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Dio, Bergman e la morte

Bergman, seppure ateo, era tormentato dall’angoscia spirituale. Suo padre, austero pastore luterano, circondò l’infanzia del figlio di simboli religiosi. Ciò si riflette nei suoi film, nei quali Dio è onnipresente, o meglio è la sua assenza a essere onnipresente. Nella sua trilogia sul silenzio di Dio (Come in uno specchio, Luci d’inverno, Il silenzio) Dio è il totalmente assente. In Come in uno specchio (1961), nel quale Karin, schizofrenica, attende la teophania da una crepa nell’intonaco, l’attesa di Dio, la speranza nella sua manifestazione, è solo il riflesso opaco della follia; In Luci d’inverno (1963), il dolore dell’abbandono con cui si confronta il parroco Tomas, non risparmia nemmeno Gesù Cristo stesso (“Dio, perché mi hai abbandonato?”); ne Il silenzio (1963), infine, viene dipinto un mondo in rovina, privo di trascendenza, nel quale l’incontro con il prossimo perde ogni residuo di spontaneità.

Nei film di Bergman la morte, portavoce di un Dio assente, vince sempre. Con essa la solitudine, la tristezza, l’ineluttabilità della fine. Vince sempre perché il dominio nel quale agisce è quello dove già regna sovrana. Dalla morte non si sfugge, al massimo si guadagna tempo, come fa Antonious Block (Il settimo sigillo), sfidandola a scacchi. Con la morte non ci si concilia, come per il professore Isak (ll posto delle fragole), tormentato dai suoi incubi, nei quali l’assenza di tempo – gli orologi senza lancette – lo costringono a barcamenarsi tra un futuro agli sgoccioli e un passato ormai perso per sempre, nella sua inconsistenza onirica. Per entrambi la morte, nella sua veste classica o in quella allegorica, si è annunciata; il tempo a disposizione è poco, ma ancor meno sono i proventi di una vita.

Il posto delle fragole – I. Bergman (il sogno sulla morte di Isak).

Per il protagonista de Il settimo sigillo (1957), c’è il confronto con il triste epilogo di dieci anni, consumati in una crociata inutile, latrice solo di delusioni. Dieci anni spesi con un’unica speranza: riuscire a cogliere Dio con i sensi, dare finalmente un fondamento a una fede ormai stanca di ergersi sul nulla. Ma al cospetto della morte, questo nulla prorompe; è la resa dei conti, l’ora del giudizio. Antonious Block però non è pronto, non ha ancora trovato niente, non ha compiuto nessun passo avanti verso la certezza dell’esistenza di Dio. La sua fede vacilla, ma perdura. Astutamente si guadagna l’occasione di metterla un’ultima volta alla prova. In lui resiste ancora un residuo di speranza, l’ultimo. Il settimo sigillo è la storia di questo residuo; destinato, anch’esso, però, a naufragare.

Per il professor Isak invece, l’atmosfera è ben diversa. È un giorno felice quello in cui inizia la narrazione, il giorno del coronamento trionfale della sua carriera da medico. Ma Isak è tutt’altro che spensierato. All’apice della sua carriera, dotto tra i dotti, Isak nulla capisce riguardo a ciò che più gli preme. Questa la breve presentazione che egli dà di sé: “I nostri rapporti con il prossimo si limitano al pettegolezzo e alla critica delle sue azioni. Questa constatazione mi ha spinto a isolarmi dalla vita sociale e mondana. Trascorro le giornate in solitudine e senza troppe emozioni. Ho dedicato la mia vita al lavoro e di questo non mi pento […]. Ho un figlio medico come me. Vive a Lund. È sposato da anni, ma non ha avuto bambini […]. Sono un vecchio cocciuto e pedante. Questo rende la vita difficile sia a me che alle persone vicine. Mi chiamo Eberarth Isak Borg. Ho settantotto anni. Domani, nella cattedrale di Lund, si celebrerà il mio giubileo professionale”.

Chiusosi in sé stesso e nel suo lavoro, nel tentativo di arginare razionalmente l’angoscia, essa tracimerà negli incubi del professore. La morte, annunciataglisi inderogabilmente, metterà in questione l’intero universo razionale in cui Isak si era rifugiato. Irrequieto, egli deciderà di peregrinare per i luoghi del suo passato, accompagnato da Marianne, sua nuora. Ad attenderlo in questo viaggio, però, nient’altro che rimpianti, fallimenti e insicurezze. Si scoprirà che Marianne è incinta, ma che suo marito Evald, figlio di Isak, indifferente e freddo come il padre, vorrebbe che Marianne abortisse, per evitare al figlio di venire alla luce in un mondo la cui unica costante è la sofferenza. Tuttavia questa gravidanza imprevista, così come gli incubi del professore, sconvolgeranno l’universo chiuso dei protagonisti.

