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Il Laureato, la Nuova Hollywood e la Disperazione

Come si spiega l’enorme successo de Il Laureato? È senza dubbio una pellicola ben riuscita; Dustin Hoffman, Anne Bancroft, Simon & Garfunkel, etc. etc… e tutto ciò che si loda e si deve lodare di un film: le sequenze, la regia, i costumi. Tutto impeccabile, senza dubbio. L’atmosfera inebriante degli anni ’60, la giovinezza, con le sue incertezze, l’amore. Tutto ciò rende il film molto apprezzabile e di fatto è stato molto apprezzato, sia dalla critica che dal pubblico; da quest’ultimo soprattutto, e inaspettatamente.

Ma non è tutto qui. Fermarsi qui sarebbe dare una lettura facile, alla buona, de Il Laureato che invece pretende di imporsi come un manifesto della solitudine, della disperazione, del vuoto in cui si è specchiata un’intera generazione. Il tutto attraverso delle immagini all’apparenza innocue, che celano il proprio segreto dietro le avventure fugaci di un giovane indeciso, troppo sensibile sia per non porsi in questione che per darsi delle risposte decise. Si nasconde qualcosa di più profondo e complesso lì dietro, dietro la semplicità, dietro l’atmosfera sdolcinata, il visetto da bravo ragazzo di Dustin Hoffman, il lieto fine quasi scontato, quasi regalato allo spettatore, il “e vissero tutti felici e contenti”, tramonto alle spalle, vestito nuziale e via verso il futuro.

Siamo nel 1967; Hollywood sta cambiando. Gli spettatori americani sono stanchi del cinema narrativo classico, vogliono pellicole all’europea, pellicole colte, adatte al nuovo panorama culturale. Ma le produzioni statunitensi ristagnano. I protagonisti dell’età d’oro di Hollywood si sono pressoché tutti ritirati dalle scene. Così, mentre in Francia divampa la Nouvelle Vague, mentre in Italia la Commedia all’italiana riadatta le proposte avanguardistiche del Neorealismo all’atmosfera più frizzante del boom economico, negli USA, invece, nella migliore delle ipotesi, al cinema danno Kubrick, ma il Kubrick ancora oppresso dalle morse invadenti delle major; altrimenti danno Tutti insieme appassionatamente. Le sale sono vuote. Ma in questo panorama mortuario, come un  fulmine a ciel sereno, inizia a riscuotere un successo imprevisto al botteghino Il Laureato. È l’opera seconda di un regista ancora più o meno sconosciuto, Mike Nichols. È una piccola produzione indipendente, ma segnerà l’inizio di qualcosa di nuovo e inarrestabile. Solo due anni più tardi (’69), con Easy Rider diverrà irreversibile l’ascesa economica e culturale del cinema new age, rigorosamente indipendente.

La nuova Hollywood: Taxi Driver, Il Laureato, Gangster Story, Easy Rider.

Siamo nel 1967; Il mondo sta cambiando, l’America in primo luogo. Gli anni ’60 sono agli sgoccioli, la plastica è alle porte, il Vietnam è un calvario; masse di giovani borghesi, disillusi, di lì a poco si riverseranno nelle piazze. Intanto il disprezzo cresce. Verso la generazione precedente, i suoi valori, il suo ben pensare, la sua candida futilità. Benjamin Braddock è un giovane di questi, un baby boomer. Come tanti sopprime le sue angosce nell’apatia. Ben ha tutto: un bell’aspetto, una buona istruzione, una buona famiglia, un’età invidiabile. Ha il mondo a portata di mano, ma è proprio per questo che non può far altro che indietreggiare, che chiudersi in sé. L’insoddisfazione che lo attende dietro ogni scelta è dipinta sul volto dei suoi genitori, degli amici di famiglia che gli fanno visita, che si congratulano con lui. Un abisso di illusioni e di rinunce, di speranze naufragate, trapela dietro i loro falsi sorrisi, la loro cordialità addomesticata. Benjamin finisce per intrattenere una relazione amorosa con la signora Robinson, quarantenne rimasta incinta troppo giovane, che in un momento d’intimità gli rivela come il suo sogno fosse stato di lavorare nell’arte. Invece di essere coinvolto da questa relazione, Ben passa, con la stessa espressione disinteressata, dal letto della signora Robinson alla sua poltrona, alla sua sdraio, al suo materasso gonfiabile.

