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Alice non abita più qui – Di cosa parliamo quando parliamo di casa

Sin dai primi minuti, abbracciati da una melodia dolcissima e accogliente come sanno forse essere solo le atmosfere natalizie anni cinquanta, il film è già profondamente viscerale. Il rosso di Natale e l’azzurro di un cielo sterminato fanno da sfondo all’immortale “directed by Martin Scorsese”. Sì, proprio lui: lo stesso di Taxi Driver, Toro Scatenato, Quei bravi ragazzi. E lo stesso di New York New York che, forse, è una delle pellicole più sentimentalmente vicine ad Alice non abita più qui. Come se dietro – parlo sempre dei primi minuti, quelli in cui lo spettatore prova a immergersi in un immaginario creatosi nella danza sulle note –  ci fosse la Tara di Rossella O’Hara a fare da rimando più grande: era il 1939 quando Victor Fleming dirigeva Via col vento, di anni ne erano pur passati (Alice non abita più qui è del ‘74), ma il mito di quella storia travolgente era ancora nell’aria e faceva di sicuro parlare tanto.

Ventisette anni dopo cambia tutto. L’Alice bambina della prima scena non esiste più e, insieme a lei, anche la zuccherosa melodia. Al loro posto un ragazzino e un rock spietato a tutto volume, Tommy, figlio di Alice. E così, la storia ha inizio.

“Io ancora mi aspetto di vederlo tornare per cena”

Alice perde suo marito in un incidente stradale e da allora la sua vita subisce un cambiamento radicale. Deve innanzitutto rimediarsi uno stipendio che consenta a lei e Tommy di vivere dignitosamente, ma L’unico lavoro che io sappia fare è cantare” è l’unica autentica verità. La commedia si mescola felicemente, non a caso, al genere caro a Scorsese quale è quello del musical. Lo stesso titolo riprende, con intenzione, una canzone degli anni trenta.

Alice non abita più qui

Alice guida con Tommy accanto e dall’alto parte Daniel di Elton John che con candore accompagna i due protagonisti dal Nuovo Messico all’Arizona, in cerca di fortuna. Fortuna che non tarda troppo ad arrivare, Alice infatti riesce a trovare impiego come cantante e tra un ammiratore e un altro, si vede spuntare Ben, forse solo un po’ piccolo, tanto da meritarsi l’appellativo di “ragazzino”. Ma, grazie al cielo, l’amore insegna che le differenze d’età contano ben poco. Riempio le cartucce di polvere da sparo” ammette Ben con umiltà quando iniziano a domandarsi a vicenda di cosa vivono, mentre in sordina passa alla radio I will always love you. Quel per sempre, però, risulterà essere alquanto fasullo, l’uomo si rivelerà – a distanza di non troppo tempo – aggressivo e violento, tanto che Alice e Tommy daranno vita a loro secondo esodo che porterà la donna a lavorare come cameriera in una locanda. Il Lui in questione in questa parte del film è, invece, un uomo di grande garbo. Secondo e ultimo, David è il vero prediletto dalla donna.

Alice – facciamone un promemoria, Ellen Burstyn vince l’Oscar come migliore attrice protagonista per questo gioiello – incarna la possibilità tutta umana del riscatto e del cambiamento, sia nel piccolo di se stessi, sia in senso più panoramico ed esteso a relazioni o rendiconti con terzi. Perfino il rapporto lavorativo intessuto con una collega dal temperamento parecchio discutibile mostra quanto l’essere umano sia soggetto e preda di trasformazioni continue. Da prorompente insofferenza reciproca a profonda amicizia:

Si ha bisogno di parlare con qualcuno ogni tanto.

Eh, sì. Scommetto che anche tu ti senti un po’ sola.

Eccome. Mi manca la mia amica Bea. Sono più o meno le due e mezza, no?

Esatto. Come hai indovinato?

Bea starà guardando Sono tutti miei figli, ora. In quello sceneggiato c’è un tale che si chiama Jeff e lei ne è pazzamente innamorata.

Ehi, vuoi che ti presenti qualche pollo? Ne conosco tanti qui in città che per una come te si butterebbero a terra con la bava alla bocca.

Affascinante come prospettiva.

E tra le risate nasce per Alice una nuova intesa, proprio con quella donna tanto detestata nei primi tempi e che invece ora diverrà sua complice.

Alice non abita più qui

È dura lasciar andare la vita a cui si è legati. La città, la casa, le amicizie. Quella di Alice è, infatti, una corsa in avanti ma anche un po’ all’indietro. Protesa verso il nuovo ma sempre pronta a guardare al passato e ai legami recisi con la città in cui ha vissuto per tanti anni, ma soprattutto con la sua terra d’origine, Monterey, più e più volte reclamata nel corso della pellicola. E la voglia è quella di tornarci, di non dirle mai addio ma solo un temporaneo arrivederci, un sussurrato a presto. Si appartiene sempre ai luoghi che ci hanno visti crescere, cambiare, trasformarci. Ed è dura ripartire da zero, doversi reinventare in qualche modo. Ma, d’altra parte: si appartiene davvero ai luoghi? E viceversa: i luoghi ci appartengono? Cosa, in fondo, non ci dà pace quando decidiamo di stare un posto piuttosto che in un altro? Spinti da esigenze lavorative come Alice, o da ragioni di altro tipo: davvero casa è solo il posto in cui siamo nati e cresciuti? O casa è anche solo una persona? Con le sue braccia, con le sue labbra, con la sua voce.

Monterey come Itaca. Il punto è che non c’è nessuno ad aspettare Alice in quella città a cui si sente indissolubilmente legata. Ma, allo stesso tempo, tagliare quel cordone ombelicale le sembra impossibile come obiettivo da porsi. Negli anni in cui è stata lontana da Monterey – con Tommy e il marito viveva già altrove – ha mitizzato tanto la sua terra e la promessa fatta a se stessa era quella di tornarci.

DAVID: Ora la prima cosa che devi fare è stabilire cos’è che vuoi. E una volta stabilito ti ci butti dentro a piedi pari e il resto vada pure a farsi fottere.

ALICE: Io voglio cantare. Io voglio fare la cantante. Io sono una cantante […] sono stata felice a Monterey, brutto scemo.

 Alice non abita più qui

Da recuperare a tutti costi, Alice non abita più qui è la storia di ognuno di noi immortalato difronte ad un bivio che non lascia scampo: lavoro e amore, carriera e affetti, città nuova e città del cuore.

DAVID: che preferisci? Vuoi tornare a casa tua o vuoi tornare a cantare?

ALICE: voglio l’uno e l’altro. Non posso avere l’uno e l’altro?

Le grandi scelte, che si voglia o meno, sono sempre nascoste dietro questi problematici binomi. E allora, forse, solo la certezza di un amore presente, che c’è, aiuta Alice ad autoconvincersi di poter essere felice anche altrove. E che casa può essere ovunque, se abbiamo l’amore con noi. Se allora Raymond Carver si chiedeva Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, Alice pone a se stessa il medesimo quesito, in merito però a ciò che usualmente chiamiamo casa. Finché non capiamo che casa e amore sono due sinonimi e niente più.

 

Leggi anche: Il primo Cortometraggio di Martin Scorsese – The Big Shave

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