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Tutto il mio folle amore – Amare la diversità

Tutto il mio folle amore, oltre ad essere il titolo dell’ultimo film di Gabriele Salvatores, è un verso della celebre Cosa sono le nuvole di Domenico Modugno. Vincent, invece, non è soltanto il nome del protagonista della pellicola. È il titolo di una canzone, Starry starry night di Don McLean. Questi incroci dimostrano quanto in questo film la musica aleggi nell’aria: Claudio Santamaria – che interpreta Willy, papà di Vincent – fa della sua chitarra la sua unica e sola compagna di vita. Prima che arrivi Vincent. O meglio, prima che lui ritorni da Vincent.

Liberamente ispirato al romanzo Se ti abbraccio non avere paura di Fulvio Ervas – nonché alla storia vera di Franco e Andrea Antonello – Tutto il mio folle amore è il racconto di un viaggio di soli tre giorni di un padre con suo figlio. Un padre, assente per sedici lunghi anni, trova il coraggio di tornare ad una vita da lui ormai lontanissima e passata. Un ritorno deciso, forse non riflettendoci troppo, per conoscere suo figlio. Un ragazzo autistico, con le sue problematiche complesse e quotidiane, sempre le stesse, sempre diverse le une dalle altre.

Tutto il mio folle amore

Con un buon carico alcolico in corpo e con tanta sfrontatezza, l’uomo piomba a casa della sua ex per conoscere il figlio, spinto violentemente da una curiosità irrefrenabile e che ha qualcosa di simile al dolore.
“Vincent Masato nato a Trieste il 13 Luglio del 2003, figlio di Elena Masato, adottato dal signor Mario Topoli, tu ti chiami Willy boy e sei il mio papa” ripete spesso e ossessivamente il ragazzo a se stesso.

Definito all’unisono “il Modugno della Dalmazia” il cantante padre dà il via ad un on the road musicale nei Balcani, in cui prova a convivere con il figlio, a capirlo, senza averlo deciso: Vincent si nasconde nel cofano dell’auto di Willy e il tutto ha inizio. Entrambi i protagonisti si ritrovano a cercare significati esistenziali, uno in particolare, più degli altri: la paternità. Willy che non conosce suo figlio si perde in questa ricerca di sé e dell’altro e lo stesso fa il ragazzo che, non sapendo cosa possa significare avere un padre vicino, prova a tuffarsi in questa nuova idea di amore.

Vincent spesso perde il controllo di sé e a tratti, nei primi tempi, si pente della scelta di aver seguito il padre in questo viaggio che è più simile ad un’imboscata nel Far West piuttosto che ad una tournée musicale. D’altro canto, Elena, la madre interpretata da Valeria Golino, si dà alla forsennata ricerca del figlio assieme all’uomo che ha cresciuto Vincent – Mario, ovvero Diego Abatantuono. Proprio nel mezzo della disperazione e della rabbia materne – chi lo avrebbe mai detto – Willy inizia a sentirsi profondamente protetto dalla figura paterna: col passare dei lunghi minuti che li vedono vicini, e delle ore, altrettanto lunghe e difficili.

Tutto il mio folle amore

 

A Willy tocca anche abituarsi di sentirsi chiamare papà, un nome che non aveva fatto parte della sua vita fino a quel momento, se non magari nei suoi più intimi e oscuri recessi. E poco importa come Vincent abbia capito di avere di fronte a sé suo padre, dal primo momento. Vincent lo ha sentito. Ha avvertito fluttuare tra di loro un legame fatto di carne e sangue e ignorarlo gli è stato impossibile, oltre che innaturale.

Ma te l’ha detto la mamma?
Vincent bravo con papà.

L’incomunicabilità che nei primi minuti del loro incontro sembrava pilotare dall’alto i loro dialoghi e sguardi furtivi, ha vita breve. E se durante il film, c’è una scena che più di ogni altra lascia un segno, è certo quella che vede i due parlarsi attraverso l’utilizzo della tastiera di un computer. Vincent riesce a comunicare al meglio in questo modo e, in una frase che compone perfettamente attraverso la scrittura, esprime questo disagio, il disagio di avere emozioni e sensazioni represse che le parole, a voce, non riescono a esternare.

Facile pensare, a questo punto, ad un più che poetico verso tratto da Un matto di Fabrizio De Andrè (titolo che tra l’altro fa volutamente riflettere sull’ignoranza nascosta dietro ciò che si crede di conoscere sulle sindromi di tipo mentale, che spesso sfocia in incaute definizioni come la stessa), melodia a sua volta rapita dall’album Non al denaro non all’amore né al cielo:

Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole

 Tutto il mio folle amore

Di film in cui viene trattata la tematica della paternità, analiticamente o in sordina che sia, ne sono passati in tanti da sempre sul grande schermo. Facile lasciarsi guidare da Kramer contro Kramer (Robert Benton, 1979) a questo proposito, o da About a boy (Paul e Chris Weitz, 2002) o, per essere più vicini al presente, negli ultimi anni si è senza dubbio richiamati dalle eco di Chiamami col tuo nome (2017) o di  Beautiful boy (2018).

Certamente, però, a creare più curiosità potrebbe essere il binario parallelo creato con Mi chiamo Sam (Jessie Nelson, 2001), dove Sean Penn si trova a vestire i panni di un padre che cerca di crescere una figlia nonostante le difficoltà legate al sua condizione. Ruoli capovolti, l’esatto contrario di ciò che accade in Tutto il mio folle amore, quanto ai protagonisti. In comune le due pellicole possiedono tanto le fila della battaglia contro una salute mentale che vacilla, quanto la cognizione che vede il vero amore porsi da medicinale più all’altezza di ogni altro. Ma davvero solo un padre, un genitore, può essere definito degno portatore di un amore di questa misura?

Film non sull’autismo ma sulla diversità. Un film sulla possibilità di amare anche chi è diverso da noi, chi magari non riusciamo a capire subito, ha dichiarato in un’intervista Rai lo stesso Gabriele Salvatores.

Leggi Anche: Il traditore – Così è (se vi pare)

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