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Parasite – Ciò che fummo e che sempre saremo

Primissimo film sudcoreano a vincere la Palma d’Oro a Cannes, Parasite è l’ennesima conferma della qualità che il cinema del lontano Oriente ha esportato e continuerà a esportare. Bong Joon-Ho, regista di The Host, Madre, Snowpiercer, sarà il primo regista di tale provenienza a poter sperare di aggiudicarsi quell’Oscar al Miglior film straniero che nomi come Kim Ki-Duk, Wong Kar-Wai o Park Chan-Wook non sono mai neanche riusciti a sfiorare.

Si tratta di un film dalle molte facce, Parasite, che posa lo sguardo su quell’insito bisogno della mente umana di classificare, operare distinzioni, dividersi, ieri come oggi, ora come allora. Perché, pur con una brillante ironia, è questo ciò che mostra la prima parte del film: una famiglia povera, quindi destinata a vivere stanziata in luridi sobborghi, e una famiglia ricca, sospesa in una villa su una collina, fresca, giovane e quasi noncurante dell’esistenza di strati della popolazione che un’esistenza simile non potrebbero mai neanche sognarla.
E come ci racconta lo stesso Bong Joon-Ho, le due famiglie entrano in contatto nell’unico modo a loro consentito: tramite una relazione lavorativa.

L’elemento della casa, il cui valore semantico è stato più volte esplorato dal cinema orientale (esempi ormai celebri quelli dei sopracitati Kim Ki-Duk e Wong Kar-Wai), diventa un mezzo di sospensione dal reale, una navicella nella quale s’intrecciano vite e storie di personaggi all’apparenza medesimi e accomunati da questo omogeneizzante periodo storico, ma di fatto diversi, divisi da una barriera antropologicamente ardua da abbattere.

Parasite

Una volta entrati nella navicella, non ci si chiede più nulla: si naviga sulle onde di una commedia che tocca corde della tragedia, di un dramma con tratti anche vistosamente grotteschi. Momenti in cui senza apparente ragione risuona In ginocchio da te di Gianni Morandi durante uno slow-motion in salone, o momenti di suspense e tensione che impediscono quasi totalmente ogni tentativo di inquadrare il film in un singolo genere, per quanto tale etichetta sia oramai raramente efficace.

Nella società capitalista contemporanea ci sono ranghi e caste che sono invisibili ai nostri occhi. Le teniamo nascoste e lontane dalla vista, superficialmente si può pensare alle gerarchie di classe come a una reliquia del passato, ma la realtà è che ci sono linee di separazione tra le classi sociali che non possono essere attraversate. Credo che questo film descriva le inevitabili fratture che si creano quando due classi sociali entrano in contatto nella società d oggi, sempre più polarizzata.
(il regista Bong Joon-Ho)

In una parvenza di solidarietà e tolleranza, è attraverso i dettagli che malumori e fratture si rendono visibili: il tema dell’odore, o del fetore del padre della famiglia povera, che il suo corrispettivo ricco non sopporta e indirettamente discrimina, o il tema del sotterraneo, ricorrente nella seconda parte del film.
In definitiva, ciò che il film mostra e racconta è la metafora di una società intera, racchiusa in due famiglie e quattro mura, costretta a una convivenza pacifica solo in superficie. E nella quale si ha difficoltà a distinguere chi siano i padroni e chi i parassiti.

Parasite

Un cast funzionale e divertente, dal feticcio del regista Song Kang-Ho (presente in The Host e Snowpiercer) ai talenti cristallini dei giovani Choi Woo-Shik e Park So-Dam, per quello da molti definito il film dell’anno.

E Forse non a torto.

Leggi anche: Wong Kar-Wai – il binomio tra tempo e uomo

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