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Il Joker nel cinema – Qualcosa in cui sperare

È giunta l’ora. Ci siamo. Eccole, le nicchie oscure del multisala, il luogo del male. Non per snobismo o qualche strano ideale radical chic – il cinema è un’industria, è naturale, e deve dare lavoro a più gente possibile finché questo non leda troppo il prodotto finale -, ma proprio perché ormai invasi da una marea di melma puzzolente che impedisce a molti film degni di tale nome di andare al cinema, che spinge Polanski e Allen a pregare Dio per riuscire a fare anche solo un cortometraggio. È tutto come consuetudine, l’attesa dei miei amici, la calca che aumenta, la faccia del Joker che fuoriesce dalle fottute pareti, e la marea di nerd che presto invaderanno la sala – loro, maledetti!

Loro che con quel fanatismo privo di senso critico stanno distruggendo il cinema.

E dire che il primo Iron Man, il primo Thor, il primo Avengers, i primi due Batman di Nolan e quelli di Burton erano dei film divertenti, e alcuni proprio dei bei film, così come Hulk di Ang Lee o Ant-man o I guardiani della galassia, prima di questa degenerazione da serialità un po’ ingenua, volendo essere gentili. Per cui cosa ci si può aspettare? Poco, pretese ridotte al lumicino, flebile e minuscolo, quasi impercettibile, unico residuo la presenza di Joaquin Phoenix, perché lui non avrebbe mai accettato di prendere parte a un progetto trash (lui, quel folle visionario di I’m Still Here). Una speranza, nulla più, sempre più flebile, ora ridotta al nulla del buio in sala.

E invece…

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Eh sì, e invece. Solo un imbecille potrebbe non essere contento di ricredersi, di pensare di aver speso giudizi troppo severi e prematuri su qualcosa che ora, in un certo senso, lo ha arricchito, ad esempio un libro dalle prime cento pagine lente come il cervello di Starlord, o una ragazzo straordinario che all’inizio ti disgustava come Mr. Darcy a Lizzie Bennet… no, citando Be more cynical di Bill Maher, se due persone si odiano probabilmente si odieranno per tutta la vita, con buona pace di Jane Austen.

La cosa che più stupisce di questo Joker è la sua netta volontà, come fosse una missione, di affrancarsi da ogni associazione agli universi fumettistici. Il personaggio è ispirato all’omonimo dell’universo DC, ma nulla più: ha vita propria, letteralmente, sotto ogni punto di vista. I riferimenti ai Joker precedenti sono subito palesi, forse più a Nicholson che a Ledger, ma soprattutto il riferimento principale è un altro, esterno all’universo dei cinefumetti, una sorta di palese omaggio al mondo del cinema. Ma ci arriveremo.

Ciò che capiscono gli autori, qualcosa che Burton aveva pienamente compreso già trent’anni fa, è che un cinefumetto può divenire interessante solo grazie al cattivo, o se il buono è un antieroe e non un gentiluomo mascherato. Capiscono che il problema di Batman, il suo punto debole, è sempre stato Batman stesso, uno squadrista reazionario completamente fuori di testa, che dopo aver perso i suoi genitori ha deciso di imbottirsi di armi per andare a riempire di botte i cattivi.

Da adolescenti può anche essere qualcosa di affascinante, ma raggiunta l’età della ragione ci si dovrebbe rendere conto dello squallore di un personaggio del genere.

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Era il problema del Batman di Adam West, in cui compare il primo esempio di un Joker sullo schermo, un ridicolo pagliaccio, inserito tuttavia in un contesto parodistico, sfacciatamente fumettistico coi suoi Boom! Pam! Pow!, privo di qualcosa da dire proprio perché senza alcuna pretesa altra se non essere un semplice fumetto trasposto su schermo.

Fu Burton, come accennato, a capire che per poter dare una certa profondità a un cinefumetto si doveva puntare sui cattivi e scostarsi dall’opera originale. Lo farà in maniera preminente in Batman Returns – probabilmente il miglior cinefumetto di sempre, sotto molti punti di vista – in cui la presenza dei cattivi sovrasta completamente quella di Batman e ne diventa un tutt’uno, la sua parte più autentica, come fossero gli unici strumenti conoscitivi capaci di palesare senza ambiguità l’insania di Bruce Wayne.

Ma lo farà anche nel primo Batman del 1989, il primo grande esperimento di cinefumetto, che resta comunque un buon film pur non elevandosi all’altezza del successore.

