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L’Uomo In Nero- A Tiny Flack of Darkness

 “No one else sees it. This thing in me. Even I didn’t see it at first. And then, one day, it was there. A stain. And the more I thought about it… the more I realized I couldn’t remember a time it wasn’t there. Invisible to everyone. Except you. You saw right through it, didn’t you? When did it creep in? A tiny fleck of darkness. Was it all in my head? Or in a remnant of a dream?

 

L’Oscurità è protagonista assoluta di Westworld. Essa si insinua subdola in ogni singolo personaggio della serie in modo tale che nessuno sia mai completamente buono o cattivo. L’Uomo in Nero (Ed Harris) incarna la più evidente manifestazione di questa Oscurità: un personaggio enigmatico, la cui storia ci viene rivelata lentamente, episodio dopo episodio.

All’inizio di Westworld, egli ci appare come uno spietato e sanguinario villain. Vestito completamente di nero, veniamo a sapere che questo misterioso uomo visita il parco da ben trent’anni, seminando terrore e violenza tra i robot residenti. In particolare, l’Uomo in Nero si accanisce contro Dolores Abernethy (Evan Rachel Wood), docile ragazza di campagna.

Con un emozionante colpo di scena, alla fine della prima stagione scopriamo che l’Uomo in Nero è in realtà William (Jimmi Simpson), giovane recatosi a Westworld per la prima volta trent’anni prima, insieme a suo cognato Logan (Ben Barnes). Per metà della stagione, la vicenda di William ci viene narrata parallelamente a quella dell’Uomo in Nero e il pubblico non sa (anche se gli indizi sono molti) che si tratta in realtà della stessa persona, la cui storia è narrata su due piani temporali differenti.

Westworld

Il giovane William è un uomo buono, onesto, puro; persino nel suo abbigliamento, dai toni chiari, non può che contrastare con la personalità dell’Uomo in Nero. Eppure, questi due individui, apparentemente agli antipodi, sono in realtà uno solo. Com’è possibile?

Durante la sua prima visita a Westworld, William si innamora della bellissima Dolores. Incurante della natura non umana della ragazza, è deciso a portarla con sé nel mondo reale. Eppure, a Westworld, luogo in cui gli esseri umani possono compiere le più atroci e perverse azioni senza temere alcuna conseguenza, in William si risveglia qualcosa.

Una “macchiolina di Oscurità”, come dirà in seguito. Quel mondo, lontano da convenzioni sociali e familiari, gli fa conoscere la vera natura del suo Io:un individuo in realtà egoista e crudele. La trasformazione sarà completa quando egli si renderà conto di non poter possedere il cuore dell’amata Dolores, la quale, in seguito ad una riprogrammazione, si dimenticherà completamente di lui e del loro amore.

Quello di William a Westworld non costituisce però un cambiamento, ma una vera e propria epifania. Per tutta la vita, egli aveva sempre finto, recitando, più o meno consciamente, la parte del bravo ragazzo. A Westworld, però William scopre finalmente se stesso. E così farà, per trent’anni, vivendo una sorta di doppia vita. Una maschera nel mondo reale; la sua vera natura a Westworld.

Westworld

Ma la crudeltà di William non si ferma qui. Nella seconda stagione scopriamo che William e suo suocero, James Delos (interpretato da un superbo Peter Mullan), hanno creato un inquietante progetto a Westworld: rendere immortali gli esseri umani, trasmettendone la memoria su androidi identici a loro. Una clonazione. Il primo esperimento, rivelatosi poi fallimentare, verrà eseguito su James Delos stesso. Affascinanti eppure molto tristi le scene in cui William si trova a testare i vari cloni di Delos.

Egli non mostra che freddezza e arroganza davanti ad un uomo senza vita, la cui coscienza è destinata ad adattarsi in corpi a lei estranei, rivivendo le stesse situazioni e gli stessi dolori in un loop infinito. William è impassibile dinanzi a tale dolore, come uno scienziato che si limita ad analizzare con distacco il suo esperimento più complesso. La rappresentazione dell’insensibilità, sempre più frequente, dell’essere umano nei confronti dei suoi simili; una totale apatia verso i sentimenti, in nome del tanto agognato “progresso”.

