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V per Vendetta – Il simbolo fra narcisismo e speranza

Il simbolo è come il silenzio. Entrambi riempiono la realtà senza appesantirla della loro presenza. Invisibili e intangibili sono osservatori di vicende umane, dalle quali straripano emozioni urlanti in grado di rompere quel silenzio, così come possono corrodere quel simbolo troppo simbolo. In V per Vendetta (2005), pellicola tratta dall’omonimo fumetto di Alan Moore, è il simbolo in quanto tale il vero protagonista.

 

Il palazzo è un simbolo, come lo è l’atto di distruggerlo, sono gli uomini che conferiscono potere ai simboli, ma con un bel numero di persone alle spalle far saltare un palazzo può cambiare il mondo”. – V

Nell’economia del significato, il simbolo è un atto semiotico di compravendita. Questo significa che un fatto, una persona, un’azione si fanno simbolo solo vendendo la loro immanenza a favore di una trascendente speranza. La realtà che abita il mondo dona una parte di sé affinché qualcosa di nuovo possa nascere e arricchire l’umanità, o annichilirla.

Come un qualunque Alfred Borden, V ci indica la direzione verso cui guardare, celandoci un’illusione mai così palese, di cui ne percepiamo la presenza asfissiante senza scorgerla. Il palazzo è il simbolo del potere, la sua distruzione il simbolo del risveglio delle coscienze, ci viene detto. La nostra attenzione è catturata da quell’obiettivo prelibato, del cui gusto immaginiamo di nutrirci avidamente.

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Ecco il prestigio, così poco nascosto, ma mai realmente svelato: farsi simbolo, portatore di valori morali estranei alla distopica società orwelliana, ormai assuefatta al controllo. Una tensione celata, ma presente già in quel monologo iniziale sulla congiura delle polveri del 5 novembre 1605 e sull’importanza dei simboli. V come vendetta, V come il numero romano cinque. Avete bisogno di me, avete bisogno che io diventi simbolo per liberarvi dalle catene della tirannia: questo sembra sottendere V.

Si nasconde, ma si nota, una quasi impercettibile differenza fra divenire un simbolo perché viene infranta la parete dell’indifferenza – emblematico il caso del Joker di Phoenix – e innestare quell’idea attraverso la manipolazione psicologica, scelta che rivela sempre un elemento narcisistico. È il paradosso che lega il simbolo all’annullamento della propria identità e, contemporaneamente, all’esaltazione del più profondo Io.

“[…] Ma se vedete ciò che vedo io, se la pensate come la penso io, e se siete alla ricerca come lo sono io, vi chiedo di mettervi al mio fianco, ad un anno da questa notte, fuori dai cancelli del Parlamento, e insieme offriremo loro un 5 novembre che non verrà mai più dimenticato”. – V

La costruzione del simbolo, in questo caso, nasce dalla ricerca di sé stessi: quella del protagonista, ma anche quella delle persone alle quali parla. In questo senso, il narcisismo danza assieme alla speranza, un valzer che scaccia quella solitudine troppo a lungo coltivata. Non che debba ridursi a patologia, ma un frammento di narcisismo soggiace alla volontà di divenire simbolo e, insieme alla speranza, ne costruisce il senso più intimo.

Il protagonista di V per Vendetta

La maschera, ormai un simbolo che ha squarciato la quarta parete, è il feticcio che si presta ad esser tale, ma che, allo stesso tempo, cela un Io ancor più simbolo. È la contingenza del reale, in cui questa si specchia e alla quale viene donata l’essenza di colui che è necessariamente simbolo, divenuto tale lungo un ineffabile telos.

Sotto questa maschera troverai un volto, ma quel volto non è il mio più di quanto lo sia la carne o le ossa ancora più sotto di esso”. – V

Farsi ideale, decostruire la propria identità, affinché la forza di ciò che diviene simbolo si affacci sulla realtà con maggior impeto, non richiede solo la narcisistica speranza di essere quel che è necessario. Significa accettare, in modo simmetrico, l’universale che disintegra il particolare, la moltitudine che annulla l’unità. Significa girovagare attraverso lande pirandelliane, in cerca del proprio Io.

 

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Eppure il simbolo occulta la propria fragilità, che invece si rivela in modo duplice. Se sono le persone a conferire potere ai simboli, nel momento in cui questi esauriscono il loro significato, il loro stare-per-qualcosa, possono venir facilmente tralasciati. Inoltre, il simbolo denota qualcos’altro, qualcosa che lui non è, qualcosa di fallibile, come l’essere umano per esempio.

È esattamente quello che succede ne Il Cavaliere Oscuro ad Harvey Dent, simbolo della giustizia prima, corroso dalla fallibilità umana poi. Un equilibrio quanto mai precario definisce il rapporto fra un ideale come la giustizia e il portatore sano di quella fallibilità.

Cadono i miti, tramontano gli idoli. Non ci si può sorprendere che falliscano anche gli uomini.

Non trascurabile poi il fatto che proprio il simbolo e le persone che lo rendono tale si autoalimentino a vicenda. Il simbolo infatti si nutre della speranza delle persone per continuare ad essere simbolo e, in maniera speculare, restituisce quella speranza ai loro legittimi proprietari.

Stare-per-qualcosa fa del simbolo il mezzo più efficace per riconoscersi nell’Altro, in ciò che non si è, e che tuttavia permette di conoscere una volta di più noi stessi. Non c’è identità realmente definita senza il riconoscimento delle identità altrui. Il simbolo è solo un mezzo, tanto per il significato quanto per il risveglio dell’umanità.

Finch – “Chi era lui?”

Evey – “Era Edmond Dantès. Ed era mio padre. E mia madre, mio fratello, un mio amico, era lei, ero io, era tutti noi”.

V per Vendetta

 

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Leggi anche: V per Vendetta – La dialettica dell’idealismo rivoluzionario

Edoardo Waseschahttps://edoardowasescha.wordpress.com/
- Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere - Aspirante giornalista - Nerd da prima che diventasse una moda

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