiungere alle svariate qualità dei propri protagonisti la possibilità di recitare, rendendoli così dei grandi attori capaci di trascendere sé stessi e interpretare identità di altre personalità, rendendoli così i personaggi dei propri personaggi, o, per dir si voglia, dei meta-personaggi.

“Schultz: Quando avremo accesso a quelle piantagioni metteremo in scena una commedia. Tu interpreterai un personaggio. Durante la commedia non si può mai uscire dal personaggio. Stai seguendo?

Django: Sì, non si può uscire.

Schultz: E il tuo personaggio è quello del valletto

Django: E che sarebbe?

Schultz: È un modo elegante per dire servo. E ora Django, scegli il costume del tuo personaggio.”

L’autore americano scrive un personaggio su un personaggio, raccontando così la storia della storia dei suoi protagonisti. Il maestro di Knoxville narra il personaggio e la sua maschera, rivelandone la profondità sottesa alla superficie mostrata, e la realtà nascosta dietro a un velo di apparenza. In questo senso, è possibile sostenere come l’indelebile inchiostro della penna impugnata da Quentin Tarantino immortali dei cosiddetti meta-personaggi.

Nel mondo meta-letterario, Pirandello mette in scena il teatro nel teatro in Sei personaggi in cerca d’autore; Cervantes racconta di Don Chisciotte leggere un libro che narra e permette l’esistenza di tutte le sue avventure; Tarantino, invece, veste ai propri personaggi gli abiti di altri personaggi.

Questa dinamica, con la quale il regista si diverte a giocare muovendosi su un piano meta-cinematografico, si trova molto spesso nella filmografia tarantiniana.

Ciò è esemplificato nella prima scena dopo i titoli di testa dell’opera che rese immortale il nome del regista americano: Pulp Fiction. Jules Winnfield e Vincent Vega, due persone comuni nella loro ordinarietà, ci vengono presentati attraverso un lungo dialogo riguardante Amsterdam, cibo, stranezze europee e un massaggio ai piedi. Tuttavia, scopriremo come questi due personaggi siano dei gangster che si stanno dirigendo verso un albergo per recuperare, con le buone o con le cattive, una valigetta per il loro capo Marsellus Wallace. Una volta arrivati alla stanza in questione, però, Jules e Vincent se ne allontanano, ma la cinepresa si rifiuta di seguirli perché sono pronti per travestirsi, per indossare una maschera e per recitare assumendo il ruolo di gangster.

Tale processo di interpretazione teatrale è riassumibile nell’ultima frase professata dalla persona Jules prima di entrare nel personaggio gangster.

” Coraggio, entriamo nei personaggi”

Una volta interiorizzata la maschera, Jules e Vincent appariranno del tutto irriconoscibili, mostrando diverse espressioni facciali, raccontandosi con diverse parole, manifestando un sé fittizio e costruito. In questo senso, Jules e Vincent sono degli autentici meta-personaggi, poiché, attraverso un introspettivo gioco di specchi, si rivelano essere sé stessi e chi fingono di essere.

Questa dinamica di meta-sceneggiatura è letteralmente dichiarata nel suo primo lavoro, Le Iene, attraverso il monito del malavitoso Joe Cabot, l’uomo che radunò sei rapinatori per svaligiare un venditore di diamanti. Alcuni membri della banda appartenevano al losco passato di Joe, altri invece erano esperti professionisti. Tuttavia, Joe ha delle regole:

“Con l’eccezione di Eddie e del sottoscritto, che voi già conoscete, useremo nomi fittizi per questo lavoro. In nessuna circostanza ammetterò che chiunque di voi si rivolga ad un altro chiamandolo per nome e non voglio nemmeno che parliate di questioni personali, compreso: da dove venite, come si chiama vostra moglie, dove siete stati dentro, o anche, per esempio, quale banca avete rapinato chissà dove. Voglio che parliate solo, se è proprio necessario, di quello che dovrete fare, e basta. Ecco i vostri nomi: Mr. Brown, Mr. White, Mr. Blonde, Mr. Blue, Mr. Orange e Mr. Pink.”