È qui che si intuisce per la prima volta che l’aspetto più interessante di Batman doveva essere appunto il Joker. È un Joker diverso dal Joker di Nolan, da cui è stato ormai mediaticamente soppiantato, e, benché possa sembrare strano, secondo chi scrive anche molto più realistico; poiché a parte qualche dialogo un po’ ingenuo, o qualche situazione un po’ troppo infantile, la sua ascesa, a differenza del Joker di Nolan, è molto più realistica e consequenziale. E, cosa non da poco, anche come personaggio può donare spunti molto più interessanti.

Inutile, si pensava di poter trattare i due separatamente, ma forse sarà meglio effettuare una summa delle due analisi, prima di passare al Joker di Philips.

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Si diceva, è più interessante perché, mentre Nolan, da buon reazionario, ha un anarchico distruttore di mondi come antagonista di Batman, il cui scopo è quindi di porre un’ammenda al caos generato dal suo Joker, come fossero una dicotomia in lotta priva di punti di contatto sostanziale, in Burton questa differenza è molto meno marcata. Se il Joker di Nolan esprime sempre a Batman i loro sostanziali punti di contatto, sconfessati poi dagli eventi perché Batman non lo ucciderà mai, perché è diverso da lui, è il baluardo che Gotham merita e altri elementi in salsa retorica, il Joker interpretato da Nicholson non ha bisogno di affermarlo.
Burton decide di rendere palese come Joker e Batman siano due facce della stessa medaglia: due pazzi squilibrati, generati l’uno dall’altro, che per determinate ragioni hanno deciso di sfruttare in modo diverso la propria malattia, e che sono portati a scontrarsi per un fine, in buona sostanza, puramente egoistico. Il Joker di Burton non è un terrorista amante della distruzione, ma un artista, un creativo, come ammette nella potentissima scena del museo.

Ha l’ardire di voler cambiare Gotham, distruggendola secondo gli occhi dei cittadini, ma rendendola invece, al suo sguardo folle, più simile ad un’opera d’arte.

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E proprio nella esplicita volontà di Batman di voler uccidere Joker, espressa in modo truce e violentissimo nel finale, che emerge ancor più questa simbiosi tra i due, rendendo pienamente la pericolosità di entrambi i due soggetti, la loro matrice comune, il loro essere delle mine vaganti di una società allo sbando. È questo, secondo chi scrive, che rende il Joker di Nicholson migliore e più innovativo di quello di Ledger – pur essendo la sua un’interpretazione ottima, nessuno può dire il contrario -, oltre a possedere paradossalmente un realismo maggiore.
Difatti, mentre l’ascesa criminale del Joker di Burton è lineare, quasi consequenziale nelle sue dinamiche, essendo già un importante criminale di Gotham il quale, sprofondando in una follia già insita dentro di sé, perde completamente ogni freno inibitore, il Joker di Nolan riesce di punto in bianco a tenere sotto scacco chiunque, i civili come i peggiori criminali di Gotham, che si lasciano prendere a pesci in faccia sin dalle prime scene. Non il massimo del realismo, che è sempre stato definito un grande merito del Batman di Nolan – che, è bene chiarire questo concetto, resta comunque indubbiamente un buon film. Nolan (delizia, e purtroppo anche croce) sa girare, nessuno potrà mai dire il contrario (o meglio qualcuno può anche dirlo, ma avrebbe torto), può capitare che realizzi qualche film minore come Insomnia o Interstellar, ma non riuscirebbe mai a fare un film brutto neanche se si mettesse d’impegno. E il Cavaliere Oscuro, e di conseguenza anche la sua anima portante che è il Joker di Ledger, è sicuramente uno dei suoi lavori migliori – senza però sfiorare lo sperimentalismo di Memento o la potenza narrativa di quel film eccezionale che è The Prestige.

Ma centriamo il punto: uno dei tasti controversi – e, parere personale, dolenti – del film di Nolan era proprio il voler dare un realismo pomposo a una storia che, finché ci sarà un steroidato picchiatore e fanatico delle armi vestito da pipistrello, non potrà mai essere realistico.

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È da questa necessità artistica che si può far nascere il Joker di Phoenix, né più né meno (tralasciamo il Joker di Leto in questa analisi – le cui capacità recitative non si discutono, ma capitato in qualcosa nei confronti del quale, come direbbe Daumier in 8 1/2, è meglio educarsi al silenzio).

Eliminando la figura di Batman, la scena è completamente dominata dalla sua nemesi, come già reso evidente dal titolo, personaggio la cui definizione di nemesi è in realtà forzata in questo caso, proprio per l’assenza della figura del picchiatore svolazzante.

È un Joker che prende completamente le distanze dalla figura fumettistica, che pesca a piene mani da tutt’altre ispirazioni come dicevamo, primo fra tutti dal Travis di Taxi Driver, esplicitamente citato in innumerevoli scene, e di cui sotto certi aspetti questo Joker rappresenta un accorato omaggio. La trama di Joker è quella di Taxi Driver, al di là degli elementi di contorno: la Gotham del 1981 è parente stretta della New York del 1975, col suo degrado, la sua decadenza, i suoi disagi, specchi cristallini del protagonista, come se l’una non potesse esistere senza l’altro nell’ottica in cui vengono mostrati dalla macchina da presa.

