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Woody Allen – Perchè l’Amore?

Woody Allen, nome d’arte di Allan Stewart Konigsberg, nasce a New York nel 1935. Noto a tutti come uno dei più grandi registi che la storia della settima arte abbia mai partorito, famoso per la sua ironia e per la grande capacità narrativa, è certamente uno dei più importanti pionieri del cinema concettuale.

L’esistenzialismo alleniano vede prevalere la riflessione sull’individualità e la solitudine dell’io di fronte al mondo, caratterizzando ogni suo personaggio, di cui i protagonisti sono palesemente ispirati a se stesso, e decorando ogni sua trama. (Leggi anche: Perché Woody Allen è l’ultimo esistenzialista?)

Concetti quali l’inutilità, la precarietà, l’inettitudine, il fallimento e l’assurdità dell’esistenza sono trattati come esperimenti sociali che culminano in un totale bovarismo del quale si impregna l’introspezione psicologica dei personaggi. Obiettivo e missione di vita di Woody Allen non è solo rapportare l’io pensante alla realtà fisica e oggettiva, ma soprattutto alla sfera delle astrazioni, quindi alla paura, alla morte e, non meno importante, all’amore.

Grandezza e debolezza di un uomo si fondono nel cinema di Woody Allen in un complesso e allegorico sistema di sentimenti. Interiors, Stardust Memories, Un’altra donna, Settembre, sono film che raccontano silenzi, vuoti, personalità eccentriche e devastate dalla consapevolezza della propria finitudine e dell’incapacità di vivere la pienezza della vita. La sensibilità del regista americano si manifesta nella peculiare analisi psicologica con cui realizza personaggi in uno stato di profonda crisi esistenziale.

Primo tra tutti è proprio il suo personaggio, che vaga sistematicamente in cerca di risposte al suo malessere interiore, incapace di stabilire relazioni sentimentali equilibrate. Film come Io ed Annie (in cui un noto commediografo newyorkese e una ragazza con aspirazioni artistiche si innamorano e condividono le proprie nevrosi) e Midnight in Paris, ne sono la testimonianza diretta. Partendo proprio da queste due opere, può essere definito il perimetro all’interno del quale Woody Allen muove il suo filosofico ingegno: de facto, il rapporto che il regista intrattiene con sentimenti come l’amore è soggetto ad umane contraddizioni.

Se in alcuni casi l’amore viene visto, dal regista stesso, come un’astrazione fallace ed incompatibile con il raggiungimento della felicità duratura per l’individuo razionale, nella pellicola che vede Owen Wilson come protagonista, esso non è che una porta d’emergenza, e il tentativo di varcarla non rappresenta altro che un’autentica fuga dal non senso del mondo.

Io & Annie, l’amore che soffoca

Io e Annie non è solo l’archetipo di tutte le pellicole concettuali di Woody Allen. È la sostanza della sua arte, del dualismo sentimentale uomo/donna, dell’eterna incapacità di capirsi, dell’inconcludenza dei rapporti sentimentali. La prospettiva è solo apparentemente individuale.

Questo perché il tramonto della psiche di Alvy (interpretato dal regista americano) non è altro che la conseguenza di un decennio che ha visto realizzare una società liquida, materialista, in cui anche i rapporti umani iniziano a divenire elementi di consumo. Vengono infatti inseguiti nuovi miti: il successo, la libertà sessuale, la vita da single, l’emancipazione individuale, che spesso coincidono con l’esaltazione di una malsana competitività.

Obiettivo di Alvy, personaggio costruito e trattato come fosse l’alter ego di Woody, è infatti cercare di capire come quei problemi sviluppati sin dalla sua infanzia (depressione, nevrosi) possano essere stati complici nel percorso che porta alla fine della storia con Annie Hall, e dunque comprendere come il mondo esterno abbia influito sulla sua fragile personalità, e in che modo ne abbia condizionato l’esistenza.

Ci sono tutti gli ingredienti indispensabili a una commedia alleniana: dialoghi intelligenti, humour, continuità della narrazione, leggerezza, riflessione filosofica, malinconia. E l’amore viene visto come sigillo di una realtà distopica, impossibile da manipolare, capace di incidere sulla natura dei rapporti interpersonali.

