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RNFF: Once upon a time in London – Conversazioni con il regista Simon Rumley

Once upon a time in London di Simon Rumley

Nella nostra cultura il C’era una volta assume inevitabilmente delle sfumature sospese e nostalgiche, essendo in grado di trasportare la nostra mente, attraverso quegli indelebili ricordi d’infanzia, al mondo delle favole. Tuttavia, pur incontrando tale approccio in tenera età, la narrazione favolistica non ci ha mai abbandonato ed è riuscita a trascendere la sua iniziale impostazione.

Autori come Leone in “C’era una volta in America” e Tarantino in “C’era una volta a … Hollywood” dichiarano, attraverso le loro opere e i rispettivi titoli, che strada narrativa hanno deciso di intraprendere, trasformando anche la storia realisticamente più tragica in un racconto dalle sfumature fiabesche. Ed è così che, sosterrebbe l’eterno Nietzsche, il mondo vero finì per diventare favola.

Eppure, Simon Rumley con il suo “Once upon a time in London” decostruisce questa assunzione favolistica, narrando la cruda e violenta realtà che c’era una volta, ma che, fatalmente, c’è tutt’ora.

La pellicola racconta l’ascesa e la caduta dei vari imperi della malavita londinesi, trasponendo quasi trent’anni di violenza, tradimenti, inganni, ricatti e troppa ambizione. Se all’inizio della narrazione il trono era spartito dalle famiglie White e Sabini, lo scettro passa al controverso Jack Spot e poi al brillante Billy Hill, annunciando nel finale l’approdo dei gemelli Krey. In tal modo, come un vero e proprio eterno ritorno dell’uguale, questa storia si ripeterà tragicamente all’infinito, poiché ci sarà sempre un re della malavita. Ed è così che, parafrasando Nietzsche, questa volta la favola finì per diventare mondo vero.

Il “C’era una volta”, quindi, smarrendo le sue tonalità originarie, forse, è un drammatico “C’è ancora”.

Once upon a time in London è una novità per il regista inglese essendo, rispetto alle precedenti pellicole come Fashionista, la prima opera non scritta e ideata da Simon Rumley stesso, rivelandosi quindi meno intima e introspettiva. Il film è stato presentato in Anteprima Nazionale al Ravenna Nightmare Film Festival il 30 ottobre 2019. Noi de La Settima Arte abbiamo avuto la fortuna di incontrare, conversare e discutere con il regista Simon Rumley.

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Da quale dei due personaggi protagonisti sei stato più affascinato? A chi hai fatto il “tifo” leggendo la sceneggiatura?

Innanzitutto, da quando ho letto la sceneggiatura la prima volta ci sono stati diversi cambiamenti. Prima era molto più focalizzata sul personaggio di Billy Hill, ma ho pensato fosse più interessante immergermi nel conflitto, nel rapporto dialettico e così ho introdotto in modo più pregnante il personaggio di Jack Spot. Girando il film, paradossalmente, la narrazione ha seguito più la strada percorsa da Jack rispetto che quella del suo rivale. Billy è un personaggio più carismatico, più interessante introspettivamente, ma c’era qualcosa riguardo Jack che mi ha stregato, essendo lui auto-distruttivo. Lui, infatti, era diventato re della malavita, possedeva un impero, ma lo perse soprattutto per un inconsapevole auto-sabotaggio. È difficile da scegliere quale sia il mio preferito, poiché entrambi dei personaggi molto interessanti: Billy è l’unico criminale nella storia britannica a diventare un gangster di così grande successo senza essere condannato alla prigionia dalla polizia o ucciso da un nemico rivale. Sono due soggetti molto diversi l’uno dall’altro, lo si può notare ad esempio attraverso il loro approccio con le donne.

In questo film i personaggi femminili sono fortemente e profondamente caratterizzati. Quale ruolo hanno svolto nella tua narrazione?

Questi personaggi erano relativamente simili a quelle donne storicamente esistite. Ciò che è veramente interessante è come loro siano le uniche persone che sono riuscite a trasformare autenticamente i protagonisti della storia. Per esempio, Rita, la moglie di Jack, è stata la prima persona ad avere il coraggio di affrontare quei criminali, non abbassando la testa nemmeno in tribunale, a differenza di tutti che avevano troppa paura di fronteggiare “quei bravi ragazzi”. Rita fu colei che cambiò radicalmente la storia inglese. Oserei dire come sarebbe ugualmente interessante, se non addirittura più interessante, narrare questa storia attraverso i loro occhi.

Quanto è difficile lavorare su un personaggio storicamente esistito? Dove risiede il confine tra ciò che è possibile romanzare e ciò da cui invece non è possibile muoversi?

Ho provato ad essere più fedele ai fatti storici quanto più fossi in grado. La cronologia del film inizia nel 1936 e finisce nel 1964, ci sono 28 anni in cui immergersi, e per questo è un progetto narrativamente molto ambizioso. Alcune cose sono frutto della nostra immaginazione, ma la maggior parte dei fatti narrati fuoriescono dalla storia più nuda e cruda. È interessante lavorare sulla realtà tangibile, ma questa deve essere necessariamente rimodellata e plasmata sulle idee dell’artista.

Quale film gangster ha inspirato di più Once upon a time in London?

Eh, bella domanda. Questo genere è stato fondamentale per la mia adolescenza, e di conseguenza della mia formazione personale. Per questo film penso sia C’era una volta in America, ma amo Quei Bravi Ragazzi, ovviamente, e soprattutto Performance (Sadismo) che è un film inglese del 1970 di Nicolas Roeg con Mick Jagger dei Rolling Stones. Penso che questi siano i miei tre film gangster preferiti e, inevitabilmente, quelli che più mi hanno influenzato.

A questo proposito, qual è il suo rapporto con Nicolas Roeg?

Sono profondamente legato a Nicolas Roeg, fu fondamentale nella realizzazione di una mia opera. Gli inviai la sceneggiatura e andai a casa sua un paio di volte, discutemmo della storia e ascoltai i suoi racconti sul cinema, sulla sua esperienza nel magico mondo della settima arte. Così divenne produttore esecutivo. È una persona veramente umile che segnò profondamente la strada artistica che ho deciso di intraprendere. È decisamente il mio regista preferito.

Che consiglio ti sentiresti di dare ai giovani che vogliono intraprendere la strada del cinema?

Penso che il consiglio sia sempre lo stesso. Se sei in grado di scrivere, scrivi il tuo racconto; se non sei in grado di scrivere, trova uno scrittore e sviluppa progetti insieme. Gira il tuo film. Cerca sempre di fare cinema, realizza il tuo materiale, narra la tua storia.

 

 

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Tommaso Paris
“-Dio è morto, Marx è morto, e io mi sento poco bene- (Woody Allen). 22 anni, studio filosofia a Milano, ma provengo dai monti. Filosofia e Cinema, essenzialmente le due ragioni per cui mi alzo la mattina.”

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