In questo modo, Joe affida ai rapinatori dei personaggi da interpretare, cosicché lo spettatore si ritrovi costretto a conoscere solo le informazioni che essi stessi decidano di rivelare, non entrando in contatto con l’autentica persona, ma con il suo personaggio simulato. Le personalità dei soggetti partoriti dalla mente di Tarantino, che poi impareranno ad avere un’esistenza propria, è come se venissero soppiantate dalle identità fittizie volute da Joe. Ed ecco che incontriamo dei rapinatori che al tempo stesso sono degli attori.

Come in The Hateful Eight, questi personaggi, incarnando una complessa caratterizzazione, appaiono agli occhi di chi li osserva come un incomprensibile enigma da risolvere, e agli occhi di Tarantino come fossero un labirinto senza pareti. Vengono presentati come personaggi che contraddicono la propria caratterizzazione, annebbiando la realtà con sfumature illusorie, cosicché ciò che sembra non sia ciò che realmente è.

I film del 1992 e del 2015 è come se fossero una sorta di festa in maschera che, dopo divertimenti e giochi di prestigio, conduca inevitabilmente al conflitto dei soggetti tra sé e il proprio doppio, mostrando quindi l’abilità del regista-sceneggiatore nel creare un personaggio che incorpori diverse caratterizzazioni.

Quentin Tarantino danza nel flusso creato dalla relazione tra il personaggio e il personaggio che esso stesso deve interpretare; questa danza, però, gli permette di trascendere il palco d’esecuzione e sporgersi ancora più in là verso la dimensione meta-narrativa. Sulle note di questa danza nasce Mr. Orange. Il personaggio di Freddy Newandyke, infatti, è un poliziotto sotto copertura che assume le sembianze di un criminale, che a sua volta interpreta il ruolo, affidato da Joe, di Mr. Orange. In questo senso, esso, indossando una maschera sopra un’altra, si rivela essere un meta-meta-personaggio.

Tarantino, attraverso questo personaggio, dichiara esplicitamente come avvenga il processo di caratterizzazione, quale debba essere l’autentico lavoro dell’attore e cosa significhi indossare una maschera.

“Un poliziotto infiltrato deve essere come Marlon Brando. Per fare questo lavoro devi essere un grande attore, devi essere naturale. Devi essere naturale come pochi, hai capito? Devi essere un grande attore perché gli attori mediocri fanno una brutta fine in questo lavoro. (…) Le cose importanti da ricordare sono i dettagli, i dettagli rendono una storia incredibile. (…) Quello che devi fare, amico, è raccogliere tutti i dettagli e farli tuoi, e nel farli tuoi ricordati che è un fatto successo a te, e di come tu hai vissuto quello che è successo. E l’unico modo per riuscirci stronzetto è ripetere, e ripetere e ripetere e ripetere.”

Quentin Tarantino è quindi considerabile come autentico scrittore (i due oscar alla miglior sceneggiatura originale ne sono una possibile dimostrazione), ergendosi come grande autore innovativo e non convenzionale nella costituzione di soggetti narrativi.

In Bastardi senza gloria, per esempio, questa struttura del meta-personaggio è fortemente ripresa. Aldo Raine, detto l’Apache, è un tenente a capo dei “Bastardi”, una squadra speciale delle forze americane composta da otto soldati ebrei pronti a tutto per uccidere nazisti. Tuttavia, durante un preciso momento della pellicola, questo personaggio dovrà interpretare la parte di un attore siciliano, Enzo Gorlomi, per potersi infiltrare in un cinema a Parigi dove è presente Adolf Hitler e le maggiori figure del regime nazista. La sala cinematografica in questione appartiene a una certa Emmanuelle Mimieux, l’illusoria maschera dietro la quale si cela Shosanna, la ragazza ebrea in cerca di vendetta sopravvissuta al massacro del colonello Landa.

Tuttavia, la commedia non finisce qui, poiché il tenente inglese Archie Hicox si troverà costretto a vestire i panni di un vero e proprio nazista, assumendone le sembianze, la lingua, l’accento, ma, purtroppo, non i gesti. Come ci ha insegnato Tarantino ne Le Iene, le cose importanti sono i dettagli, quei piccoli dettagli che comportano una buona o pessima interpretazione. Il tenente Hicox, indicando con la mano il numero tre in modo diverso rispetto alle tradizioni tedesche, si smaschererà da solo, contraddicendo la propria fittizia caratterizzazione e rivelando il vero volto.

