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Matrix e Hannah Arendt – La Banalità del Reale

Immaginate che in Matrix (1999), al posto di Morpheus, ci sia Hannah Arendt ad offrire una scelta in grado di cambiare il destino dell’umanità. La pillola rossa e la pillola blu assumerebbero la funzione di simbolo di una dicotomia non solo ontologica, ma morale. La trama della pellicola e il pensiero di Arendt si intersecano nel punto immaginario di una rivelazione frastornante: quella su se stessi e su ciò che si pensa di se stessi.

Lo so, forse un filo dissacrante – e me ne scuso già da ora -, ma supponete anche che la scelta sia dunque tra bene e male, una scelta offerta ad ogni esecutore, in senso lato, del regime nazista. Una pillola per aprire completamente gli occhi sul male sin lì compiuto, acquisendone così pienamente coscienza, e l’altra per continuare ad essere moralmente anestetizzati al male da compiere, perseverando nel vederlo come normale.

Si tenti di costruire un esperimento mentale. Con uno sforzo cognitivo ancor più grande, dunque, vi trovate catapultati nel tempo di una delle pagine più nere della civiltà umana. Gli orrori che vedete sono amplificati dalla realtà, rivelando atrocità che oltrepassano il senso della storia e delle testimonianze dirette che ci sono pervenute. Non si può sbagliare: quella è la realtà, quello è il male.

Gli esecutori del regime nazista e, più in generale, parte dell’intera popolazione vivono quella realtà in cui il male è un elemento naturale, al pari di una mela o di un fiume, esattamente come Neo vive la realtà di Matrix. Non ci sono appigli per aggrapparsi al senso critico: si viene trascinati nelle profondità più recondite da un’orda senza volti, dalla quale si viene assorbiti.

Matrix
I protagonisti di Matrix

Neo ha aperto gli occhi e la mente per esigenze narrative, a differenza della cecità morale e umana che opprimeva una parte di umanità in quei terribili anni del ‘900. Ma la storia non funziona come i film – luoghi del possibile – perché essa rivela una possibilità già superata, la cui realizzazione abita, dal nostro punto di vista, nel regno della necessità.

Non ci sono stati Morpheus che indicassero la via giusta; o meglio, quella normalità era forse troppo pervasiva per riuscire ad uscirne singolarmente, nonostante qualcuno ne sia stato in grado. Una realtà orripilante che non si presentava come tale agli occhi di chi ne faceva parte: questo è il segreto del male mostrato da Hannah Arendt.

Nuovamente, quello della pillola rossa e della pillola blu non è solo un escamotage narrativo, ma costituisce l’elemento rivelatore in grado di rendere la scelta tangibile, metareale. Una scelta tra realtà e illusione caratterizzata non da un semplice ideale astratto, ma da un simbolo concreto, fisico, corruttibile, che dà corpo sia a quell’ideale che alla scelta che ne scaturisce.

 “È la tua ultima occasione, se rinunci non ne avrai altre. Pillola azzurra, fine della storia: domani ti sveglierai in camera tua, e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa, resti nel paese delle meraviglie, e vedrai quant’è profonda la tana del bianconiglio. Ti sto offrendo solo la verità, ricordalo. Niente di più”. – Morpheus

Matrix

Dunque viene da pensare che, se la scelta non fosse stata inserita in un quadro immanente, Neo avrebbe potuto avere più difficoltà a lasciare quella finta realtà alla quale si era ormai assuefatto. La realtà è banale esattamente per tale motivo: fa da cornice a ciò che chiamiamo abitudine, normalità, e, finché permette il susseguirsi di questo ordine invisibile, l’uomo non è in grado di vedere ciò che se ne distacca.

Il male è banale in modo speculare, perché anch’esso fa da cornice alle vicende umane, come se fosse un vaso di pandora al contrario, nel quale è l’uomo a inserirvi le colpe dell’umanità. Chiunque privo di idee può impossessarsene – o sostituirsi a chi se ne impossessa – e, in modo simmetrico, il male acquisisce vitalità consumando la mente del suo ospite.

Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso” – Hannah Arendt

Hannah Arendt (1906-1975)

Quello che la filosofa tedesca ci mostra nel suo saggio La banalità del male (1963) è ciò che di più lontano possa esserci da una giustificazione attenuante della malvagità perpetrata sotto il regime nazista – e più in generale del male assoluto. Piuttosto, si tratta di scandagliare ciò che sottrae il senso del giusto all’uomo, cosa determina l’annullamento della criticità di un senso morale sviluppatosi nei secoli.

Ecco, il male non ruba l’umanità alle persone, ma colma un vuoto di giudizio, causato da un pensiero dominante e diffuso oltre la possibilità di scorgerne il limite al di là del quale si respira razionalità ed empatia. Ci si trova immersi in quell’oceano di malvagità, così in profondità da dimenticare che, fuori da quelle acque grigie, ci sono i raggi del sole a scaldare autentici valori morali, a dar loro un colore.

Quanto detto sinora non intacca minimamente la responsabilità individuale e collettiva in una delle pagine più vergognose dell’umanità quale è l’Olocausto. Hannah Arendt ha invece tentato di mostrare che i volti del male in realtà erano volti comuni, banali, e che si prestavano a personificare il male perché tutto quello che vedevano erano volti simili ai propri.

Riconoscersi nell’altro, adagiarsi sopra lo stato delle cose, vederlo come naturale, perché così va il mondo, perché non ha senso il cambiamento individuale, dal momento che la collettività non è in grado di cambiare. I germi del male – di un male umano, non divino – trovano terreno fertile nell’assenza di senso critico.

Guai a pensare di essere così lontani dalla banalità del male. Oggi come allora, sono tante le menti assuefatte ad un tipo di normalità patologica, in cui i tratti di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato scoloriscono ad ogni rigurgito di odio. Non ci sono macchine con intelligenza artificiale alle quali forniamo nutrimento biochimico come in Matrix, eppure siamo comunque schiavi di un artificio ‘umano’ che sta magicamente spegnendo la capacità di pensare autonomamente.

Matrix è un sistema, Neo. E quel sistema è nostro nemico. Ma quando ci sei dentro ti guardi intorno e cosa vedi? Uomini d’affari, insegnanti, avvocati, falegnami… le proiezioni mentali della gente che vogliamo salvare. Ma finché non le avremo salvate, queste persone faranno parte di quel sistema, e questo le rende nostre nemiche. Devi capire che la maggior parte di loro non è pronta per essere scollegata. Tanti di loro sono così assuefatti, così disperatamente dipendenti dal sistema, che combatterebbero per difenderlo”. – Morpheus

Il sonno della ragione genera mostri, l’opera artistica del pittore spagnolo Francisco Goya si presta ad essere monito per l’umanità. Quando si è dentro uno stato naturale di cose e non si è in grado di comprendere il male o la realtà, semplicemente perché se ne fa parte, ciò che deve essere distrutto dall’intelletto non è il male o la realtà, ma l’elemento che fornisce loro lo status di normalità.

Il male non ha alcuna forma se non quella che gli viene data, consapevolmente o meno, dall’uomo. E forse anche la realtà.

Il sonno della ragione genera mostri, Goya

Leggi anche: Matrix, Inception e Putnam – Tra realtà, sogno e finzione

Edoardo Waseschahttps://edoardowasescha.wordpress.com/
Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere. Aspirante giornalista. Nerd da prima che diventasse una moda. Amante di tutto ciò che fa esplodere la mente: dalla filosofia alla fisica quantistica, passando per la filmografia di David Lynch. Trova che scrivere sia l'unico modo per rallentare l'entropia dell'universo. Se poi un giorno - si spera non troppo lontano - sarà anche retribuito per farlo ancora meglio.

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