Dustin Hoffman e Anne Bancroft ne Il Laureato.

La vita scorre monotona. Non che sia priva di avvenimenti, anzi, alcuni anche coinvolgenti; semplicemente Ben li osserva passare, perso in una paralisi esistenziale. Poi cambia qualcosa, d’improvviso. Benjamin è costretto a uscire con la figlia della signora Robinson, Elaine, e se ne innamora perdutamente, in una sera soltanto. Ma Elaine scopre della relazione con sua madre ed è promessa in sposa ad un altro. Ben è costretto a doverla inseguire. In lui però si agita un’emozione nuova. Gli brillano gli occhi. Qualcosa è cambiato, come se si fosse risvegliato alla vita. La sua espressione è diversa, è inebriato dalla passione; finalmente uno scopo per cui valga la pena mettersi in gioco, rischiarla tutta. Elaine è per lui la speranza di una via di uscita, di un punto di fuga. È il momento più importante della sua vita. Finalmente un obiettivo da raggiungere, finalmente una fede in cui credere, una vita da spendere, da offrire per una causa.

Benjamin ce la fa, alla fine riesce a interrompere il matrimonio. I due fuggono dalla chiesa, sbarrando la porta alla generazione precedente che li insegue, rabbiosa e vendicativa.  Saltano su un autobus. Si lasciano alle spalle tutto quell’universo di insicurezze e paure. Finalmente il lieto fine.

Ma Hollywood, lo si è detto, sta cambiando. È l’essenza di questo cambiamento è tutta nascosta dietro quest’ultimo piano sequenza, quest’ultimo mezzo minuto di ripresa. Qualche decennio prima sarebbe bastato calare il sipario qui: lui, innamorato, conquista lei, innamorata, ma promessa a un altro, e mano nella mano corrono verso il loro destino. E invece la telecamera indugia. Il tempo scorre. I due amanti siedono, l’uno accanto all’altro. Sorridono meno adesso. Lei guarda lui, lui guarda dritto. Il respiro si fa più calmo. Cala il silenzio. E adesso? Cosa viene adesso? Cosa bisogna fare? Dov’è la soddisfazione? Dov’è il futuro? I loro volti si appesantiscono. I sorrisi cedono, collassano in smorfie quotidiane. Ben ha di nuovo la faccia di sempre, impassibile, apatica.

Hallo darkness my old friend.

Possibile che anche ora, dopo tutto questo, torni il silenzio? Che fosse solo l’ennesima illusione, un’altra falsa speranza? Un altro fallimento? L’autobus continua ad andare. Sono insieme finalmente, ma non sembrano mai esser stati così soli. Non sono le aspirazioni mal riposte di una coppia di giovani a venir meno, è una generazione intera che collassa sulla sua cultura: vivi per raggiungere uno scopo, vivi per darti da fare; più è dura la lotta più è duratura la soddisfazione. Ma cosa ne sarà degli ultimi, degli emarginati (Taxi Driver)?; cosa ne sarà di chi non accetta questa cultura (Easy Rider)?, cosa ne sarà, di chi non manca di nulla, come Benjamin, ed è perciò costretto a inventarsi uno scopo, a fondarlo sul nulla, di fretta; su una donna appena conosciuta, su un progetto di vita appena abbozzato?

L’ascesa della classe borghese occidentale ha dissolto la miseria della condizione materiale, un tipo tutto nuovo di miseria si diffonde tra le masse, una miseria più sottile, più sofisticata. È una miseria che richiede una nuova cultura per essere smascherata, un nuovo cinema. Benvenuti Paul Schrader, benvenuto Dennis Hopper. Benvenuta Nuova Hollywood.

Leggi anche: Easy Rider – Riscrivere i canoni del cinema hollywoodiano
Il Laureato (1967).

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