Appare evidente come, in questo teatro di ombre simile alla caverna platonica, Aldo Raine, Shoshanna e Archie Hicox siano dei veri e propri meta-personaggi; poiché, come sostiene l’Orso Bruno, “siamo tutti un po’ attori”.

Questi personaggi, ormai all’interno della commedia, necessitano qualche sguardo in più per riconoscersi allo specchio, annebbiati dal flusso creatosi tra i propri pensieri e da quelli del personaggio interpretato. Stessa cosa accade per Django Freeman e il Dr. King Schultz in Django Unchained. I due protagonisti, organizzando un ingegnoso piano per liberare Broomhilda da Candyland, decidono di nascondersi dietro la propria illusione, di narrare il racconto di qualcun altro, di essere autentici attori.

“Schultz: Riesci a spacciarti in maniera convincente per qualcuno esperto di combattimenti tra mandingo?

Django: Perché?

Schultz: Perché il mio personaggio è quello di un danaroso acquirente (…) per entrare nel giro di combattimenti tra mandingo. E il tuo personaggio è di un esperto di mandingo che ho assunto per aiutarmi

Django: Vuoi che faccia la parte del negriero? Niente è più ignobile del negriero. Il negriero è anche più ignobile del capo negro di casa, che è bello ignobile già di suo.

Schultz: E che ignobile sia. Dammi il tuo ne-gri-ero.”

Django, che precedentemente nella narrazione aveva interpretato il personaggio del valletto, si trova costretto ad assumere la parte di un soggetto che incarna degli ideali fortemente in contrasto con quelli del protagonista. Django come negriero, similmente a Hicox in quanto nazista, nega l’autentico sé stesso per dar vita a un personaggio fittizio che incarna istanze valoriali e scelte esistenziali opposte a quelle di chi si cela dietro il velo di apparenza.

I due protagonisti, in quanto meta-personaggi, mostrano sé stessi esclusivamente quando sono da soli, mentre vestono una maschera per il resto del tempo a Candyland. In questo gioco di specchi, infatti, stando alle parole di Mr. Candy, Django è l’occhio mentre Schultz è il portafoglio.

Il tema del doppio è quindi centrale nella poetica tarantiniana, rappresentando un elemento da sempre sotteso e solo sussurrato nella narrativa dell’autore, esplicitato soprattutto con la sua ultima fatica C’era una volta a… Hollywood. La dimensione meta-narrativa viene apertamente dichiarata poiché, in questo film, non ci saranno più solo personaggi che fanno gli attori, ma veri e propri attori che fanno gli attori. Rick Dalton e Cliff Booth, infatti, rappresentano l’esplicazione della nozione di meta-personaggio, poiché sono dei soggetti che per lavoro interpretano un ruolo, manifestando la propria essenza nell’essere qualcun altro. Inoltre, la dinamica del doppio è rappresentata da Sharon Tate che guarda sé stessa, o meglio il personaggio che interpreta, nel cinema, in quel magico mondo in cui la finzione si sovrappone e si mescola con la realtà.

Da queste premesse emergono i personaggi tarantiniani che, come fossero dei personaggi in cerca d’autore, indossano una maschera. Infatti, come Pirandello racconta i propri personaggi interpretare altri personaggi, così narra Tarantino.

“Chi ha la ventura di nascere personaggio vivo, può ridersi anche della morte. Non muore più… Chi era Sancho Panza? Chi era don Abbondio? (Chi era il Dr. King Schultz?) Eppure vivono eterni, perché -vivi germi- ebbero la ventura di trovare una matrice feconda, una fantasia che li seppe allevare e nutrire, far vivere per l’eternità.” Pirandello

Tommaso Paris
“-Dio è morto, Marx è morto, e io mi sento poco bene- (Woody Allen). 22 anni, studio filosofia a Milano, ma provengo dai monti. Filosofia e Cinema, essenzialmente le due ragioni per cui mi alzo la mattina.”

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