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Pinocchio – La Favola Italiana di Matteo Garrone

Ha raccontato nani e giganti immersi in contesti degradati e criminali; ha raccontato fanciulle rinchiuse in appartamenti, uomini persi in immaginari paesi delle meraviglie, ha dipinto fiabe macchiate da squallore e disumanità. Quest’anno, a più di vent’anni dal suo esordio cinematografico, Matteo Garrone racconta Pinocchio, la favola italiana per antonomasia, la più amata dai bambini e la più esplorata, fino a oggi, dal mezzo cinematografico.

La prima cosa da sottolineare, tuttavia, è che il Pinocchio di Garrone non è una fiaba cupa, oscura, come forse molti si sarebbero aspettati guardando il primissimo teaser, uscito oramai più di cinque mesi fa. L’ultimo lavoro del regista romano è di fatto un adattamento pressoché fedele all’opera di Collodi che tutti conosciamo, seppur intriso dello stile e della verve che ha caratterizzato Il Racconto dei racconti. Come lo stesso regista racconta, è un film di cui sente suo ogni singolo fotogramma: come l’immagine dell’uomo che fissa un cane attraverso una gabbia l’ha accompagnato fino alla realizzazione di Dogman, l’idea di poter dar vita alla favola del burattino di legno scorta la sua immaginazione sin da quando era bambino.

Garrone

Ciò che ci è consegnato è un lavoro di scenografia, fotografia ed effetti speciali quasi mai visto nel nostro cinema, che mantiene un’anima profondamente italiana, attraverso i volti di coloro che ne compongono il mosaico: Roberto Benigni, quasi vent’anni dopo aver interpretato Pinocchio, indossa le sudicie vesti di Geppetto, affiancato da Gigi Proietti, nei panni di Mangiafuoco, e dai funzionanti Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini in quelli del gatto e la volpe, esilaranti nella loro brillante intesa. Dietro i nodosi tratti del burattino parlante, invece, il piccolo ed esuberante Federico Ielapi.

Se lo svolgimento narrativo poco si distanzia dalla storia originale di Pinocchio, a stupire è l’incredibile efficacia dei trucchi e dei costumi, oltre all’estrema caratterizzazione di ogni singola figura che attraversa lo schermo, dallo strillone del teatro dei burattini al particolare giudice-scimmia in cui s’imbatte il protagonista, fino a personaggi la cui rilevanza originaria è spesso passata in secondo piano nei precedenti adattamenti, come Lumaca e Tonno. Persino nella figura della fata turchina c’è massima adesione alle pagine.

C’è, in questo, un respiro fiabesco che non solo si distanzia dalle atmosfere macabre del Racconto dei racconti, bensì che si ricollega al poetare di alcuni dei cantastorie più iconici del cinema, Fellini in primis. La stessa meravigliosa colonna musicale spesso risuona le medesime note del tema di Gelsomina di Nino Rota, la celebre melodia de La Strada.

In scenari che sembrano dipinti a mano, Garrone- affiancato da Nicolaj Bruel, suo direttore della fotografia anche in Dogman– ci dona un’adattamento autentico, pulsante, che si tuffa nei meandri del suo mondo. Quasi fossimo immersi in un’enorme illustrazione, ogni singola inquadratura ricorda un quadro dei Macchiaioli dell’800, ispirazione dichiarata del regista.

Garrone

Un lavoro, dunque, dal grande impatto visivo, un viaggio tra ambientazioni sospese in dimensioni favolesche e antri oscuri, al seguito di burattini, pagliacci, saltimbanchi, animali antropomorfizzati e uomini bestializzati. L’estetica di Garrone trova nell’opera di Collodi terreno in cui esplodere.

Un film vero, che in tale periodo di transizione spinge ancor di più il cinema italiano verso nuove forme, nuove ispirazioni.
Firmato da, senza tentennamenti, il più grande regista italiano vivente.

Leggi anche: Garrone e Sorrentino – le due facce del cinema italiano

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