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Scorsese e il Gangster – Il Lato Oscuro del Sogno Americano

 

“Quando si è cresciuti a Little Italy, che cosa si può diventare, se non gangster o prete? Ora, io non potevo essere né l’uno né l’altro. Ho dovuto cambiare strada per sopravvivere.” Martin Scorsese

Orientarsi in una filmografia complessa e stratificata come quella di Martin Scorsese è come perdersi in una grande foresta, dove ogni pochi passi le caratteristiche cambiano: e così capita che da un bosco di conifere ci si ritrovi in una giungla fitta ed impenetrabile, o camminando fra le betulle di una tundra si venga sorpresi da precipitazioni tropicali.

A volte Scorsese viene descritto come un regista di genere: di gangster movie,per la precisione. Questa categorizzazione è valida tanto quanto lo è racchiudere tutta la biodiversità che abbiamo descritto sopra sotto la definizione di “foresta”. Utilizzando i numeri come bussola, le sue opere che hanno come protagonisti i gangster – in forme così diverse fra loro che di nuovo sembra una forzatura ricondurle sotto un’ unica definizione – sono solo 5, su una produzione che consiste di quasi 50 film, fra finzione e documentaristica.

Eppure, se di essi il primo a lanciarlo fu Mean Streets, e oggi, a 76 anni, è tornato con The Irishman, un fondo di verità ci deve essere. Perché i gangster movie rappresentano forse non l’unico, ma perlomeno il più evidente fra i fili rossi di una filmografia altrimenti caleidoscopica.

Il suo Pentateuco, potremmo dire.

Ci sono molte strade che portano al cinema. Kubrick vi è arrivato dalla fotografia. Alcuni registi, come Spielberg, vi giungono affascinati dallo strumento tecnico della macchina da presa. Altri attraverso la scrittura e la storia.

Scorsese vi arriva per una vera e propria malattia, una urgenza espressiva che è la cifra più autentica della sua opera. Una angoscia esistenziale, esaltazione nervosa e ardente che si trasfigura in verità e sentimento in ogni suo fotogramma. Scorsese porta i suoi demoni sullo schermo, conscio che è l’unico modo di portarli alla luce. I suoi film sono strappati dalle viscere, come Atena che esce dalla testa di Zeus. Ma a differenza della dea, nelle sue opere noi non vediamo solo la scintillante armatura che niente racconta delle doglie del parto, ma anche il tormento interiore.

Per un regista simile, una tematica onnipervasiva come quella dei gangster non può che affondare radici profonde nella sua anima.

Gangster o prete. Tutte le infinite possibilità della vita di un giovane, nella Little Italy dei primi anni ’60, si riducono a questa polarità. Gangster o prete. La presenza di Dio, o la sua assenza.

Martin stava per diventare un prete e probabilmente voleva diventare un gangster.

Ma ha scelto una terza via, quella del cinema – che come la religione cerca di dare una interpretazione della vita, ma non in maniera univoca.

Eppure il suo cinema più che una alternativa, sembra una sintesi delle altre due strade.

“La chiesa vuole che tu stia al tuo posto. In ginocchio, in piedi. In ginocchio, in piedi.
Ma un uomo si fa strada da solo. Nessuno ti regala niente. Te lo devi andare a prendere. Se decidi davvero di diventare qualcuno ci diventi. È questo che non ti dicono in chiesa.”

dice Frank Costello in The Departed.

scorsese

Se diventare preti significa schiacciare se stessi sotto una tonaca ed un ordine morale,   diventare un gangster rappresenta l’autoaffermazione. Uscire da quell’anonimato che sembra l’unica destinazione che il contesto sociale promette. “Io non voglio essere un prodotto del mio ambiente, io voglio che l’ambiente che mi circonda sia un mio prodotto”, dice sempre quel gran sacerdote della corruzione che è Costello.

