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Carnage – E vibrava di mistero

“Secondo me sta bene.
Ma chi lo troverà se si è perso? Chi lo troverà, quel bambino?
Lo troverà la bontà. È sempre stato così. E lo sarà ancora.”

Carnage. Il titolo potrebbe far pensare a un horror, addirittura a uno splatter, e invece non c’è sangue, neanche una goccia. Eppure è una guerra senza quartiere, totale, un vero massacro.

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Da sempre affascinato dal lato oscuro dell’uomo, e dalle idiosincrasie ad esso connesse, nel 2011 Polanski decide di affrontare ancora una volta questo tema prendendolo “dal di dietro”, come avrebbe detto Umberto Eco.
Adatta una commedia teatrale francese di Yasmina Reza dalla storia molto semplice: due bambini hanno una colluttazione, uno di questi due perde un dente, quindi i quattro genitori si incontrano per cercare di chiarire l’accaduto, come affermano loro stessi in modo ricorrente quasi fosse un mantra.

Una stanza e quattro personaggi ben costruiti: Polanski potrebbe crogiolarsi almeno questa volta sulla bravura dei suoi attori, “teatralizzando” la messa in scena e lasciandoli liberi di sbizzarrirsi.

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Invece, subito dopo la prima, larghissima inquadratura – quella in cui accade il fattaccio – si passa alle scene nella casa dei Longstreet, con primi piani serratissimi, piani americani, campo-controcampo a tutto andare, come se tutto vertesse non soltanto nel rendere non solo lo stato d’animo dei personaggi, ma anche nel portare lo spettatore stesso in quello stato d’animo, in quell’opprimente girone Infernale.
È proprio un girone infernale quello in cui Polanski vuole trascinare lo spettatore, mascherando Carnage sotto un’atmosfera da commedia, quasi da farsa. Inizialmente infatti l’incontro sembra procedere per il meglio, ogni astante pare essere conciliante e ben disposto, nonostante qualche avvisaglia lasci presagire l’ipocrisia sottesa sotto ogni gesto – ed è normale, risulta comprensibile – sino a una spirale discendente di feroce ironia e di violenza senza pari, se non addirittura nichilista.

In Carnage è possibile trovare ogni aspetto della natura umana

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Il personaggio di Kate Winslet è una donna altolocata e dai modi raffinati, che tra gli umori dell’alcool mostra invece il suo lato civettuolo, estremamente rozzo, a tratti quasi violento.
Christoph Waltz interpreta un personaggio memorabile, lucido, cinico, realista nel suo modo di vedere il mondo, il primo ad aver compreso l’inutilità di quel confronto – di quello, a nome di ogni altro tentativo di convivenza civile e pacifica – e che nonostante tutto appare quasi patetico nella meravigliosa scena del cellulare.
Jodie Foster sembra incarnare perfettamente il significato della parola “buonista”, spesso così tanto travisato. È uso comune definire buonista qualunque persona mostri sentimenti umani, quando invece la definizione più adatta dovrebbe essere: “chi ostenta in continuazione i buoni sentimenti mentre, come tutti, recita le sue preghiere a Satana.”
E infine John C. Reilly, inizialmente il più pacifico e conciliante del quartetto, ma che col proseguire della storia si rivela il più barbaro e selvaggio tra tutti, ignavo, perfetta incarnazione dell’uomo medio.

Ci sono un’infinità di combinazioni possibili racchiuse in questi personaggi, come se l’opera non fosse riferita a loro ma (come in Macbeth, come ne Il pianista) all’umanità intera, a renderla partecipe e colpevole di quanto stia accadendo.

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Lo afferma chiaramente Christoph Waltz, in una chiarificatrice scena capitale:

“Penelope… il mio credo è il Dio del Massacro. Il dio che governa indiscusso dalla notte dei tempi. Lei si interessa di Africa, non è vero?”

“Bleeeahh!” (Conato di vomito geniale sullo sfondo di Kate Winslet)

” – Dicevo… sa, io sono appena tornato dal Congo. Ho visto bambini di otto anni addestrati ad uccidere, e arrivano ad uccidere così piccoli anche centinaia di persone. Uccidono col machete, col mitra, col kalash… col tamper! È evidente quindi che se mio figlio spacca un dente a un ragazzino con una canna di bambù ai giardini pubblici, io non riesco a indignarmi come lei.” 

Sta tutta qui in fondo l’anima di Carnage, che mostra una società occidentale apparentemente pacifica, conciliante, interessata a risolvere le ingiustizie e le disuguaglianze, quando invece pare scesa sempre più a patti col proprio Cuore di Tenebra, talvolta inconsapevolmente, spesso mascherando quell’innato sentimento di prevaricazione, se non fingendo che non esista. Restando a conti fatti per nulla differente dalle sue tribù ataviche.

Il male è la parte più genuina e spontanea dell’uomo, la più prossima al suo modo di essere naturale, ed è un esercizio costantemente imperfetto quello che tenta di limare quest’innata pulsione.

Non c’è dunque speranza di fronte a questo nichilismo?

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Come nella scena finale de Il pianista, il lieto fine pare esserci con un tocco lontano da ogni buonismo, lontano da ogni retorica.

Campo largo, i due bambini sullo sfondo. Perché ancora in loro non c’è la propensione a trattare il male e la violenza come demoni innominabili. Perché solo sperimentando la violenza si intuisce la reale entità del suo potere distruttivo. A loro soltanto decidere se restare soggiogati al Carnage, a quel Dio del Massacro, o affrancarsene.

“Una volta nei torrenti di montagna c’erano i salmerini. Li potevi vedere fermi, nell’acqua ambrata, con la punta delle pinne che ondeggiavano nella corrente. Li prendevi in mano e odoravano di muschio. Sul dorso avevano disegni a vermicelli che erano mappe del mondo in divenire. Mappe e labirinti di una cosa che non si poteva rimettere a posto. Che non si poteva riaggiustare. Nelle forre dove vivevano, ogni cosa era più antica dell’uomo. E vibrava di mistero.”

Leggi anche: Carnage – Chi siamo?

Giulio Gentile
Nasce a Caltanissetta, dove viene benedetto dal provincialismo che fa sembrare ogni cosa più grande. Il liceo, l'università, i soggiorni all'estero, guardare film, leggere, scrivere e un'altra cosa che non ricorda, gli sono sembrati qualcosa di sensato. Il provincialismo ha il dono di far vedere ogni banalità sotto una luce vincente.

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