Home Cinebattiamo Perchè il protagonista dell'ultimo film di Woody Allen si chiama Gatsby

Perchè il protagonista dell’ultimo film di Woody Allen si chiama Gatsby

“E così remiamo, barche controcorrente, risospinte senza posa nel passato.”
Così finiva il grande romanzo di Fitzgerald, stigmatizzando nel personaggio di Gatsby l’impossibilità contemporanea di vivere nella realtà.

Nel ‘900 delle grandi fughe dalla contingenza, il panorama a cui l’uomo si trova vincolato sembra comporsi di Ossi di seppia, di vizi mai risolvibili, della morte di Dio e Marx; l’archetipo dell’Inetto, di colui che non può più riuscire, si sovrappone poeticamente a sia a quello dell’eroe romantico che a quello dell’illuminista.

Ma il personaggio di Fitzgerald ha una specificità, propria del nuovo continente: allo Zeno di Svevo, al Clown di Heinrich Böll e a tutte le declinazioni europee del suddetto archetipo, che vivono nel prima, nel dopo e nel mentre delle guerre, Gatsby risponde anticipando la più potente chimera che il XX secolo americano vivrà.
Perchè Gatsby, nel 1925, aveva già in sé l’annichilente malinconia dello sgretolarsi del sogno americano.
Quel sogno di successo che implicitamente dichiarava una rinascita del Romanticismo, sia nell’ascesa dell’eroe, che da povero diveniva ricco, sia nel sentimento d’amore nuovamente riconosciuto come fonte necessaria e fine primario: quel sogno ucciderà la realtà psicoemotiva degli Stati Uniti.

Tutto il cinema del grande stereotipo bidimensionale americano, quello delle storie d’amore che finiranno sempre bene, degli inetti che verranno amati e riusciranno a compiere il loro viaggio dell’eroe, del bianco e nero senza grigi, porterà alla decostruzione più radicale di un senso ultimo dell’esistere: giungerà l’anti-narrativa, giungerà Taxi Driver, giungerà Woody Allen.
In Gatsby, nella sua delirante speranza di riavere ciò che fu, ma che in vero neppure mai fu, se non nella sua stessa speranza, è già sussurrato il futuro della poetica americana.

Per questo, forse, alla fine della sua carriera, Woody Allen cerca di compiere un gesto essenziale, un testamento sottile ma radicalmente rivoluzionario.
Forse, nonostante i limiti dati dalla sua età, da una poetica così gloriosa nel passato quanto inflazionata e svilita nel presente, il maestro Allen ci regala un ultimo grande pensiero, così leggero e dolce quanto necessario.
Woody Allen, tra gli ultimi esistenzialisti, ironico e nichilista, scultore e narratore di un’umanità a pezzi, ci chiede forse, infine, di immaginare Gatsby felice.

Proprio lui, che è massimo esempio di quella poetica di negazione dell’illusione americana, al pari di Scorsese, proprio insieme a lui fa del 2019 l’anno di un testamento poetico.
Ma se Scorsese con The Irishman arriva all’essenzialismo narrativo più compiuto, al grigio morale definitivo, il vecchio Woody rivendica e perdona quel romanticismo che sembrava frammentato e decaduto da tempo.

Timothée Chalamet diviene a pieno il Gatsby 2.0, assumendone le connotazioni più archetipiche: perché il Gatsby è un personaggio misterioso, affascinante, prevaricante nel mondo degli uomini (esempio nel gioco del poker) ma contemporaneamente infinitamente naïf nel sentimento, nella poesia, nell’Amore. Così, idealizza una donna (Daisy nel romanzo, Elle Fanning nel film), ciò che ella mai sarà, definendo l’impossibilità di quella purezza nel reale: è un mondo volubile, un mondo egoista, un mondo che non sa essere ciò di cui Gatsby ha bisogno. Così Gatsby diventa il non-eroe, il non-romantico, il non-sognatore: perché ogni sua forma è impossibile nel presente, non comprensibile fino in fondo nella realtà contemporanea.
Ma, in Rainy day in New York, Woody Allen prova ad andare oltre.
Prova, forse, in un certo senso, a sconfiggere la patologica idea che il fascino di Gatsby sia nel suo fallire, nella sua impossibilità. Porta in vita una seconda ragazza, Selena Gomez, che salvi Gatsby da quella volubilità-non-più-romantica della prima, che ricordi quanto sia essenzialmente originario della nostra realtà proprio quel romanticismo dimenticato.

Così, quel mondo dove banalità e semplicità spesso sono state fraintese come sinonimi, potrà ritrovare una più profonda verità: che non è nell’assenza, nella negazione, che si ritrova la bellezza, nonostante ci si sia arresi e illusi al fascino della sua mancanza.
Ma, alla fine, è ancora più bella la bellezza che la sua negazione: dopo aver distrutto quella falsa necessità dell’illusione fiabesca, che si ritorni semplicemente alla possibilità di un lieto fine, non vincolante, non presupposto, ma nuovamente cercato, nuovamente essenziale per proseguire.
Grazie Woody, per averci ricordato che il lieto fine è l’unica cosa, il resto è la sua mancanza.

Andrea Vailati
"Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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