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Woody – Verso l’infinito

Toy Story – Giocattolo difettoso

Secondo Woody i giocattoli hanno senso di esistere fin tanto che qualcuno ci gioca. I tuoi problemi sono anche i loro e non c’è niente che non possano fare e che non farebbero. Torneranno in eterno pur di realizzare il proprio scopo e non abbandonare un amico. Che abbiano serpenti nello stivale o meno, saranno lì, vivi nella loro immobilità.

Gli eroi del cinema ai suoi albori, nelle sue forme più primigenie, non erano super, né volavano o altro. Erano i cowboy, i cavalieri di frontiera, protagonisti dell’epica western. Questo genere dominò indiscusso fino agli anni ’50/’60 circa, un periodo non casuale. Poiché vennero lo Sputnik 1 (1957), il primo satellite nello spazio, e l’Apollo 11 (1969), la missione del primo allunaggio.
Il cinema e altri prodotti di massa furono fortemente influenzati da questi eventi. Basti pensare che de I Magnifici Sette (un classico western del 1960) fu fatto un seguito chiamato I Magnifici Sette nello spazio.
I cowboy giunsero all’ultima frontiera, cosmonauti oltre l’infinito; d’altronde, come definire Han Solo se non un pistolero impavido.

Da quel momento in poi tutti volevano film spaziali e, per i più piccoli, c’erano i giocattoli spaziali. Mani in alto cavalieri del west, arrivano gli space ranger.

Questi i presupposti del primo, leggendario, Toy Story. Woody, il nostro protagonista, è l’amico prima descritto: un leader nato, capace di gestire qualunque situazione, di far sì che tutto e tutti i giocattoli siano al loro meglio, e si prodiga impetuoso per il suo scopo di vita: Andy.

Il bambino significa ogni cosa per lo sceriffo, tuttavia il suo posto da giocattolo preferito sta per essere “usurpato” proprio da quella moda irresistibile dello spazio: Andy riceve in regalo Buzz Lightyear.

Questo evento porta in luce la caratteristica che rende Woody uno dei personaggi più interessanti del cinema d’animazione occidentale, allora come ora: l’invidia.
Lui che doveva essere l’eroe senza macchia, il paladino, un esempio e una guida per gli altri, non è meno vittima di uno dei sentimenti più antichi e umani che ci siano.
È un giocattolo difettoso, imperfetto come la scritta Andy sotto il suo stivale, e quell’invidia lo porterà addirittura a volersi “sbarazzare” di Buzz. In pratica, la trama del primo Toy Story è innescata da un’azione invero meschina del protagonista stesso. Perfino il migliore ha un serpente nello stivale.

Tuttavia, le peripezie che il cowboy e lo space ranger affronteranno insieme, porteranno entrambi ad una maturazione e alla riscoperta di loro stessi. Andranno oltre i loro difetti, oltre la loro presunzione, creando un’amicizia indelebile. Non erano destinati a volare come molti eroi, quindi sono caduti con stile.
Eppure, la strada di Woody è lungi dall’essere dritta: in sella nel suo presente, giunge a disarcionarlo un lontano passato.

Toy Story 2 – Giocattolo smarrito

Dopo aver ritrovato sé stesso, è il momento di perdersi di nuovo. Non per un difetto stavolta, ma per caso, o destino, che dir si voglia. Tutto sembrava normale e piacevolmente ripetitivo per Woody e i suoi amici, nessun guaio all’orizzonte, nessun dubbio su di sé o sulla propria sorte. Ecco, però, che nello svolgere il suo dovere di guardiano dei giocattoli lo sceriffo viene rapito.

Nel luogo in cui viene portato scopre di appartenere ad una vecchia collezione di giocattoli western, con tanto di serie tv, di quelle che andavano di moda prima dello Sputnik.
Il passato di Woody, quindi, si rivela vasto quanto i paesaggi della frontiera americana e travolgente come solo il selvaggio west, che eternamente ritorna, sa essere.
Un’epoca di cui lo sceriffo è e sarà sempre protagonista, senza mai il rischio di essere abbandonato, senza mai il rischio che Andy se ne vada.

Un’antica strada gli si spiana davanti, si forma un bivio, una scelta che non credeva di dover fare: è smarrito. Immortale giocattolo da collezione ed esposizione, oppure da Andy con una data di scadenza?
Il dubbio si insinua fino ad accecarlo, o almeno finché il suo amico Buzz non gli ricorderà l’importanza di essere Woody.

“Da qualche parte in quella stoffa c’è un giocattolo che mi ha insegnato che vale la pena vivere fin tanto che un bambino ti vuole bene, e ho fatto tanta strada per salvare quel giocattolo, perché credevo in lui.” (Buzz Lightyear)

Una cosa non è bella perché dura nel tempo e i cowboy tramontano prima di tutti. Solo dopo, però, aver compiuto la loro missione. Se non poteva raggiungere il west con Andy, allora avrebbe portato il west nella sua cameretta, correndo come il vento insieme a Jessie e Bullseye.
Il senso del dovere oltre la gloria, ma più di quello, la scelta di una fine, la scelta di uno scopo. Andy è sempre stato il fine ultimo di Woody, la sua ragion d’essere, così da non sentirsi mai perduto, ovunque si ritrovi a vagabondare.
Tuttavia, l’epilogo prima o poi giunge, profetizzato inoltre.

“Credi che Andy ti porterà al college?!” (Stinky Pete)

Toy Story 3 – Il Lungo Addio

Il bambino è cresciuto ormai, non è più il tempo dei giocattoli. Lo sguardo di Woody si estende su di una stanza vuota, infestata dai fantasmi dei membri della banda persi lungo la strada, incluso quello che avrebbe potuto essere il suo amore, Bo Peep.

