Perché Obito Uchiha?

Obito Uchiha.

Piccoli pezzi di pietra che crollano, definitivamente.
Obito, cosa è successo? Che storia abbiamo vissuto?
Il tuo corpo è perforato, la fine vicina, la tristezza inneggia il tuo nome.
Come è possibile? Tu, che fosti il non-Madara, che fosti Tobi, che scatenasti un’infinita distruzione. Di cosa parla dunque la tua storia, se infine è l’Amore a raccontarti e non l’Odio?
Kakashi, in ginocchio, si mostra fragile: mai l’abbiam visto così sofferente.
Naruto, che più d’ogni altro dovrebbe disprezzarti, tu che causasti la morte dei suoi genitori, la sua solitudine: proprio lui prova a tenerti in vita, i suoi occhi sono chiusi, le lacrime si trattengono per la morte di un amico.
“Kamui”. La tua tecnica sharingan di rara potenza, a tal punto da non avervi rinunciato, persino quando avresti potuto avere due rinnegan.
Ma non l’hai usata per te stesso, potevi salvarti, ma la tua scelta è stata diversa.
Rin, Kakashi.

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Il tuo perché finale, l’ultima verità che hai trovato, mostra il senso stesso di questa incredibile storia, di questo meraviglioso viaggio.
Tu, Obito, che fosti il Naruto che non potette farcela, poiché il tuo amore divenne l’arma più potente per il piano più diabolico.
Non l’avevi mai davvero capito, mai davvero voluto affrontare.
Madara aveva scelto proprio te, poiché nessuno era ricolmo della stessa speranza, della stessa passione, della stessa bontà.
Tu, con li stessi occhialetti dell’amico di Kurama, con lo stesso sogno di divenire Hokage.
Tu, che avevi trovato l’anima con cui condividere tutto il tuo cuore.
Rin.
Rin.
Rin.
Lei, nessun’altra.
Lei, il senso della presenza più profonda che diviene l’assenza più incolmabile.


Perché io?
Perché tu, Obito Uchiha?
Perché eri il migliore tra tutti, e solo il migliore può divenire il peggiore. Solo la più potente bontà, può divenire la più svilita crudeltà.
Madara, come il Joker con Harvey Dent, ti ha mostrato le due facce dell’uomo: il bene e il male, il sogno e l’incubo, l’amore e il terrore.
Ove vi è presenza, lì vi è assenza: l’aporia dell’uomo, lo specchio del diavolo.
Così, con gli strumenti che distruggono ciò che voleva creare, Madara ti inganna, sradica la tua speranza, ti rende fantasma che fluttua nel nulla, e che il nulla vuole portare.
Dove il reale si nega, il sogno si afferma: ma nel perverso gioco del rivolere ciò che è assente, quello che presentiamo è l’arrogante pretesa di portare il sogno nella realtà, la realtà divenir sogno, così che ciò che non più possiamo amare, in un menzognero per sempre ritorni.

Hai eseguito l’ordine più radicale, ma senza davvero credere nella sua radice. Perché il male non ha una radice propria, non ha una sua ontologia: il male è sempre e solo l’assenza del bene, il provare a ritrovarlo in maniera degenerata. Non sei mai stato cattivo Obito, solo assente alla tua bontà, per trovare un nuovo, malato, modo per amare.
Rin, il suo nome ha sempre un valore intangibile.
Rin, la stai soffocando, ma soffochi anche tu.
Eppure, i buoni vincono sempre: sai perché?
Perché solo credono in qualcosa che possiedono, non nel dover distruggere quel qualcosa. I cattivi, sono solo buoni che non hanno fiducia nella bontà.
I buoni si nutrono di loro stessi, i cattivi si nutrono della distruzione, dei buoni ma anche del loro stesso distruggere. I cattivi si distruggono, i buoni si ricreano.
Tu sei buono Obito?

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Eccolo, il tuo altro identico, Naruto.
Con lui la vita è stata crudele, ma non quanto con te.
Lui ce l’ha potuta fare.
Tu lo odi. Hai bisogno di credere che anche lui fallirà.
Hai bisogno, perché è più semplice.
Perché altrimenti dovresti ammettere che vale la pena sperare.
Perché altrimenti dovresti ricordarti chi sei.
Ma lui non molla, lui continua a meritarsi la sua fortuna, a crearsela, a sorridere.
Lui crede anche in te, perché sa, senza saperlo davvero, ma intuendolo radicalmente, che l’unica radice è buona, il male è banale. Il male è assenza che necessita di essere colmata, oppure svanirà.
Il male svanisce, i malvagi svaniscono.
Ma tu no, Obito.
Tu, avevi solo bisogno di essere amato. Avevi solo bisogno che qualcuno credesse ancora in te.






Rin, Kakashi, Minato sensei.
Lo so Obito, non doveva andare così, ma puoi ancora.
Puoi ancora salvarti, salvando chi ha provato a credere nella tua salvezza.

Eccoti, con un grigio che tende al bianco, che tende alla purezza.
Cos’è la purezza, se non la consapevolezza del grigio necessario.
Li hai salvati, Obito.
Ti hanno salvato, Obito.
Ti sei salvato Obito.
Perché Obito Uchiha?
Per mostrarci l’infinita tragicità di questo mondo.
Per mostrarci l’infinita sofferenza dei buoni più veri.
Per mostrarci colui a cui è stato reso impossibile.
Per mostrarci che l’impossibile, infine, è vuoto come il male.
Per mostrarci che la realtà sa chiederti scusa.

In te ho rivisto quello che un tempo ero io, e rimpiango ciò che sono diventato. Ma, non so perchè, mi rende anche felice. Quando ero un ragazzino, non facevo che sognare il giorno in cui sarei diventato Hokage. Credo che tu abbia risvegliato in me l’eccitazione e il brivido di incertezza che avevo allora….

Far parte del villaggio, essere circondato da amici, essere un Hokage: dopo tutto quello che è successo, mi basta pensare a questo per colmare il vuoto del mio cuore. […]{rivolgendosi a Naruto} Ad attenderti ci sono ancora tanti momenti tristi, però non cambiare mai! […] Naruto, tu di sicuro diventerai Hokage!

Guarda il tuo vero sogno ritornare in vita, per un istante: giusto il tempo di riscoprire il sapore dell’amore, della passione. Giusto il tempo di donarlo al te che può ancora farcela, Naruto, così da farcela anche tu.
Perché Obito Uchiha?
Perché solo dalla sofferenza più svuotante, possiamo ritrovare la forza più pura: quella finale, quella per sconfiggere il Male stesso, quella per perdonare, quella per ridare l’amore a chi l’ha perduto.

Perché Obito Uchiha?
Per potergli dire grazie.
Per poterlo immaginare felice.

 

– Addio. Io vado. Rin mi sta ancora aspettando.
– Ti sei preparato una buona scusa?
– Le avevo già detto che dovevo salvare te.

 

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Andrea Vailati
"Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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