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Fritz Lang – l’Arte tra Cinema e Pittura Espressionista

Fritz Lang.

 

Il cinema espressionista

Il termine “espressionismo” è piuttosto ambiguo: può essere utilizzato per indicare un movimento artistico (quello della Germania all’inizio del ‘900) oppure una categoria dell’arte, uno stile assolutamente universale; cioè quando un artista cerca di dare forza alle immagini o alle parole per arrivare ad un’espressività molto intensa. Se invece intendiamo l’espressionismo come movimento artistico storicamente ben preciso, nato in pittura e successivamente allargatosi a varie arti come il teatro, il cinema, la poesia, possiamo sintetizzare le sue principali caratteristiche nell’idea della forte distorsione del segno (per esempio un’inquadratura cinematografica).

Per poter realizzare queste distorsioni il cinema espressionista diventa il regno dei trucchi, delle vecchie attrazioni (come era solito utilizzare Georges Méliès), utilizzate come strumenti per creare illusioni e allucinazioni. Spazi immaginari si mescolano a spazi reali potenziando a dismisura il mondo fantastico; per fare ciò i cineasti tedeschi si affidavano ad alcune tecniche ben precise e particolari. Utilizzavano ad esempio il cosiddetto effetto Schüfftan, che prese il nome dal grande fotografo Eugen Schüfftan. Tale effetto consentiva per così dire la creazione di mondi immaginari, e proprio per questo motivo è ritenuto l’antenato del cinema virtuale; in realtà altro non è che il perfezionamento dei trucchi scenici del già citato Méliès, che non a caso è considerato il padre del green screen contemporaneo.

Questa invenzione può essere considerata come il simbolo dell’intera finzione cinematografica tedesca, poiché si iniziano così a inserire i corpi degli attori reali all’interno di luoghi visionari e virtuali. Anche il primo piano assume aspetti particolarmente espressionistici (per esempio il volto), infatti attraverso alcuni accorgimenti, come può essere un particolare utilizzo dell’illuminotecnica, il volto può assumere espressioni diverse, può esprimere stati d’animo differenti, può essere tagliente, come tagliente è la luce che attraversa l’intera inquadratura. Il volto acquista, per la prima volta, un grande valore espressivo. Per avere esempi concreti di quanto appena descritto, non si possono non citare due grandi capolavori del cinema espressionista: Il gabinetto del dottor Caligari (1919) di Robert Wiene e Nosferatu (1922) di Friedrich Wilhelm Murnau. 

“Il gabinetto del dottor Caligari”, Robert Wiene 1919.

“Nosferatu”, Friedrich Wilhelm Murnau 1922.

https://www.artesettima.it/2017/11/07/twin-peaks-david-lynch-punk-visionario/

L’espressionismo in pittura: l’esasperazione della forma

Esprimere è un verbo di origine latina che deriva dall’unione della particella ex, che indica moto da luogo (dall’interno all’estero), con il verbo prèmere, che ha lo stesso significato italiano. Dunque esprimere sta, letteralmente, per espellere, portare alla luce. Molto spesso si parla di arte come mezzo straordinario per esprimere stati d’animo e idee; quindi possiamo affermare che, in realtà, ogni forma d’arte può considerarsi espressionista, in quanto, in qualche modo, esprime la volontà, gli ideali e i sentimenti di coloro che l’hanno prodotta. L’Espressionismo, a tal proposito, è una ben definita tendenza dell’avanguardia artistica del Novecento a cui possiamo attribuire sia una precisa collocazione temporale (l’arco di anni compreso all’incirca tra il 1905 e il 1925) sia una circoscritta area di collocazione geografica (l’Europa centro-settentrionale e, soprattutto, la Germania). L’Espressionismo tedesco, in particolare, è un fenomeno culturale estremamente eterogeneo e articolato che si manifesta, oltre che in pittura, anche in architettura, in letteratura, nel teatro e nel cinema. Come l’Impressionismo rappresentava una sorta di moto dall’esterno verso l’interno (era la realtà oggettiva a connettersi e a imprimersi nell’animo dell’artista), l’Espressionismo incarna il moto opposto, dall’interno all’esterno; l’anima dell’artista catapultata nella realtà, senza mediazioni né filtri. Ecco spiegata anche la durezza percettiva di tale arte, nella cui realizzazione sono stati vietati tutti gli illusori artifici della prospettiva e del chiaroscuro. La natura stessa dell’Espressionismo, inteso come proiezione immediata di sentimenti e stati d’animo estremamente soggettivi, è ricca di contenuti sociali, di drammatica testimonianza della realtà. Ma la realtà tedesca dei primi anni del secolo è realtà amara di guerra, di contraddizioni politiche, di perdita dei valori ideali, di aspra lotta di classe; e proprio questi sono i temi più dolorosamente cari agli artisti espressionisti. 