L’ambiente in cui i gangster si muovono è la strada. Il crocevia dove si incontrano la violenza e la possibilità della redenzione. Perché è solo lì dove sono stati commessi, che si può trovare assoluzione per i propri peccati. Charlie, il protagonista di Mean Streets, rappresenta perfettamente il divario fra le due anime della Little Italy. É un gangster (o quasi) in perenne attesa del giorno del giudizio. Perché se è vero che il sangue deve rimanere sulla lama, è vero anche che per lavarlo via è necessario altro sangue: il proprio. É Cristo stesso a insegnare che l’assoluzione viene solo dal sacrificio.

“Ci sono due inferni, quello che puoi toccare con un dito, e quello che porti nel tuo cuore”, dice Charlie. I gangster di Scorsese vivono nel secondo, nella lontananza da Dio. E l’inferno che scatenano fuori, è solo un pallido riflesso di quello che portano dentro.

Mean Streets

Ma c’è di più. La figura del gangster non affonda le sue radici soltanto nell’anima dell’uomo Scorsese, ma in quella dell’America stessa. É il lato oscuro del sogno americano.

Se il sogno americano in origine era spirituale – la ferma credenza che si potesse ricreare la propria vita a partire da ogni momento – e materiale insieme – lande desolate e vergini del West da conquistare – terminata l’espansione si è secolarizzato in qualcosa di esclusivamente materiale, l’accumulo di denaro. I gangster movie rappresentano proprio questo, l’accumulo di beni materiali ma la perdita dell’anima.

Che differenza c’è, in fondo, tra il giovane il cui unico sogno nella vita è quello di entrare a Wall Street e sommare quanti più zeri possibile sul proprio conto in banca, ed Henry Hill, il protagonista di Goodfellas, che guarda con desiderio dalla finestra – come ha fatto anche lo Scorsese bambino – i padroni del suo quartiere, quelli che saltano la fila e non rispettano le regole?

Quello che il piccolo Henry non sa quando dice che “fare il gangster è sempre stato meglio che fare il Presidente degli Stati Uniti”, è che i gangster non sono fuorilegge nel vero senso del termine, ma semplicemente persone che vivono sotto leggi differenti, con le loro particolari zone d’ombra – ricordate la scena in cui Tommy De Vito uccide il povero barista?

Gangs of New York analisi e recensione

In questo senso, la violenza non va contro l’ordine costituito, ma anzi serve a preservarlo attraverso la paura. É la lezione che pronuncia il gangster ante litteram Bill il Macellaio in Gangs of New York, avvolto in una bandiera a stelle e strisce.

L’aspirante gangster sogna il sogno americano, ma vuole prendere una scorciatoia per raggiungerlo. Ed ogni scorciatoia ha un prezzo. La sua vita sembra una Las Vegas piena di luci, ma è circondata da un deserto pieno di buche; ed è un attimo finirvi dentro, e non solo con i piedi.

Il gangster crede che il denaro con le sue infinite possibilità sia un lasciapassare verso l’eterno.

E quando Henry, al culmine del suo successo, entra al Copacabana con la sua donna, ed il mondo intero sembra inchinarsi al suo passaggio, o forse a raccogliere la scia di banconote che si lascia dietro, crede di essere arrivato, che il suo sogno si sia realizzato e di stringerlo fra le mani così saldamente che non potrà più sfuggirgli.

Come il grande Gatsby, non si accorge che quel sogno è già alle sue spalle, da qualche parte nella vasta oscurità che circonda la sua anima.

 

 

  • CURIOSITA’: Negli anni Cinquanta, Martin Scorsese, trascorreva le giornate ad osservarele strade di Little Italydalla finestra della sua camera. Tra le persone che popolavano il vivace quartiere newyorkese, a colpire il suo immaginario erano soprattutto quelle più misteriose e minacciose, dai piccoli delinquenti fino ai boss della mafia italoamericana. Diventato adulto, il regista ha voluto farci affacciare alla finestra della sua stanza, per farci osservare ciò che vedeva da piccolo. Nasce forse così uno dei suoi capolavoriQuei Bravi Ragazzi. (Di Alessandro Cataldi)

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