Vertigo – Il Simulacro

Vertigo – Il Simulacro

“Se mi lascio trasformare come vuole, se faccio quello che dice, riuscirà ad amarmi?”

 

No, non ci riuscirà. Perché quello non è amore, è perversione, è modellismo. Perché non si plasma una persona per riuscire ad apprezzarla, ma si colgono ogni giorno nuovi aspetti di ciò che già è, cosicché il piacere nasca dalla passione per la scoperta di quelle piccolezze che solo il tempo disvela, un gesto ancora inespresso, un aneddoto non raccontato, uno sguardo che parla da sé.

Non è di certo con una metamorfosi forzata che Judy può trovare ciò che insegue da una vita, ovvero qualcuno che la desideri, perché quello a cui ambisce è un desiderio che passi dalla sincerità; ma il sogno di Scottie è Madeleine e Judy è altro da Madeleine, probabilmente la detesta e disprezza tutto ciò che quella donna rappresenta. Ma ancor di più odia se stessa, tanto da abiurare la propria immagine, che è la sua essenza, per aderire a un ideale che non esiste, e che se anche fosse esistito non sarebbe stato quello, dato che con colei che sta imitando non ha nemmeno mai parlato.
Allora il doppio e il conflitto, che del noir sono anima, si mostrano a noi, e in un solo corpo iniziano a convivere identità e opposizione; la storia di Judy si sovrappone a quella della Madeleine che ha finto di essere, si incastra nella riproduzione di un’immagine, diviene una figura che si plasma su un dipinto, su una tragedia e su una vita che non è né quella di Madeleine né la propria.
Ma è questo, in fin dei conti, il sogno di Scottie, colui che dell’altezza ha fatto terrore e dell’amore ha vissuto il dolore, poi l’ossessione e insieme la noncuranza, incrollabili anche di fronte a una confessione, “ Lo farò. Non m’importa più niente di me.”, che allarmerebbe il più ostinato dei pretendenti.

No, quello non è amore, è la creazione di un feticcio, la costruzione di un simulacro identico a quelli che i registi mettono in scena in ogni singola storia che scrivono. Questo il Maestro Hitchcock lo sa bene, lui per primo è modellista, collezionista e creatore di simulacri, poiché ancor prima di idee ha raccolto persone, ha inanellato esperienze dalle arti e dalla vita, e in Vertigo ne mostra alcune talmente sentite, così profondamente umane, da creare una delle più lucenti gemme della storia di quest’Arte.

Scottie è condannato all’iconismo così come lo è la figura del regista, devoto all’immagine in quanto principale mezzo espressivo a sua disposizione, da analizzare e trasformare a suo piacimento per arrivare alla sostanza del proprio messaggio. Scottie è condannato all’iconismo così come lo è la figura dell’attore, che a questo modellismo si presta, imitando, come Judy, ciò che pare sempre un centimetro più distante di quanto dovrebbe, ovvero quell’autenticità che i due protagonisti vorrebbero l’uno dall’altra, ma che non sembra appartenere al loro universo e talvolta neppure a quello della vita quotidiana. È in quella Persona nel senso bergmaniano, viso ma anche maschera, che chi finge si ritrova, sapendo di recitare una farsa che deve copiarne un’altra, identificata semanticamente dal suo opposto.
E i feticci si succedono, si moltiplicano mentre l’artista continua a collezionarli senza sosta. Ma ogni simulacro è un sacrificio, l’investimento di una piccola fondamentale parte di sé, di quel vortice che sono il dolore, la solitudine, l’insicurezza, e tutti quei sentimenti che non sono amore, ma forse dall’amore derivano, e di certo in questo confluiscono.
L’obiettivo di Scottie, semplicemente, non è amare. Scottie vuole controllare, vuole modellare e collezionare una donna, quella che teme la morte ma che visse due volte, quella che dinnanzi a lui non visse mai.

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