Home Cinebattiamo La Poetica Rivelatrice dell’Inizio pt.2 – (Non) c’era una volta

La Poetica Rivelatrice dell’Inizio pt.2 – (Non) c’era una volta

Che cosa rappresenta l’inizio, il primissimo momento per un film, un libro, una storia… per la vita?

A volte esso sussiste come mera introduzione a qualcosa di altro, immergendo lo spettatore nella narrazione della vicenda, del personaggio, del luogo. È il classico “C’era una volta” che incorpora la semplice, ma al tempo stesso magica, atmosfera del racconto. Oppure può porsi come uno straordinario inizio a effetto, che immediatamente è in grado di trasportarci in un’altra dimensione, al di là del tempo e dello spazio, dove dimenticare di sé.

Noi, però, ci addentriamo con un altro tipo di inizio, uno di quelli consapevoli della propria non consapevolezza, uno di quelli che, pur essendo solo un’origine, ci sorprendono eternamente.

Spesso si concepisce l’inizio come premessa, come qualcosa che esista esclusivamente perché dipendente da altro. Il principio di cui parliamo, invece, ha un’esistenza a sé stante, tanto che nei suoi fugaci momenti riesce a racchiudere un’idea, un’essenza, un vero e proprio mondo.

Il prologo composto da immagini, movimenti, suoni e parole diviene tutto il necessario per narrare un vero e proprio racconto. Un inizio che può, e deve, porsi come un’autentica storia.

L’inizio racchiude dentro di sé la presenza di un intero mondo pronto a esplodere, a manifestarsi, a rendersi vivo. Ma esso mostra al contempo l’assenza, lasciando le possibilità sussistere solo come tali, senza puntuale concretizzazione. L’inizio esiste in potenza, presupponendo una storia pronta a divenire reale, ma contemporaneamente negandola. In questo modo, costudisce il paradosso della presenza dell’assenza.

Questo articolo ha la pretenziosa finalità di porsi come un’autentica rivelazione, ossia rendere manifesti fatti che, pur essendo sempre stati sottesi sotto i nostri occhi, non siamo stati in grado di osservare. Forse perché questi non erano ancora illuminati a sufficienza, perché erano verità alle quali non eravamo ancora pronti, pur annunciando, al medesimo tempo, un barlume di manifestatività.

In questo modo narriamo dell’inizio di una storia, di un particolare inizio: quello che si mostra all’apparenza come ininfluente, come un espediente esteticamente seducente ma non necessario ai fini della vicenda che verrà narrata. Questo inizio, però, a una secondo visione, o a una successiva riflessione consapevole dell’opera, muterà di significato. Esso si disvela alla mente dello spettatore come una folgorante rivelazione, poiché si manifesta come la sottesa chiave interpretativa da sempre ricercata. Questo inizio racchiuderà in sé stesso tutto quello che accadrà nel film, svelando anticipatamente la trama, i passaggi, e addirittura il finale.

Una volta preso coscienza della potenza interpretativa di quella prima scena, l’intera esperienza visiva dell’opera acquisirà nuovo senso. Si ottiene la consapevolezza del fatto che tutto il film è stato già vissuto nella sua primordiale essenza, nelle primissime battute, quando ancora si pensava ad altro, quando ancora si percepivano le poltrone e le persone nella sala cinematografica, quando ancora non si era immersi in quel magico mondo che è il Cinema.

L’inizio è quindi rivelatore, rivelatore di una sottesa poetica sempre stata presente, ma mai veramente fatta propria.

Gli inizi dei film presi in esame, che racchiudono l’essenza stessa dell’opera, sono The Irishman, Il treno per il Darjeeling e Non è un paese per vecchi.

 

The Irishman – Cominciai a imbiancare case

Nella scena iniziale di The Irishman, Martin Scorsese presenta sul ritmo di In the Still of the Night il personaggio di Frank Shereen, un uomo vecchio e distrutto dalla vita che si ritrova in un ospizio da solo con sé stesso. Il protagonista dell’ultimo film del Maestro italoamericano si rivela essere un personaggio fuori dal tempo: un gangster in quello che non è più un paese per gangster, un soldato esecutore di ordini in quello che non è più un tempo di guerra. Frank Shereen decide quindi di narrare la propria storia, di mostrarci quello che, inevitabilmente, non è altro che il racconto di sé stesso, rivelando come a un certo punto della sua esistenza iniziò a imbiancare case.

In questo modo, viene presentato il personaggio imbiancare case che, nel gergo mafioso, significa compiere un asettico, indifferente e spietato omicidio. Tuttavia, e qui risiede la sottesa poetica rivelatrice dell’inizio, Martin Scorsese non ci mostra il personaggio causare la morte di una persona qualsiasi, non intende semplicemente far conoscere il protagonista, ma anticipa il più grande colpo di scena del film, rivelando l’omicidio dell’amico Jimmy Hoffa da parte del grigio e fedele alla “famiglia” Frank Shereen.

