Home Cinebattiamo Joker e Rorschach – Diario del Nichilismo

Joker e Rorschach – Diario del Nichilismo

copyright Lestat-Danyael.

Tyger Tyger, burning bright, 
In the forests of the night; 
What immortal hand or eye, 
Could frame thy fearful symmetry?

Come la tigre cantata da William Blake, anche Rorschach e Joker sono due primordiali figli della notte, uniti da una paurosa simmetria.

La poesia in questione è tratta da una raccolta intitolata Songs of Innocence and of Experience; possiamo partire da questo titolo per mettere a confronto questi due personaggi.

Nel gioco delle associazioni, l’innocenza sta a Joker – o meglio ad Arthur Fleck – come l’esperienza sta a Roschach. Se quest’ultimo infatti è un uomo che è già divenuto se stesso, la cui visione del mondo, per quanto distorta, ha già raggiunto la sua piena maturità, la storia raccontata in Joker è invece quella di un risveglio: di un uomo che non è ancora conscio del proprio destino e che gradualmente finisce per prenderlo in mano, anche se a modo suo.

La carriera di Rorschach inizia presto: acceca un bullo di strada con una sigaretta ad appena dieci anni. Arthur ci mette di più a carburare, ma fa subito le cose in grande. In un mondo cinematografico sempre più votato al cross-over fra universi narrativi differenti, non sarebbe male vedere questi due personaggi a confronto.

Rorschach diviene se stesso in un singolo istante epifanico, come Paolo sulla via di Damasco. Ma il futuro missionario viene accecato dalla luce divina, Walter Kovacs dal suo opposto, la tenebra della sua assenza. Entrambi chiudono gli occhi, incapaci di sopportare il peso di quella visione che trasformerà entrambi per sempre.

Paolo era diretto a Damasco con l’autorizzazione di condurre in catene i discepoli di Cristo che vi avrebbe trovato. Walter Kovacs invece era entrato in una casa con le migliori intenzioni, cercando una bambina scomparsa. Quando realizza che la bambina è stata fatta a pezzi, e le sue ossa sono state date in pasto ai cani, Walter chiude gli occhi. Il velo dell’illusione si squarcia, e per un attimo eterno guarda in profondità dentro l’abisso, dritto in faccia il male che si annida proprio nel cuore del mondo.

Nel tempo di un battito di ciglia avvengono una morte e una rinascita. È Walter che ha chiuso gli occhi. Ma è Rorschach che li riapre.

“Guardo il cielo attraverso il fumo greve di grasso umano e Dio non c’è. Noi siamo soli. Viviamo come capita, in mancanza di meglio. Poi escogitiamo giustificazioni. Nati dall’oblio, facciamo figli destinati all’oblio come noi, e torniamo all’inferno. Non c’è altro. La vita è dettata dal caso, non segue schemi tranne quelli che ci troviamo noi dopo averla fissata troppo a lungo. Nessun senso tranne quello che decidiamo di imporle. Non è Dio che uccide i suoi figli. Non è il fato o il destino che li massacra e li getta ai cani. Siamo noi. Solo noi.”

Watchmen inizia con un comico che è morto, Joker con un uomo che vuole diventare un comico. Un uomo la cui madre gli ripete sempre che è nato per portare gioia nel mondo, e che sembra stato benedetto da Dio per portare a termine questa missione: Arthur soffre infatti di un disturbo che lo porta a ridere contro la sua volontà, in modo improvviso e irrefrenabile. Ma la sua risata esprime tutto meno che gioia, e assomiglia più all’ululato straziante di un lupo che ad un suono liberatorio e distensivo, capace di sollevare gli altri dai propri affanni. Arthur vorrebbe davvero regalare gioia agli altri, ma ogni suo tentativo, per quanto sincero, viene pervertito nel suo contrario. Sembrerebbe esserci qualcosa di simile a Cristo nel destino di Joker, venuto a portare luce in un mondo che lo ripudia e lo umilia e lo spinge sempre più a fondo.

Ma nel mondo che lo circonda, non c’è nessuna fede che possa aiutarlo a dare un senso al suo dolore. Nessuna maschera che possa dare un volto alla sua sofferenza.

Joker si chiude in un frigo per nascondersi dal mondo.
Rorschach esce da un frigo per sorprendere le sue “vittime”, quelli a cui deve chiedere informazioni. O ce le chiude dentro.
Quando Rorschach entra in un locale, i baristi tremano al pensiero di quello che può succedere. Se Joker entra in un salotto televisivo, nessuno lo vede come una minaccia ma solo come un “freak” da prendere in giro. Chi si sbaglia?

Entrambi sono reietti ai margini della società in cui vivono. Entrambi tengono un diario perché l’unico vero dialogo che riescono ad avere è con loro stessi.

Eppure mentre uno combatte il crimine, l’altro è un criminale. E allora perché ci resta la sensazione che siano così simili? Forse perché in un mondo ormai privo di valori morali, questa distinzione non è mai stata così sottile.

Entrambi vorrebbero essere eroi, ma non possono esserlo. Perché per essere veramente eroi, bisogna avere insieme esperienza e innocenza.

