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Marriage Story: Storia di un matrimonio – Storia di una separazione

Storia di un matrimonio apre con le lettere che Charlie e Nicole scrivono l’uno per descrivere l’altra durante una seduta psicologica. Le loro parole sono cariche di amore e stima, non diremmo mai che la loro presenza da un analista sia a causa della loro rottura. Lo spettatore però, per l’intera durata del film, si trova a seguire esclusivamente il loro divorzio e nemmeno un minuto del loro idillio. Questa non è la storia di un matrimonio, è la storia della sua fine, la storia di una separazione. 

Charlie è un brillante regista teatrale molto legato alla realtà newyorchese, Nicole è un’attrice che ha lasciato la sua Los Angeles per recitare negli spettacoli del marito. Ora stanca della vita nella Grande Mela, desidera tornare nella sua città e sul grande schermo. Tra i due non funziona più, una pacifica separazione sarebbe tutt’altro che impossibile, se non fosse per il problema dell’affidamento del loro figlio Henry. Da qui il film entra all’interno di un conflitto tra due persone che in qualche modo ancora si amano, ma che al contempo incarnano una serie di dicotomie nette: marito contro moglie, uomo contro donna, regista contro attore, teatro contro cinema, New York contro Los Angeles. Grazie a questa marcata polarità, Noah Baumbach ha imbastito un film che vive di distacchi e presenze assenti.

La trama, se vogliamo, è tutta qui. Durante i 136 minuti di durata del film conosciamo i protagonisti, capiamo i loro caratteri, viviamo il divorzio, scaviamo nei motivi della rottura, che vengono filtrati unicamente dalle loro parole, data la totale assenza di flashback. Così familiarizziamo con Charlie: un uomo brillante e sensibile, ma allo stesso tempo focalizzato fortemente su se stesso, è un buon padre e un ottimo artista, tutto ciò che desidera è proseguire la sua carriera a Broadway. E poi c’è Nicole: un’abile attrice e una donna determinata, che vuole tornare a Los Angeles dalla sua famiglia per vivere finalmente la vita che desiderava, ma il suo fare istintivo talvolta la porta ad ingigantire le situazioni che vive, una su tutte una separazione amichevole che lei trasforma in un accanito processo.

Già da queste descrizioni si coglie un leggero sbilanciamento di valori in favore del protagonista maschile. Il film, come se non bastasse, segue maggiormente il punto di vista di Charlie, svelando da una parte le problematiche di una posizione, quella del professionista che vuole anche essere un padre amorevole, talvolta mal descritta nel cinema, e dall’altra sottolineando l’onestà intellettuale dello stesso Baumbach, che decide di trattare la vicenda dal lato che meglio può comprendere, senza peraltro inficiare sull’immedesimazione da parte del pubblico femminile, dato che le difficoltà di Charlie raggiungono un livello di universalità tale da far impersonare chiunque.

Attraverso piccole situazioni, frammenti di vita quotidiana, diverbi e tensioni, arriviamo fino alla fase del processo, di gran lunga la più dolorosa del film. Qui la palla passa agli avvocati, che come avvoltoi si scagliano contro l’avversario, sfruttando quei piccoli episodi, che qualche minuto prima ci sembravano innocui, per distruggere l’altro, mentre i due coniugi assistono ai dibattiti come se fossero spenti, disattivi. È in questa fase che tocchiamo l’apice del film, grazie a uno splendido dialogo domestico tra Charlie e Nicole. Oramai dalle dolci lettere iniziali si è passati alla meno utile strada della guerra, e non sappiamo se lo strappo verrà ricucito.

Storia di un matrimonio, lentamente e inesorabilmente, nutre ed evidenzia questi strappi, e lo fa anche grazie alla sua messa in scena. Da una parte il film ci arriva come un unico grande blocco: ci sono aspetti come la fotografia diffusa, i colori spesso chiari e tenui, l’ampio rapporto d’immagine di 1.66:1 e la schiacciante maggioranza di ambienti interni a discapito degli esterni, che rendono l’opera formalmente omogenea. Dall’altra parte, la regia e il montaggio fanno sentire il loro carattere discontinuo, così che l’uso di scavalcamenti di campo, di dialoghi con campo e controcampo asimmetrici, o di piani che invadono lo spazio dell’azione, ci facciano avvertire un senso di disagio che va a braccetto con quello dei protagonisti.

I tre veri fenomeni di questo film sono indubbiamente Noah Baumbach, Scarlett Johansson e Adam Driver. Baumbach scrive una sceneggiatura coraggiosa, completamente parlata e lineare nel tempo, che però snocciola ogni tema in maniera umana e completa, proiettandosi da favorita nella stagione dei premi. Il personaggio di Nicole segna la definitiva maturazione di Scarlett Johansson, la vediamo spesso divisa, a volte dolce, a volte cinica, in alcune occasioni determinata e in altre è in balia degli eventi; nell’estetica ricorda contemporaneamente entrambe le protagoniste di Persona, Liv Ullmann nella forma del viso e Bibi Andersson nella capigliatura, come a rappresentare la biunivocità che del capolavoro di Bergman è il pilastro.

Infine Adam Driver, il mostro sacro del film, un padre dolce ma anche indipendente, un artista nel suo animo, nei suoi atteggiamenti, nel suo essere maledettamente vero, al punto di esacerbare la realtà stessa. Per entrambi gli attori si tratta, forse, delle migliori performance in carriera finora, esaltate dalla regia di Baumbach che ne premiano la fisicità e l’intensità. Se poi aggiungiamo Laura Dern e Ray Liotta nel ruolo degli avvocati senza scrupoli, ecco che la formula è completa.

Per questi motivi, con Storia di un matrimonio Netflix fa ancora centro, distribuendo uno dei film migliori di quest’anno. È il Kramer contro Kramer del ventunesimo secolo, un divorzio con un figlio in mezzo che resta, però, costantemente ancorato a temi contemporanei, come la distanza, l’egoismo e la fatica a trovare un posto che si possa chiamare Casa. La vicenda si prende il tempo giusto per evidenziare crepe che diventano squarci e squarci che si trasformano in voragini. Perché il film non parla del matrimonio, sembra che nemmeno si esprima sul suo valore in quanto istituzione, bensì parla di distacco e di separazione in ogni sua dimensione.

Non solo divorzio, non solo distanza, anche quando sono presenti nello stesso luogo i protagonisti sono spesso mediati da qualcosa o qualcuno: da una lettera, come all’inizio, o dagli avvocati in tribunale, o ancora dalla famiglia di Nicole. Nel momento in cui questi filtri non sono presenti, l’emotività di Charlie e Nicole emerge prepotentemente e senza controllo. La maggior parte delle volte, le inquadrature non permettono ai protagonisti di condividere lo spazio con altre persone, ma catturano solo il loro viso, come per volerne evidenziare il senso di solitudine che di questa separazione è la diretta conseguenza.

Ed ecco che le presenze del film diventano assenti, ecco che ognuno resta in compagnia di se stesso, dei propri dubbi e dei propri limiti. Delle lettere d’inizio film quasi ci dimentichiamo, scivolando in un oblio ordinato ma scomodo, nella storia di un matrimonio che non è altro se non la storia di una separazione.

Leggi anche: A Ghost Story – Ricordi in uno Spazio senza Tempo

Matteo Melis
"Il segno è qualcosa che sta per qualcuno al posto di qualcos'altro, sotto certi aspetti o capacità" (C. Sanders Peirce)

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