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Intervista all’autrice Marta Perego – Raccontare le donne del cinema

Ospite a Visioni Fantastiche, il festival di cinema rivolto alle scuole tenutosi a Ravenna dal 21 al 29 ottobre, Marta Perego, scrittrice e giornalista televisiva, racconta il suo ultimo libro, Le grandi donne del cinema: 30 icone immortali della storia della cinematografia mondiale raccontate ed esplorate nella loro realtà di dive e, in certi casi, quasi di manifesti.

Da Monica Vitti a Jennifer Lawrence, da Audrey Hepburn a Valeria Golino, da Anna Magnani a Emma Watson; la passione per il cinema condivisa attraverso le loro storie, la loro epoca e il contesto durante il quale hanno inscritto il loro nome nell’albo degli immortali della settima arte.

Abbiamo avuto l’occasione e il piacere d’intervistarla, sperando, attraverso poche domande, di riuscire a trasferire la grande passione che ogni sua parola ci ha comunicato.

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Durante la presentazione sono stati vari i momenti in cui hai parlato di divismo, e del modo in cui influenza il modo in cui le donne vengono raccontate nel cinema: eppure ci sono registi, Virzì in Italia nello scorso decennio o Xavier Dolan in questi ultimi anni, che indagano e raccontano la figura femminile nella sua realtà più ordinaria, terrena, al di là di ogni divismo e di ogni spettacolarizzazione; nel crescere sempre più incessante dei social in quanto mezzo di esaltazione personale, ha ancora futuro una narrazione che esplori la donna nella sua dimensione più reale?

Marta Perego: Certo che ha futuro: è la sostanza del cinema, è la sostanza delle storie, raccontare vite vere che vadano al di là del blockbuster, del cinecomic o del personaggio eroico di cui conosci già la vittoria finale. Il cinema vero è il cinema che è in grado di rendere una vita insignificante qualcosa di straordinario e universale: basti pensare a Una giornata particolare, dove Scola prende due divi mondiali, due icone irraggiungibili come Mastroianni e Loren e li trascina a terra, ad una mettendole una vestaglia e all’altro facendogli interpretare un omosessuale. Ha raccontato dunque una storia particolare, una storia di affetti, nonostante il contesto del fascismo al di fuori: loro due s’incontrano in quanto due solitudini. Se togliamo al cinema la capacità di raccontare la vita non rimane che il documentario, o l’inchiesta. Il cinema, come i grandi romanzi, è quel luogo in cui è necessario essere onesti rispetto alla vita delle persone, permettere allo spettatore di riconoscersi nelle fragilità dei personaggi, che sono fragilità che fanno parte di tutti. Questo è uno dei grandi motivi del grande amore che ha suscitato nelle nuove generazioni un regista come Guadagnino, il quale ha portato al cinema un libro (Chiamami col tuo nome di Andrè Aciman) che indaga il primissimo innamoramento, che sia omosessuale o eterosessuale, toccando corde di una sensibilità pazzesca, raccontando il timore del desiderio che non si riesce ancora a capire perché non lo si è ancora provato.

Prima hai fatto un bellissimo riferimento al concetto di narcisismo e umiltà nell’essere attore; rispetto invece alla tematica primeggiante a cui facevi riferimento, ovvero l’essere un’icona femminile che va oltre l’essere attrice e sfocia nell’essere quasi un manifesto, mi chiedevo: che tipo di rapporto sussiste tra egocentrismo e altruismo nel pensare di essere la giusta diva? E in che modo è cambiato negli anni, tale rapporto?

Marta Perego: La differenza rispetto a prima è che oggi il narcisismo è imperante; una volta ce l’avevano solo le dive, adesso siamo tutti dei narcisi che passiamo la vita a farci i selfie, ci sentiamo tutti un po’ delle star e ci è permesso essere delle star dal momento in cui le cose che facciamo piacciono agli altri. Io non so al giorno d’oggi dove sia l’altruismo e dove sia l’egocentrismo, ciò che posso dire è che sono un po’ preoccupata rispetto a questo narcisismo imperante, che ti porta a guardare solo te stesso, chi ti segue, le foto che pubblichi, la vita che racconti, perché molti ragazzi e molte ragazze pensano che basti fare l’influencer per raggiungere una forma di successo. La seconda cosa che m’intimorisce è questa forma di esaltazione per il successo di per sé, che oggi è dilagante, questa chimera dell’avere successo e del disperarsi se non si ha successo. Ed è un qualcosa che non concepisco: il successo lo si raggiunge attraverso il lavoro, lo studio, la fatica, il mettersi alla prova; guadagnandoselo, dunque. E’ lì che acquista valore: il successo di per sé, l’avere successo senza di fatto fare nulla, non vale niente, è un successo vuoto. Bisognerebbe parlare meno di successo e ricordarsi che siamo tutti degli esseri umani con la loro storia, fatta sì di successi, ma anche e soprattutto di fallimenti. E’ il modo in cui si supera il fallimento a determinare chi si è, non la rapidità con cui si costruisce un successo facile, vuoto, per l’appunto.

Riguardo l’Italia, c’è una risposta attraverso l’arte a questo narcisismo dilagante che imperversa nel mondo? Penso ad esempio a registi emergenti come Ciro D’Emilio o i fratelli D’Innocenzo, il cui cinema quasi si contrappone alla dimensione del successo di per sé di cui parlavi prima.

Marta Perego: La risposta attraverso l’arte c’è in Italia come c’è in tutto il mondo dal momento in cui esistono gli autori, e in Europa nacque il cinema d’autore. Non ci dimentichiamo che la Nuova Hollywood nasce negli anni ’70 in America guardando proprio al cinema europeo, con registi come Scorsese o Coppola che si son detti “vogliamo fare anche noi questo tipo di cinema, vogliamo scrivere e raccontare le nostre storie, vogliamo fare gli autori”. Quindi la forza del cinema italiano, del cinema europeo è senza dubbio nell’autorialità, nel provare a dare immagine alle proprie ossessioni, nel raccontare ciò che accade intorno a noi. E io credo che al giorno d’oggi ci siano registi, in Italia come nel mondo, in grado di farlo: dal mio punto di vista servirebbe solo un po’ più di coraggio nel sostenerli e nel ricercarli, soprattutto. Il problema delle generazioni è che si chiudono in loro stesse, creando una sorta di chiusura verso le nuove per paura che possa succedere qualcosa. Se un ragazzo ha realmente qualcosa da dire, storie da raccontare, è necessario che vengano raccontate, e che lo stesso ragazzo comprenda che anche il valore in una nicchia è un grande valore.

 

Leggi ancheElisa Zanotto – la responsabilità dell’essere i nuovi attori

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