Home Sottosuolo Italiano Nuovi Sguardi (Interviste) Elisa Zanotto - la responsabilità dell'essere i nuovi attori

Elisa Zanotto – la responsabilità dell’essere i nuovi attori

C’è un’empatia particolare, un riconoscersi, tra i giovani cineasti italiani che in questo preciso momento storico sentono di poter dire la loro, di avere quantomeno la chance di dare forma al sogno che li ha accompagnati da tutta una vita. E c’è, in questo riconoscersi, la fondamentale consapevolezza che il futuro li stia guardando negli occhi, mettendoli alla prova, sfidandoli prima ancora di avergli permesso di farsi realmente avanti.
Elisa Zanotto, valdostana, una giovinezza tra teatro e romanzi; nei suoi occhi e nelle sue parole la convinzione di volerci essere, in quel futuro.

Apparsa in numerosi cortometraggi e nel lungometraggio Lazzaro di Paolo Pisoni, abbiamo avuto il piacere di rivolgerle qualche domanda, sul ieri, sull’oggi e sul domani.

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Rilanciare il cinema italiano in quanto strumento di riflessione, di scoperta, di condivisione;  per una giovane attrice come te, quali responsabilità si annidano nel crescere in una realtà storica tanto complessa economicamente, ma dal grande valore nell’ottica di un rilancio culturale?

La responsabilità, credo, stia nel selezionare i progetti ai quali partecipare. Ad inizio carriera in realtà è praticamente impossibile, quando non si è nessuno non si è nella posizione di poter rifiutare. In ogni caso, chiunque abbia un po’ di spirito critico, ami il cinema (o le serie), è sicuramente in grado di valutare quali storie valgano la pena di essere raccontate, e quindi in quali progetti metterci, letteralmente, la faccia. Le responsabilità, credo, sono sempre le stesse e non cambieranno mai: non mentire al pubblico, rispettarlo, dargli intrattenimento di alta qualità, anche quando si tratta di storie molto leggere. A me piace il cinema impegnato, ma senza essere “pesantone”, non so se mi spiego. Fare cinema di qualità, che sappia intrattenere, pur raccontando aspetti molto spiacevoli, è possibile (e noi italiani lo sappiamo bene, basti pensare alle pellicole straordinarie degli anni 60). A tal proposito, ho visto di recente Una notte lunga 12 anni, di Alvaro Brechner, che raccontava la storia vera di tre Tupamaros tenuti in ostaggio dall’Uruguay per 12 terribili anni in quanto dissidenti politici. Uno dei tre, quello che aveva subito le condizioni più dure, nel 2010 è stato eletto Presidente. Bene, non si trattava certo di un film allegro, eppure il regista ha saputo calibrare diversi elementi, compresi poesia e comicità, rendendo il film un perfetto connubio tra impegno civile e godibilità.

Attori

Il cinema italiano e i giovani; quanto è necessario che i talenti emergenti del nostro panorama, dagli attori ai registi agli sceneggiatori, osino, propongano, alzino la loro voce?

Non collego l’innovazione all’età. Si può fare un film fresco a 50 anni, e film “stanchi” a 20. L’importante, secondo me, è avere qualcosa da dire, e magari anche un “come”. Se si hanno questi requisiti, allora sì, vale la pena di pestare i piedi per poter fare il proprio film. Questo per quanto riguarda registi e sceneggiatori. Per quanto riguarda gli attori, per una questione di buon senso, educazione e professionalità, credo sia positivo fare proposte sul set, ma senza imporle, e di sicuro non è il caso di alzare la voce. Se non ci si fida del regista, la cosa migliore è abbandonare il set. Sicuramente, bisogna affrontare il problema delle defezioni del pubblico al cinema quando ci sono pellicole italiane, salvo rari casi. Spesso si tende a riproporre formule già provate, che probabilmente appaiono più rassicuranti perché hanno funzionato, o a proporre cose che sono innovative in Italia, ma straviste all’estero. Entrambe queste soluzioni non vanno forti al botteghino. Ecco, io sogno un cinema italiano che non sia commentato, all’uscita dal cinema, dalla triste formula “per essere italiano non è poi così male”. Questo perché amo visceralmente e spassionatamente il cinema, e vorrei, da attrice ma anche da spettatrice, che l’Italia torni ad essere un paese che va forte, esporta tanto, e che ha un cinema molto amato dagli italiani in primis.

Volendo focalizzarci sul tuo personalissimo percorso, com’è evoluta la tua visione di questo mestiere dal momento in cui hai modo di relazionarviti direttamente? Cosa vuol dire, in questo momento, essere attrice in Italia?

Nei momenti neri, ad esempio quando non faccio un provino per mesi, penso di potermi considerare attrice solo perché ho un agente (nel mio caso una donna, tostissima, Eleonora Cecinelli, della IPC International) e perché faccio teatro. Nei momenti meno pessimisti, mi concentro su altri fattori, ad esempio cosa mi fa pensare di essere predisposta per questo lavoro: sono molto empatica, mi piace leggere le emozioni altrui nel linguaggio extra verbale inconsapevole, quando sono concentrata mi dimentico di me stessa, mi immedesimo moltissimo negli altri (grazie ad anni di letture infantili – i romanzi credo siano essenziali nella formazione degli attori, se ti immedesimi nei protagonisti qualunque cosa facciano, è fatta – e infanzia, adolescenza e giovinezza ricchissime di film e spettacoli teatrali). Da un punto di vista egoistico, posso dirti che recitare è l’unica cosa che mi faccia stare davvero bene, che mi renda davvero felice. Da un punto di vista più altruista, posso dire di aver ben chiaro e volermi far carico del ruolo dell’attore: emozionare, intrattenere, ma anche informare, far riflettere.

Esiste un regista italiano, navigato o emergente che sia, che ti ha maggiormente spinto, attraverso i suoi racconti, a tentare la strada della recitazione? Da chi ti piacerebbe essere diretta, in futuro?

In un certo senso. Mi considero una “mutaforma”, la mia aspirazione è quella di non rivedermi mai due volte in ruoli simili. Il mio alter ego, nella regia, è Garrone: nessuno più di lui è propenso a uscire dalla propria comfort zone.
Mi piacerebbe essere diretta dai fratelli D’Innocenzo. I loro primissimi piani agli attori, che colgono e registrano ogni micro espressione facciale, mi terrorizzano e galvanizzano allo stesso tempo. Insomma, ci sono tutti i presupposti necessari per una buona riuscita. Un altro regista col quale mi piacerebbe molto lavorare è Valerio Mieli. Nei suoi film, e in particolare nell’ultimo, traspare uno sguardo estremamente attento e sensibile sul mondo.

Attori

Negli ultimi anni, numerosi registi sono emersi nello scenario italiano, dando prova di un fervore artistico quanto mai fondamentale per la ripresa del nostro movimento; vedi un futuro roseo per il cinema nostrano?

Immagino dipenda più che altro dalla lungimiranza dei produttori (ride). No, seriamente, io sono una persona ottimista, altrimenti non sarei venuta a Roma dalla regione più lontana e sconosciuta d’Italia, per fare uno dei lavori più ambiti. Certo che vedo un futuro roseo per il cinema italiano. Basta volerlo. Non accontentarsi di incassare il giusto, ma puntare a fare del gran cinema.

E riguardo il tuo futuro, dove ti vedi tra dieci anni?

Felice.

Leggi anche: Edo di Lorenzo Tardella – l’urgenza di raccontarsi

 

 

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