Il posto delle fragole – I. Bergman (Isak perso nel suo passato)

In questi due lungometraggi Bergman prova a immaginare un luogo insondato, dove sia possibile cercare ancora, risolvere il conflitto posto dal silenzio di Dio, dall’inevitabilità della morte, dalla fuga irreversibile del tempo. Non c’è soluzione: l’uomo deve scontare l’assurdità dell’abbandono; il suo appello riecheggia nel vuoto, non corrisposto. Antonious, disperato, non si dà per vinto; Isak, cinico, fa affidamento solo su di sé. L’angoscia di fondo, per entrambi, è la stessa; la stessa, poi, di un’intera generazione di sbandati, nata tra gli anni ‘50 e ‘60, cresciuta con i film di Bergman – Scorsese in prima fila – oppressa da un nichilismo dilagante. Non sembra esserci una via di uscita. Improvvisamente, però, cambia qualcosa.

Ne Il settimo sigillo, Antonious, sulla via di casa, braccato dalla peste, è all’apice della disillusione. L’atmosfera è della più cupe. Un’orda di flagellanti, deformi e appestati, ha attraversato la città, al ritmo di un Dies irae. Ma Antonious, seduto a riflettere al sole, incontra una famigliola di attori. Questi gli offrono del cibo. In solidarietà reciproca, si concedono una pausa, un momento di riposo, un po’ di conforto. La narrazione, per un attimo, si sospende. La tensione si dissolve, il sole illumina la compagnia, i cui volti si distendono in sorrisi.  Decidono di continuare il viaggio assieme. Si inoltrano di nuovo nel bosco, dove nulla è cambiato. La peste è ancora ovunque, la morte li osserva da presso. La partita di scacchi di Antonious continua, ma in lui qualcosa è diverso; Dio non si è manifestato, in nulla; in nulla si è opposto al niente della morte, che continua a imporsi con la sua onnipresenza. Antonious, però, per un attimo, è stato altrove. Tanto gli basterà per sacrificarsi, per perdere apposta la partita di scacchi con la Morte, permettendo alla famigliola di guadagnarsi del tempo e sfuggirle, mentre egli è costretto a seguirla in una danza macabra verso l’oltretomba, insieme a sua moglie e ad altri disperati compagni di viaggio.

Il settimo sigillo – I. Bergman (danza della morte).

Mentre Bergman, ne Il settimo sigillo, pone la morte, col suo nulla, come l’esito inevitabile di ogni ricerca, ne Il posto delle fragole essa è solo il punto di partenza. Isak vive in un tempo prefigurato, senza volto, senza novità. Le sua vita monotona è tutta piegata alla logica del destino, alla trasmissione di una sofferenza che si tramanda di generazione in generazione. L’anticipazione della morte è l’inizio del percorso che porterà Isak a scoprire un nuovo piano della temporalità. Egli si rivolgerà anzitutto nostalgicamente verso il passato, per confrontarsi con la sua irraggiungibile lontananza. Ma il perno della redenzione è la figura di Marianne, decisa in tutto e per tutto a cambiare idea a suo marito. Durante il viaggio a fianco del suocero avrà modo di conoscere l’anziana madre di Isak, anch’essa donna fredda e distante, che passa i suoi giorni in solitudine, nonostante abbia numerosi nipoti.  Questo incontro le dispiegherà la trama di un destino: l’arrogante apatia del figlio Evald, rimanda alla chiusa indifferenza del padre, Isak, che a sua volta è generata dall’incapacità di amare della nonna. Nel riflesso della tenacia di Marianne, impegnata in tutto e per tutto a sottrarre suo figlio dalla propria eredità di sofferenza, Isak potrà scorgere uno spiraglio di apertura verso un futuro diverso. Un futuro non di semplice consequenzialità e ripetizione, ma di rottura.

La gravidanza di Marianne insinua, nelle pieghe del destino, la speranza di una redenzione. È promessa pura, senza premesse. Isak riuscirà, non tanto a sfuggire alla morte, quanto a redimersi alla vita, a tornare su se stesso, nell’accettazione, nell’apertura di uno spazio dove Dio non si mostra né si cerca perché la vita basta a sé, con la sua portata rivoluzionaria.

Il contrasto che pone la morte non si dissipa, in Bergman; essa chiama a sé, Dio rimane assente. Accade però che, negli interstizi aperti dall’amore e dalla solidarietà, i protagonisti delle opere di Bergman trovino rifugio. In esso non vi è una rivelazione; Dio non appare nella sua potenza, a mostrare all’uomo la via. È solo l’uomo, nella sua fragilità, nelle sue paure, che si offre al suo prossimo come nient’altro che sé stesso. In questa comunione, dove nulla c’è da dire, si svela il segreto del silenzio di Dio.

Leggi anche: La Malinconia di Bergman – Chiediamo perdono per la nostra umanità

Leggi anche: Jöns e Antonius – Essere per la Morte (Il settimo sigillo – I. Bergman).

 

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