Ma anche perché in un mondo in cui bene e male si confondono, essere eroi non è mai stato così difficile. Troppo alto il rischio per ogni aspirante tale di sbagliare bandiera e finire a combattere per il suo contrario. Prendiamo il caso di Rorschach: nella sua visione tragicamente manichea, il suo scopo è quello di difendere il bene dal male, a qualunque prezzo. Il risultato, che nel suo tentativo di redimere il mondo finisce per perpetrare il male nel tentativo di combatterlo. Eppure, entrambi diventano eroi nella misura in cui danno alla loro città quello che chiede loro.

La New York disegnata da Alan Moore proviene da un futuro distopico in cui l’Orologio dell’Apocalisse – quello che segnala quanto sia vicino il disastro nucleare – sta per scoccare la mezzanotte. Per ammissione del regista Todd Philipps, Gotham è invece specchio del mondo contemporaneo. Piccolo spoiler preoccupante: fra le due cambia veramente poco. Si tratta di due metropoli segnate da emarginazioni e soprusi, società profondamente ingiuste, dove l’odio e la violenza che deflagrano a vampate sulle strade sono l’unico rimedio contro l’indifferenza. Entrambi annotano sul loro diario: “Sono tutti impazziti tranne me?

Rorschach – unico pazzo o unico sano, chi può dirlo? – ha visto il vero volto della città. Il marcio che la invade come spazzatura, malcelato dalla morale borghese e dalle istituzioni che dovrebbero proteggere gli ultimi e che invece contribuiscono a tenere ben saldo il loro giogo. Egli è l’(anti)eroe di una città che non ha più bisogno di simboli.

Joker invece diventa il simbolo di Gotham: è forse ascrivibile a lui come una colpa, se la sua città gli chiede di diventare qualcosa di diverso da un eroe? Se nella sua Gotham la gente ha bisogno di uno come lui? Se il messaggio luminoso proiettato sulle tenebre della notte non sono le ali di un pipistrello, ma la faccia sorridente di un clown?

Rorschach fissa il suo psicologo troppo intensamente. Arthur distoglie lo sguardo per proteggersi mentre parla con la sua. La psicologa di Arthur lo ignora, non lo ascolta. Quello di Rorschach invece si interessa a lui, è convinto di poterlo redimere, salvare; come un pastore che cerca la pecorella smarrita per riportarla nel gregge, e si perde nella foresta piena di lupi. Entrambi gli psicologi dall’alto dei loro studi, non sono persone in grado di capire il dolore.

Scrive Marguerite Yourcenar in Memorie di Adriano:

“sapevo che il bene e il male sono una questione d’abitudine, che il temporaneo si prolunga, che le cose esterne penetrano all’interno e che la maschera, a lungo andare, diventa il volto.”

Sia per Joker che per Rorschach la maschera è diventata il volto. “Ridatemi la mia faccia”, urla Kovacs quando gli agenti gli tolgono la sua. Ma forse non sono state le cose esterne a penetrare all’interno, piuttosto il contrario. Sono le loro profonde convinzioni ad essere affiorate sul loro volto dall’interno.

La maschera di Rorschach è fatta di due strati di lattice che contengono un liquido nero viscoso e sensibile al calore che si condensa in macchie nere che cambiano continuamente forma. L’eterna lotta fra il bene e il male è dipinta sul suo volto, e i suoi occhi vedono il mondo attraverso questo filtro.

La maschera del clown invece sta bene sul volto di chi crede che bene e male non esistano più. Se il bene rappresenta ciò che è desiderabile e che le persone tentano di raggiungere per considerare la loro vita piena e felice, possiamo dire che all’inizio Arthur cerchi il bene. Ma non riesce a trovarlo. Intorno a sé trova solo un mondo grigio in cui il bene è semplicemente tramontato oltre l’orizzonte. Arthur allora smette di cercarlo. Diventa libero quando può finalmente affermare di non credere più in niente. Diventa Joker proprio nel momento in cui impara a irridere ciò che prima venerava.

Si chiude il sipario sulla tragedia; incipit commedia.

“Ho provato la mia forza su ogni cosa. Alle prove, essa è risultata sconfinata. Ma qualcosa su cui applicare questa forza, ecco cosa non ho mai trovato.” Sembra una frase di Arthur ma è di Stavrogin, il protagonista de I Demoni di Dostoevskij, che è forse il capostipite di tutti i Joker.

E se bene e male nascessero dalla stessa fonte che eternamente li genera in un abbraccio congiunto, e fosse impossibile separarli uno dall’altro? Se fossero i due perni su cui il mondo ruota, e togliendone uno uscirebbe dal suo asse?

Rorschach, nel suo disperato titanismo, ci prova fino alla fine e viene distrutto. Joker lo accetta. Il suo riso di adesso è qualcosa di diverso da prima, simile a quello del fanciullo eracliteo che non ha paura di distruggere il mondo per ricrearlo nuovamente. Perché forse questo mondo non merita di essere salvato, o forse non è nemmeno possibile. Forse deve essere accompagnato a fondo, affinché possa incontrare nelle sue stesse ceneri l’evento della rinascita.

“Quelli che ballavano venivano visti come pazzi da quelli che non sentivano la musica”, scriveva Nietzsche. Ed è per questo che vengono rinchiusi nei manicomi. Eppure Arthur, imprigionato, lo era prima. All’inizio danzava come chi ha bisogno di liberarsi, di essere liberato. Nel finale la sua danza sembra quella di chi è finalmente libero.

Il caos ha generato la sua stella danzante.

 

LEGGI ANCHE: Dialogo Immaginario tra Il Joker di Ledger e il Joker di Phoenix

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