In pochi sono sopravvissuti alle pulizie e ai mercatini, e spetta allo sceriffo tenerli insieme, nonostante ognuno di loro sia a pezzi. Spetta all’unico in grado di rimanere in piedi sostenere gli altri, cui non resta molto se non la rassegnazione di essere balocchi da soffitta. Non è mai esistito, per loro, un lieto fine, ma possono avere un lieto ricominciare, insieme.

Tranne, guarda caso, proprio per Woody, che Andy decide di portarsi al college, in barba a Stinky Pete.
Nel frattempo i suoi compari, incluso Buzz, nell’isteria e panico generale commettono degli sbagli e finiscono in un asilo. Un luogo che si rivelerà una sorta di prigione presidiata dallo spietato Lotso. I giocattoli non sanno cosa fare, sono in trappola. C’è bisogno del ritorno di un eroe, c’è bisogno di un cowboy.

Woody non avrebbe mai abbandonato i suoi amici e, infatti, torna da loro, rischiando di perdere Andy, per organizzare la grande fuga. La fiaba western continua.

Toy Story 3 non ha un lieto fine, ma un finale crepuscolare e malinconico.
Lo sceriffo nel suo viaggio ha “incontrato” una bambina, Bonnie, che gli è sembrata la perfetta erede di Andy. Decide, quindi, di far sì che i suoi compagni vengano portati da lei, perché possano farla felice ed essere felici, nel ricominciare.

Non ci si sarebbe mai aspettato, però, che lui stesso si fosse destinato a Bonnie, lasciando il suo non più bambino. È come se Woody stesse dicendo a Andy che questa è la sua scelta, che hanno fatto il loro tempo ed è ora di lasciarsi andare. La decisione finale, quindi, spetta al ragazzo. Andy ci mette poco a capire che la missione è compiuta; lui ormai è al sicuro, deve lasciare che il cowboy salvi qualcun altro.

“Sai, io e Woody siamo molto amici da tantissimo tempo… è coraggioso come si addice a un cowboy, è generoso e in gamba. Ma ciò che rende Woody speciale, è che non ti volterà mai le spalle… mai. Potrai sempre contare su di lui, qualunque cosa accada…” (Andy)

Una verità intramontabile, fino all’infinito, e oltre.

Toy Story 4 – Verso l’Infinito

“Quando tutto sarà finito, potremo ancora contare l’uno sull’altro, fino all’infinito e oltre.” (Woody rivolto a Buzz in Toy Story 2)

Dopo Andy, Woody ha ritrovato la sua motivazione ad andare avanti in Bonnie, poiché vale la pena vivere fin tanto che un bambino ti vuole bene, qualunque sia il suo nome. Tuttavia, forse c’è di più: una ragione che vada oltre l’immanente, un qualcosa di indefinito, vasto e perduto come il deserto, cui lo sceriffo potrebbe essere destinato.

L’ultimo film della saga è interamente incentrato sul cowboy, è la sua ultima cavalcata.
Bonnie ha creato un nuovo giocattolo grazie ad una forchetta di plastica, Forky. La bambina tende a preferire lui e gli altri a Woody, come anche ci si aspetterebbe dal suo carattere, diverso da quello di Andy. Eppure, lo sceriffo non si lascia scoraggiare; dopo tanto tempo, armato di esperienza e rassegnata saggezza, sarà sempre disposto a qualunque cosa pur di far felice Bonnie, sacrificando più di quanto avrebbe immaginato.

Di fatti dovrà recuperare Forky, fuggito dal gruppo dei giocattoli poiché non si ritiene tale, date le sue effettivamente bislacche origini. Sarà proprio Woody, nella sua ultima riscossa, ad insegnargli cosa significhi essere un balocco per bambini, cosa significhi essere considerati speciali per il solo fatto di essere un’attività ludica. Per l’ennesima e, forse, ultima volta il cowboy mette a disposizione il suo bagaglio di errori e redenzioni affinché una bambina sia felice con il suo amico “inanimato”. Sarò perfino disposto a cedere il suo apparecchio vocale, quello delle frasi iconiche, pur di salvare Forky.

Quello che Woody non si sarebbe mai aspettato di trovare è la fanciulla che gli ha fatto battere il cuore, Bo Peep. Ormai una reietta insieme ad altri giocattoli smarriti in un luna park, con lei vive un’avventura di riscoperta di sé stesso e del suo ruolo nella sua storia di giocattolo.

Forky ha appreso dal maestro cosa vuol dire amare un bambino ed esserne amati, Bonnie è felice, la banda è unita. Forse non c’è mai stato un posto per lui dopo Andy, forse è tempo di perdersi di nuovo, per sempre, così da ritrovarsi eternamente, mai dimenticando la scritta imperfetta sotto lo stivale. Smarrito insieme ad un amore, a disposizione di chiunque ne abbia bisogno proprio nella vastità dell’indeterminazione del suo ruolo, Woody non ha più un fine ultimo, il suo è un non finale, e per questo potrà scegliere tra infinite direzioni, cui indirizzare il suo coraggio. Nel suo terminare, la missione dello sceriffo non si concluderà mai, perché sempre ci sarà bisogno di lui.

E Buzz, il giocattolo con il quale è diventato fratello ormai? I loro destini sono grandi come il mondo che attraversano; non importa per quanto possano andare per strade separate, saranno semplicemente lì l’uno per l’altro, si rincontreranno, cavalcando verso l’infinito e oltre.

Leggi anche: Wall-E – Mani nella solitudine

 

 

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