Eppure, noi non ce ne accorgiamo, non possiamo e non vogliamo farlo. A noi spettatori piace essere ingannati, sosteneva qualcuno. Inoltre, il personaggio del sindacalista Jimmy Hoffa compare dopo quarantacinque minuti e appare dunque quasi impossibile ricordare la scena iniziale. In ogni caso, Scorsese dichiara così nei primi due minuti il finale del suo film più lungo, svelando tutti gli indizi necessari e occultando la verità in bella vista. Poiché, “it is what it is”.

Leggi anche: Perché in The Irishman non ci sono i Rolling Stones

 

Il treno per il Darjeeling – Figli, ho perso il treno

Questa commedia dalle tonalità drammatiche racconta la storia di tre fratelli che, dopo la morte del padre avvenuta un anno prima, hanno smarrito la bussola e si sono persi, intraprendo ognuno la propria strada senza mai voltarsi. Tuttavia, uno dei fratelli decide di organizzare un viaggio in un luogo in cui la spiritualità rimane ancorata alle profonde radici della terra, per ritrovare sé stessi e il legame di fratellanza di un tempo.

La prima scena della parabola tragicomica targata Wes Anderson, che in apparenza semplicemente presenta un importante personaggio all’interno della narrazione: il Darjeeling Limited, un treno dalle sfumature surreali e spirituali che viaggia per l’India, in realtà si rivela essere ricolma di significato, racchiudendo in sé l’essenza dell’intera opera.

Si vede una macro-sequenza che raffigura un uomo d’affari (Bill Murray) correre prima con un taxi e poi con le proprie gambe per prendere un treno, il Darjeeling Limited, quel treno che perderà per una manciata di secondi e che invece riuscirà ad afferrare uno dei tre fratelli, Peter (Adrien Brody), sulle note di This Time Tomorrow dei The Kinks.

Tuttavia, una volta compreso l’arco narrativo e il senso finale del film, quell’uomo d’affari che attraverso gli occhi di Peter vediamo perdere il treno, si smaschera dei suoi abiti neutrali e depersonalizzanti per assumere il ruolo metaforico del padre dei tre fratelli. Lui non riuscirà a salire sul treno, a raggiungere la loro madre ormai missionaria in India, a proseguire l’incredibile viaggio che chiamiamo vita insieme ai propri figli. Rimarrà a terra, triste e sconsolato, a guardare il treno allontanarsi sempre di più, fino a perdersi nell’orizzonte, proprio come un genitore che osserva i figli uscire dal nido per immergersi nel mondo.

Leggi anche: Il treno per il Darjeeling – Un viaggio surreale verso la spiritualità

 

Non è un paese per vecchi – Significherebbe mettere a rischio la propria anima

“(…) Non ho intenzione di mettere la mia posta sul tavolo, di uscire e andare in contro a qualcosa che non capisco. Significherebbe mettere a rischio la propria anima, dire: ok, faccio parte di questo mondo” (Sergente Bell).

Con queste parole inizia il film dalla grande forma di (anti)narrativa propria dei fratelli Coen, con queste prime parole, che a prima vista servono a caratterizzare il personaggio e l’ambientazione, gli autori rivelano l’intero significato dell’opera, esplicando così il senso del titolo: Non è un paese per vecchi. Già, siamo nel 1980 e non è più un paese per vecchi, non è più un paese per uomini come il Sergente Bell, poiché, come cantava Bob Dylan nel ’64, The Times They Are a-Changin’.

Il Sergente Bell è un personaggio profondamente ancorato alla netta distinzione tra bene e male, ai valori tradizionali e a un inattaccabile senso di giustizia. Tuttavia, in un mondo in cui ormai dopo un secolo dall’annuncio nietzschiano si è realizzata la morte di Dio, permettendo alla dimensione della realtà tragica, assurda, casuale e contingente di riemerge in modo preponderante, sembra non esserci più posto per i “vecchi”. In questo senso, il Sergente Bell è un personaggio fuori dal tempo, un po’ come può essere un hippie negli anni ’90 stile Drugo, che però non ha appigli o punti di riferimento ai quali aggrapparsi, e smarrisce sé stesso in un mondo che non concepisce più come proprio. Le parole del sergente Bell, quindi, rivelano il significato originario della pellicola, mostrando come il nostro, purtroppo o per fortuna, non sia più un paese per fiabe.

Leggi anche: Non è un paese per vecchi – Un’interpretazione in chiave biblica

Tre film, tre inizi, tre esperienze indimenticabili, tre possibilità perpetuamente interpretabili.

Non ci resta che guardare e riguardare ciò che amiamo, c’è sempre qualche altra bellezza da scoprire.

Non ci resta che, come disse qualcuno, Osservare Attentamente.

Leggi anche: La Poetica Rivelatrice dell’Inizio pt.1

Tommaso Paris
“-Dio è morto, Marx è morto, e io mi sento poco bene- (Woody Allen). 23 anni, studio filosofia a Bologna, ma provengo dai monti. Filosofia e Cinema, essenzialmente le due ragioni per cui mi alzo la mattina.”

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