Quanto detto viene assimilato nell’assunto di fondo di Io e Annie: la volatilità dell’esistenza, la frammentazione dell’io che si ripercuote nella scissione delle relazione. Il messaggio del film è chiaro: viviamo in un costante “panta rei, incontriamo persone,  donne, diamo sfogo a pulsioni vitali, ma tutto scivola, procede lasciando cicatrici e ferite.

Midnight in Paris , l’amore come deterrente

Parigi, la Ville Lumiere, città dell’arte, città d’amore. È questa l’ambientazione che Woody Allen sceglie per dar luogo ad una secondaria interpretazione dell’amore, che per certi versi marcia in senso opposto alla definizione che ne era stata data nei film precedenti, fungendo quasi da antitesi a quanto dichiarato finora.

Gil e la sua fidanzata Inez sono in vacanza a Parigi insieme ai genitori di lei. Gil (Owen Wilson) è uno sceneggiatore di successo che, stanco della mondanità hollywoodiana, si prende una vacanza per trovare l’ispirazione necessaria a completare il suo primo romanzo, nonostante venga ripetutamente scoraggiato dalla fidanzata e dagli altri amici, che sminuiscono le sue aspirazioni letterarie e considerano la carriera di sceneggiatore più remunerativa e versatile.

È un romantico, un sensibile autore nato nella middle class americana, voglioso di sperimentare e non lasciare mai nulla al caso. Le sue caratteristiche sono le medesime che hanno accompagnato la storia dei personaggi alleniani: Gil è un individuo fragile, in continua ricerca della propria realizzazione. Incompleto, dunque. Bisognoso di attenzioni che non trovano luogo nel rapporto con Inez, un inetto che si vede estraneo al contesto civile in cui vive, e che per questo si riconosce all’interno di un bovarismo che lo vede nostalgico nei confronti delle epoche passate.

La nostalgia viene dunque intesa come negazione del presente e immedesimazione in personaggi di differenti età storiche. La fuga dalla realtà lo porterà per incanto in dimensioni immaginarie a contatto con i grandi personaggi del passato: l’aspirante scrittore statunitense si ritroverà trasportato di novant’anni indietro nel tempo, nella mitica Parigi degli anni venti e della “generazione perduta”, su cui ha sempre fantasticato.

Incontrerà in questo nuovo mondo per una notte,  gli scrittori e gli artisti che a quell’epoca soggiornavano a Parigi: Francis Scott Fitzgerald, Salvador Dalì, Ernest Hemingway. Quest’ultimo, prescelto da Woody Allen per dare lezioni di vita a Gil, inciderà pesantemente sulle scelte del protagonista. Hemingway è la chiave che permette di aprire la mente dello sceneggiatore hollywoodiano, che gli permette di comprendere il vero significato dell’amore, capace di trascendere ogni ancestrale paura, persino il timore di morire.

“Io penso che l’amore vero, autentico, crei una tregua dalla morte; la vigliaccheria deriva dal non amare o dall’amare male, che è la stessa cosa, e quando un uomo vero e coraggioso guarda la morte dritta in faccia come certi cacciatori di rinoceronti o come Belmonte che è davvero coraggioso, è perché ama con sufficiente passione da fugare la morte dalla sua mente, finché lei non ritorna, come fa con tutti. E allora bisogna di nuovo far bene l’amore. Devi pensarci.”

Asserisce Hemingway. Dunque, l’amore diventa la medicina capace di allontanare il tedio, la sostanza capace di colmare i vuoti di Gil, ed uno strumento capace di suggellare coraggio e determinazione. In questo caso, l’amore ricompone l’io, non lo frammenta. Tornato alla sua epoca, infatti, il protagonista rompe con la propria fidanzata, il cui rapporto lo limitava, e si ritrova con la sua solitudine, di notte, su un ponte sulla Senna; l’incontro con Gabrielle, conosciuta giorni prima al mercato delle pulci, e la scoperta del comune amore per le passeggiate parigine sotto la pioggia, annichilirà la sua solitudine e la nostalgia del passato, verso l’accettazione del suo presente.

Leggi anche: New York- La vera musa di Woody Allen

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