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Scrubs: Perry Cox – How to Save a Life

“Se cominci a sentirti in colpa per la morte di ogni paziente, non torni più indietro. Ho visto fior di medici rovinarsi in questo modo, e non permetterò che capiti anche a te, pivello.” 
(Perry Cox, stagione 5, episodio 20)

Il mito, la leggenda, l’ineluttabile dottor Perry Cox: l’uomo rude e scorbutico armato di sarcasmo che ci ha insegnato come difenderci in questo folle mondo. Colui che nella sua misantropia accoglie la paura come sensazione positiva, poiché permette di non fare le cose a metà. Il dottore che ci ha spinto ad ottenere quelle poche vittorie possibili nella vita, così da avere la forza di combattere anche quelle battaglie che sappiamo di non poter vincere.

Chiunque guarderebbe a lui con ammirazione, come ad un mentore, poiché mai se ne andò docile in quella buona notte, ma sempre insorse. Dall’esterno una persona meschina e presuntuosa, all’interno un vecchio saggio che ha solo fallito più volte di quante altri abbiano mai provato.

Senza mai curarsi del pensiero altrui, dotato dell’arroganza guadagnata in anni di esperienza e tormenti, appare sempre come un eroe, deus ex machina della medicina, dell’amore e della morte.

È quasi impossibile per J.D. (e per lo spettatore) non ambire ad avere un briciolo della sua verve, della sua spavalda sicurezza. Tuttavia, sarebbe un desiderio morboso, un desiderio che Cox stesso vorrebbe scongiurare.
La sofferenza ha forgiato un uomo invero eccezionale, ma incapace dei rapporti sociali più semplici, scontroso, emotivamente chiuso e, inevitabilmente, solo. Nemmeno lui vorrebbe essere come è, nonostante tutto. E non può permettere che qualcun altro lo diventi: dietro la maschera del cinico bastardo si nasconde un uomo instabile e spezzato dalla vita e che tenta disperatamente di evitare che altri provino il suo dolore.
La parte più difficile è convivere con sé stessi, accettare la crudeltà, tentando ogni giorno di fare del proprio meglio.

perry cox
Perry Cox (Scrubs, 2001-2010)

Infatti, per quanto detesti le persone e sia profondamente scettico sulla natura benevola e cangiante dell’essere umano, Cox ha sempre dato il tutto e per tutto per i suoi pazienti. Pur avvolto perennemente in un camice di insolenza, non gli è mai riuscito di non preoccuparsi.
Nonostante curare una persona significhi “solamente” rimandare l’inevitabile, condannarla a vivere quel secondo di più per permetterle di sbagliare, farsi del male o peggio. L’errore è una costante umana e Cox lo accetta con rassegnata saggezza, un senso della premura decisamente unico, ma inesorabile.

L’egocentrismo può essere un effetto collaterale del provare costantemente a non fallire e riuscirci, quasi sempre. Poiché infatti, a volte, ci si imbatte nel proprio destino sulla strada presa per evitarlo, e il tentativo più encomiabile di salvare una vita degenera nel suo contrario. Si può aver fatto tutto per bene e comunque non ottenere nulla.

where did i go wrong?
I lost a friend
(How to save a life – The Fray)

L’ossessione del trionfo, della salvezza, può accecare e portare a far trapiantare tre pazienti con organi contaminati dalla rabbia. Uno dopo l’altro crollano, e così anche il falso idolo che fu Perry Cox.

Il mito, la leggenda, nemmeno loro sfuggono al destino nel giorno in cui sceglie di rincarare la dose. Tra i pazienti perduti c’era anche un vecchio amico di Cox. Lui che doveva essere infallibile, che avrebbe dovuto dare l’esempio, che ha insegnato a J.D. come superare le perdite inevitabili, cade a pezzi.

J.D. -“Hey dove vai? Il tuo turno non è finito. Ricordi quello che mi hai detto? Se inizi a        sentirti in colpa per la morte delle persone… non torni più indietro.”

Cox -“Si… hai ragione.”

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Il suo turno è finito, almeno per lui, in questa vita, in quel ruolo di guaritore fallito. Nel mentre suona un pianoforte malinconico, sulle note di una canzone lontana, che narra della frustrazione del non essere intervenuti in tempo, dell’essere incapaci di salvare una vita.
Viene da chiedersi, però, se quelle parole che raccontano di una persona che vuole aiutare e un’altra che forse non vuole essere salvata, si riferiscano a Perry e ai suoi malati, oppure a J.D. e al suo nuovo paziente, lo stesso dottor Cox, ora colpito da quella malattia abissale che è la depressione. Un baratro di autocommiserazione, senza apparenti vie d’uscita.

Step one, you say we need to talk
He walks, you say sit down, it’s just a talk
He smiles politely back at you
You stare politely right on through
Some sort of window to your right
As he goes left, and you stay right
Between the lines of fear and blame
You begin to wonder why you came

Per quanto la canzone accompagni la puntata 5×20, il suo testo sembra estendersi alla puntata successiva, in cui un insicuro J.D. va a trovare Cox, per salvarlo da sé stesso. Le strofe lo esortano:

let him know that you know best/ cause after all, you do know best/ try to slip past his defense/ without granting innocence.

L’allievo diventa maestro, non per sempre, ma per quel decisivo momento, un attimo fuggente in cui tentare l’impossibile: riportare indietro una persona dal suo punto di non ritorno. Come? Con l’elogio più grande che Scrubs (tramite J.D.) potesse fare al fallimento e quindi all’essere umani.

perry cox

Ho cercato di convincermi che la ragione per la quale non sono venuto qui prima è che ti sei presentato ubriaco al lavoro, ma non è per questo. Io avevo paura, credo, che dopo tutto questo tempo io ti veda ancora come il grande supereroe che mi tira fuori da qualsiasi guaio. Credo di essere venuto qui per dirti quanto sono orgoglioso di te, non perché hai fatto del tuo meglio con quei pazienti, ma perché dopo vent’anni che fai il medico, quando le cose vanno storte, per te è ancora un duro colpo. E devo dirtelo amico, insomma…sei il tipo di dottore che vorrei essere io.” (John Dorian, stagione 5, puntata 21)

Nessuno, neanche il migliore, in questa vita, è Superman; non sempre bastano le sole proprie forze. È difficile immaginarsi l’inerme civile che salva il supereroe di turno, eppure è questo ciò che accade in Scrubs.

Cox, dopo anni di intramontabile sarcasmo e cinismo, dopo anni di esperienza, traguardi ed emozioni nascoste, ha ancora il coraggio di non fregarsene, di essere vulnerabile, di arrabbiarsi, di abbattersi. Perché gli importa, perché ci tiene, nonostante la premura sia il terreno più fertile per il dolore. Quella stessa premura, però, che ha reso Cox e J.D. padre e figlio non di sangue, ma di spirito. Gli unici che si preoccupassero degli altri, in modi che sono agli antipodi, come nessuno prima di loro, né dopo.

L’alfa e l’omega, così vicini nei loro estremi, si tendono la mano, il padre come guida, il figlio che ne cercherà sempre l’approvazione, anche quando sarà lui, paradossalmente, a reggere il fardello di entrambi.

J.D., che ha sempre cercato l’orgoglio di Cox, per un fugace istante della sua vita può essere orgoglioso del suo mentore. Orgoglio che lo salverà e riporterà l’eroe in carreggiata, perché i pivelli hanno ancora bisogno di lui. Il suo turno non è finito. E non finirà mai.

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