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Mentre Travis tuttavia assurge al rango di eroe proprio agli occhi di quella borghesia colta e opulenta da cui era estraneo, qui è un’orda di bifolchi rabbiosi e disperati a eleggere Joker a loro apostolo, creando un’atmosfera forse eccessivamente oscura e apocalittica, ma sicuramente di impatto, impossibile negarlo, così come è impossibile negare una certa profondità tragica donata al personaggio come mai fatto prima d’ora.
Proprio in virtù del suo essere un personaggio tragico, uno dei grandi meriti degli autori è quello di non renderlo mai troppo simpatico. Riescono a immergere subito lo spettatore nell’atmosfera dell’ambientazione, rendendo subito palese a cosa si stia assistendo per tutto il film: a un pazzo psicopatico, che cerca senza dubbio di vivere la sua vita come meglio può, verso cui non si può far altro che gettare uno sguardo di pietà priva di compassione.

Eppure su questa sua condizione gli autori giocano, si divertono a sfaccettarla, ad approfondirla, ad azzardare una rilettura, fregandosene del fumetto e dell’opera originale – non cercando mai giustificazioni, ma solo e semplicemente analizzando la storia di un uomo condannato dalla sorte.

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È un topos antico quanto la drammaturgia stessa, quello dell’eroe il cui destino sarà rovinoso a prescindere dalla sua volontà – che qui si tramuta in un reietto che, senza merito né colpa, porta già in sé i germi della follia. Qualcosa che lo trascende, che ha subito al momento della nascita, che non ha deciso in alcun modo. Siamo sempre tentati, specie in una società che ha come eroi quegli uomini “che si sono fatti da soli”, a marginalizzare il ruolo soverchiante della fatalità nelle nostre vite, citando Taleb, che ha trattato l’argomento in una serie di lavori notevoli (da Giocati dal caso a Il cigno nero), quando invece per la vita risulta rilevante perlopiù una serie di contingenze in parte decise da noi, e in parte solo subite. E quale evento, filosoficamente parlando, si subisce più della nascita, sembra domandarci quest’ultimo Joker?

Proprio questo era il suo grande merito, e possibile rischio: l’avere in mente tante cose da dire, lo spaziare in lungo e in largo su diverse tematiche molto mature, dove il rischio di svilirle o banalizzarle poteva essere dietro l’angolo.

Pur non evitando completamente tale rischio, il film riesce nella maggior parte dei casi a esprimerle in modo convincente, se non qualche volta addirittura efficace. Perché, intendiamoci, Joker non è un capolavoro: è un ottimo film, che dopo un periodo di inesorabile degradazione del cinecomics ci dà forse qualcosa in cui sperare. È così strano cercare di rendere interessante e sfaccettato un personaggio? È così strano desiderare che anche i film di intrattenimento tornino ad essere cinema? Che non vuol dire pretendere che un film sui supereroi sia qualcosa in più di quello che vuole essere, ossia un intrattenimento per ragazzi – lo si ricordi, quando si leggono frasi del tipo: “Ha il diritto di pensare che i fumetti siano infantili e non sofisticati. Forse qualcuno potrebbe dirlo di Dickens, Steinbeck, Melville e persino Shakespeare“, come accaduto a Bill Maher.

Ma che, quanto meno, siano un intrattenimento di buon livello, e che nel migliore dei casi intrattenendo possano anche trasmettere qualcosa, anche solo a livello cinematografico – cosa ormai che sta scemando sempre di più, perché è la scomparsa di una concezione di questo tipo il rischio a cui sembra si vada incontro con questa produzione così massiva e multimilionaria di cine-fumettoni simili a dei parchi a tema, e non lo dice l’imbecille che sta scrivendo, ma Scorsese, coinvolto nella realizzazione di quest’ultimo Joker:

il solo personaggio che possa rendere interessante Batman, e forse, visti anche gli ottimi risultati commerciali, quello che ci dà l’idea che un cambiamento sia ancora possibile.

LEGGI ANCHE: Joker e Scorsese – Arthur, Travis e Rupert

Giulio Gentile
Nasce a Caltanissetta, dove viene benedetto dal provincialismo che fa sembrare ogni cosa più grande. Il liceo, l'università, i soggiorni all'estero, guardare film, leggere, scrivere e un'altra cosa che non ricorda, gli sono sembrati qualcosa di sensato. Il provincialismo ha il dono di far vedere ogni banalità sotto una luce vincente.

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