Il gruppo Die Brücke: Ernst Ludwig Kirchner

Nel 1905 quattro studenti di architettura dell’università di Dresda interrompono i propri studi per dedicare anima e corpo alla pittura. Nasce così Die Brücke (Il ponte), un gruppo che si differenzia da tutti i gruppi nati fino ad allora. Negli ambiziosi intenti dei suoi promotori, Die Brücke vuol porsi come l’ideale ponte tra vecchio e nuovo, contrapponendo all’Ottocento realista e impressionista un Novecento violentemente espressionista e antinaturalista. Gli artisti sono caratterizzati da un impulso creativo forte, concretizzato, sul piano pittorico, da un’efatizzazione dei colori, da una spigolosità delle forme, quasi sempre legate da un’ironia sottile e dolorosa, a tratti addirittura macabra.

Cinque donne per la strada”,
Ernst Ludwing Kirchner 1913.

Tra i più grandi esponenti di questo gruppo ricordiamo Ernst Ludwing Kirchner, le cui suggestioni ricordano l’Espressionismo coloristico di Gauguin e Van Gogh e quello psicologico di Munch. Se analizzassimo Cinque donne per la strada, una delle sue opere più importanti, vedremmo come tutte le caratteristiche citate poc’anzi siano ben visibili nel del quadro. Cinque prostitute restituite con pennellate potenti, colori audaci dai forti contrasti, linee spigolose e geometriche, grossi contorni neri che isolano le figure umane dallo sfondo. Caratteristiche che ritroviamo perfettamente anche all’interno delle pellicole espressioniste.

Fritz Lang e le immagini simboliche

Regista cinematografico austriaco, naturalizzato statunitense nel 1935, nato a Vienna il 5 dicembre 1890 e morto a Los Angeles il 2 agosto 1976. Con la sua opera ha attraversato la storia del cinema: sin dai tempi del muto, dopo aver contribuito in maniera determinante alla grande fioritura dell’Espressionismo cinematografico, divenne infatti uno dei grandi registi europei a Hollywood, emigrati per sfuggire al nazismo. Il padre, costruttore, avrebbe voluto che il figlio seguisse le sue orme, ma le inclinazioni artistiche spingono Fritz ad iscriversi prima ai corsi di architettura alla Technische Hochschule di Vienna, poi a studiare pittura a Monaco e Parigi. Affermatosi come pittore, gira l’Europa, l’Asia e il Nord Africa. Durante la Prima Guerra Mondiale viene arruolato nell’esercito austriaco e, dopo avere riportato varie ferite, nel 1916 viene congedato. Inizia, così, a lavorare nel mondo del cinema (come regista), i cui mezzi tecnici ed artistici, a quell’epoca, sono ancora tutti da definire e da inventare. Lang realizza quello che sarà un film-culto di molte generazioni, Metropolis (1926), il più allucinatorio e profetico, le cui paurose scenografie sono state citate e riprodotte in molti film lungo tutta la storia del cinema. Metropolis è una vera e propria sinfonia visiva. La fantasia architettonica e pittorica di Lang si esprime ai massimi livelli. Il regista ci porta in una città del ventunesimo secolo la cui esistenza si basa sull’estremo sfruttamento della classe operaia da parte di pochi ricchi che vivono nel lusso più sfrenato. La inevitabile ribellione porta quasi alla distruzione di tutta la città, ma un finale strabiliante rimescola le carte in tavola. Metropolis è considerato il primo film di fantascienza nella storia del cinema. La spettacolare città del futuro ideata da Lang, diventò modello più o meno esplicito per molti film di questo genere fino ai giorni nostri. Considerando i mezzi tecnici limitati dell’epoca, gli effetti speciali del film sono veramente stupefacenti.

Scena tratta dal film Metropolis, Fritz Lang 1926.

Manifesto di Metropolis, Fritz Lang 1926.

Dalla sua attività di pittore Lang ricava il suo grande interesse per la composizione dell’inquadratura, che diventa per lui il problema essenziale del cinema. Se in genere le avanguardie contestano il cinema narrativo, Lang invece non lo rifiuta, ma fa in modo che la narrazione sia sempre parallela alla creazione di immagini travolgenti e simboliche. Il maestro raggiunge il rapporto perfetto tra narrazione forte, scorrevole e sicura, e l’autonomia delle inquadrature che vivono anche di vita propria e anche da sole hanno un enorme valore simbolico. La sua opera è quindi una piena fusione tra due grandi forze cinematografiche, mostrare e raccontare. Ogni suo film ha due aspetti pienamente integrati: il primo è narrativo, mentre il secondo è assolutamente visionario. Tutto ciò non ci ricorda forse il ponte citato prima? Il cinema di Lang funge esattamente da ponte, dal cinema sperimentale dei fratelli Lumière, al cinema visionario e futurista (si legga: cinema del futuro) dell’epoca moderna, fino al cinema dei giorni nostri. 

Fritz Lang.

Leggi anche https://www.artesettima.it/2018/03/16/hitler-contro-picasso-e-gli-altri-lossessione-nazista-per-larte/

 

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