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Incontro con Liliana Cavani – il Cinema come esperienza umana

In una fredda e piovosa mattinata di inizio novembre, la Settima Arte ha avuto il grande privilegio di incontrare una vera e propria leggenda del cinema italiano: la regista Liliana Cavani, ospite d’onore alla XVII edizione del Ravenna Nightmare Film Fest. Autrice di famose pellicole, com Al di là del bene e del male, Il gioco di Ripley e Il portiere di notte, la regista ci ha parlato a cuore aperto della sua carriera: parole trasudanti professionalità ed esperienza, ma soprattutto una fortissima e inesauribile passione per il proprio lavoro. Poche ore dopo l’incontro, viene proiettato, in versione restaurata, il suo film più celebre: Il Portiere di Notte.

“Rivedere i propri film restaurati è una cosa bellissima, ne sono molto grata. Il restauro permette di rispolverare queste pellicole, di riscoprirle. D’altronde un film è un po’ come un libro aperto: adattare la forma, i colori, il sonoro è un modo per farlo rivivere negli anni.”

Agli albori degli anni 70, con Il portiere di notte Liliana Cavani scandalizzò l’opinione pubblica, portando sullo schermo una storia profondamente anticonvenzionale. Anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, Lucia (una conturbante Charlotte Rampling), donna sopravvissuta ai campi di concentramento, si imbatte nel suo vecchio aguzzino, Maximilian Aldorfer (Dirk Bogarde), portiere d’albergo presso un hotel di Vienna. I due intraprendono presto una relazione passionale, ma distruttiva, fondata sulla violenza e sui continui ricordi di una sofferenza passata, impossibile da dimenticare. Liliana Cavani ebbe il coraggio di descrivere le terribili conseguenze della Guerra attraverso un’intima e masochista storia d’amore: un originale ritratto del rapporto tra vittima e carnefice, psicologicamente più complesso di quanto possa apparire.

Liliana Cavani

Com’è nata l’idea di questa storia?

“L’elemento che rende questo film ancora celebre dopo più di trent’anni è senza dubbio il personaggio interpretato da Charlotte Rampling, reso iconico dalla copertina del film. Anni prima, nel 1965, realizzai per la RAI un documentario storico, intitolato Donne della Resistenza: per la prima volta si parlava di donne partigiane, non solo nel ruolo di staffette, ma come vere e proprie combattenti. Ebbi l’occasione di intervistare queste donne, a cui chiesi soprattutto il motivo, perché avessero deciso di sacrificare le proprie vite. Tutte mi risposero allo stesso modo: per la parità, perché le donne avessero gli stessi diritti e la stessa dignità degli uomini. In particolare, mi colpì la testimonianza di una donna che era stata per un certo tempo ad Auschwitz. Le chiesi che cosa, tra le tante, non potesse perdonare maggiormente ai Nazisti. Lei mi rispose che essi le avevano fatto compiere azioni di cui non credeva fosse capace, facendole conoscere il Male vero. E’ proprio da queste confessioni che è nato il personaggio di Lucia Atherton: sicuramente senza quel documentario, non avrei mai girato Il portiere di notte.”

Nel sentire Liliana parlare con tanta passione di queste donne, una domanda sorge spontanea: in quanto donna, ha trovato difficoltà ad affermarsi nel mondo del cinema?

“Mi considero fortunata. Quando frequentavo il Centro Sperimentale di Cinematografia, ho vinto un importante concorso organizzato dalla RAI: ciò mi ha permesso di iniziare a girare documentari storici, collaborando con persone molto in gamba. A dire il vero, ho iniziato ad amare i film da bambina, quando mia madre mi portava al cinema tutte le settimane. Quando andavo al liceo, vinsi un concorso organizzato dalla rivista “Il Mulino”, scrivendo un articolo sul Neorealismo. Avevo il cinema dentro, molto prima di iniziare effettivamente a girare film”.

Liliana Cavani è sempre stata una cineasta coraggiosa nella scelta dei soggetti dei suoi film. In particolare, la regista ci ha parlato della genesi di una delle sue opere meno famose, ma a cui è particolarmente affezionata: L’ospite, ambientato in un manicomio.

Liliana Cavani

“All’inizio degli anni 70, il mio film I Cannibali veniva proiettato presso un Cineforum a Pistoia. Spesso, durante le proiezioni, vedevo un grande gruppo di ragazzi e ragazze dall’atteggiamento un po’ bizzarro, ma a cui non avevo dato molto peso. Un giorno rimasi chiusa dentro ad una sala, insieme ad alcune di queste ragazze e capii che si trattava di pazienti del manicomio di Pistoia. Quando chiesi informazioni all’infermiera che li supervisionava, venni a sapere che si trattava principalmente di persone con vari problemi, ma che, poiché provenivano da famiglie molto povere, non potevano permettersi di rivolgersi a psichiatri o psicanalisti. Venivano quindi rinchiusi in questi posti, mal curati e isolati dal mondo come scarti della società. L’idea del film è proprio nata dalle mie conversazioni con questa infermiera, molto critica riguardo alle condizioni in cui vivevano questi “ospiti” del manicomio.”

Questa audace regista, però, non ha portato sullo schermo solo storie controverse o dai temi socialmente scottanti, ma ha saputo spaziare fra vari temi come pochi registi nel nostro Paese. In particolare, viene ricordato Milarepa, ambientato in Tibet, che esplora la figura di un famoso monaco tibetano attraverso gli occhi di un giovane occidentale.

“Da tempo leggevo libri riguardanti altre religioni e culture e feci anche un bellissimo viaggio in India. Mi interessava conoscere modi di pensare diversi dal mio, scoprire che esistevano differenti visioni sulla vita e sul mondo. Per questo film, mi rivolsi a Fosco Maraini (padre della scrittrice Dacia Maraini), famoso tibetologo: fu lui a suggerirmi di girare Milarepa in Abruzzo.”

Liliana Cavani

Liliana Cavani ha inoltre lavorato con star internazionali. In particolare, la donna ha ricordato con tenerezza la sua collaborazione con Mickey Rourke, protagonista di Francesco (1989).

“Lavorare con Mickey è stata un’esperienza bellissima. All’inizio il produttore del film era contrariato dalla mia scelta, a causa del denaro che avrebbe richiesto assumere una star come lui, ma io volli provare. Cenai con lui una sera: lo trovai molto umano e gentile. Prima di girare, abbiamo parlato a lungo delle nostre vite personali, cosa che ci ha aiutato molto poi nella realizzazione del film. Conservo davvero un bel ricordo di quell’esperienza”.

Liliana Cavani

Prima di salutarci, Liliana Cavani ci ha infine confessato la sua personale visione di Cinema, che racchiude l’essenza di questo splendido incontro.

“Credo che girare un film costituisca un vero e proprio viaggio dentro se stessi. E’ una scoperta continua. Per questo considero i film di Vittorio De Sica il punto più alto del nostro cinema: opere dense di sentimento, di umanità. Ecco, penso che il cinema sia proprio questo: il racconto dell’esperienza umana”.

Abbiamo avuto l’onore di conversare non solo con una grandissima cineasta, ma con una donna coraggiosa e appassionata. A noi giovani scrittori di cinema, con poca esperienza, ma tantissima passione, non può che riempirsi il cuore di gioia dinanzi alle parole di un’artista come Liliana Cavani. Una donna che ha trovato nella settima arte la massima espressione dell’umanità, un modo per comunicare la propria visione del mondo e della vita. Un incontro che certamente non dimenticheremo mai.

Leggi anche: RNFF- Conversazioni con Jean-Jacques Annaud

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