Per anni, nessuno si accorge della vera natura di William. Nessuno, eccetto sua moglie Juliet (Sela Ward). Caduta nell’alcolismo a causa di questa consapevolezza, la donna si toglierà la vita; questo evento porterà William ad immergersi completamente nelle vicende del parco, dimenticandosi del mondo reale.

Westworld

Durante le due stagioni, il personaggio non fa che rincorrere qualcosa che non riesce realmente a comprendere, partecipando ad un gioco in cui il suo ruolo gli è sconosciuto. Questa totale perdizione nella finzione raggiungerà il suo culmine con la morte di sua figlia Emily (Katja Erbes), per mano dello stesso William. Quest’ultimo era infatti convinto che Emily non fosse reale, ma un residente creato ad hoc da Robert Ford (Anthony Hopkins), direttore del parco. William ha dunque eliminato con le sue stesse mani l’unica cosa davvero positiva della sua vita, l’unica luce in quel mare di Oscurità. 

A quel punto, persino William, l’Uomo in Nero senza pietà, sarà nauseato da tale azione. Arriverà persino a dubitare della sua stessa natura, cercando la prova di essere anch’egli un residente, un androide le cui azioni sono già state decise e programmate. Certo, sarebbe tutto più semplice in questo modo; il senso di colpa non avrebbe senso se noi non fossimo padroni delle nostre azioni. 

Grazie ad un enigmatico colpo di scena che chiude la seconda stagione, anche lo spettatore arriverà a dubitare della natura di William, il cui destino costituisce uno degli elementi che indubbiamente attendiamo con più impazienza. 

Menzione per le eccellenti performance di Jimmi Simpson e Ed Harris. Il primo, che interpreta William da giovane, ci mostra alla perfezione la metamorfosi del personaggio.  Harris, invece, impersona un William all’apice della sua corruzione morale, fornendo però la giusta umanità ad un personaggio così ricco di sfumature.

I due attori, completandosi in ogni espressione e tono di voce, hanno dato così vita ad un personaggio memorabile.

Tuttavia una domanda sorge spontanea: perché William è cattivo?  Cosa lo spinge a compiere queste tremende azioni? A differenza della maggior parte dei visitatori del parco, egli non cerca sregolatezza o lussuria. Il suo obiettivo primario è il controllo. In contrasto con l’impulsivo cognato Logan, William è  perfettamente consapevole di quello che vuole. Controllo, potere e possesso. In principio, di se stesso e dei propri desideri, recitando per anni nella vita un ruolo che non gli appartiene. In seguito, degli altri. Si pensi all’autodistruttivo amore per Dolores Abernathy: l’uomo, sebbene conscio della natura non umana della ragazza, è per tutta la serie deciso a possederla. Dolores rappresenta infatti l’innesco, ciò che ha permesso a William di comprendere e accettare la sua natura malvagia: non può perciò permettere di lasciarla libera. Infine, William arriva a pretendere di domare persino la morte stessa.

Una vera e propria ossessione per il controllo, portata avanti con freddezza e violenza. Nonostante la sua evidente negatività, lo spettatore non riesce però ad odiare del tutto il personaggio. Forse perché William, a differenza di ciò che racconta a se stesso, è il personaggio più umano e autentico dell’intera serie. Compie azioni terribili, apparentemente senza alcun rimorso, ma esse segnano una ferita indelebile nella sua anima. Eppure, non può fermarsi. La sua smania di controllo trascende ogni sentimento che può provare. E non è questo forse questo il desiderio più profondo dell’essere umano? Avere l’arroganza di controllare ogni cosa, spesso a scapito dei più basilari sentimenti umani. William continua, distrutto in corpo e anima, nella sua discesa verso la corruzione morale.

Cosa troverà alla fine?  Per ora non ci è ancora dato saperlo, ma, giudicando l’epilogo della seconda stagione, sembra proprio che l’uomo si troverà inevitabilmente vittima della sua stessa arroganza. 

Leggi anche: Westworld- L’universo, gli dei, gli uomini

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