Home Nella Storia del Cinema Chinatown - Alla ricerca della verità nel deserto dei Tartari californiano

Chinatown – Alla ricerca della verità nel deserto dei Tartari californiano

J. J. Gittes è un uomo semplice, forse un po’ banale. La sua vita è fatta di certezze, di verità chiare, lineari e incontrovertibili. Proprio per questo ha scelto di abbandonare la polizia, e diventare investigatore privato. Per rincorrere questa necessità viscerale di risposte immediate alle domande della vita, per cercare in milioni di scaramucce familiari, tutte uguali nella loro unicità, il senso della vita sul fondo del barile dell’umanità. Quando indossava la divisa, invece, tutto gli sembrava appannato, viveva in un mondo avvolto da nebbie inquietanti. Mangiava pane ed enigmi, perso tra i miraggi del fumo dei tombini, nel deserto d’asfalto di Chinatown.

j.j. gittes : You can’t always tell what’s going on in Chinatown…

“A Chinatown non capisci mai cosa stia succedendo…”, ma non riesci a smettere di avere la sensazione che qualcosa debba succedere. Gittes non riusciva a togliersi di dosso il prurito che gli affliggeva l’anima, di essere testimone inconsapevole e imbelle in un mondo molto più grande di lui. Non riuscendo ad afferrare questa verità così labile e ostile, ha preferito fuggire; meglio condannare se stessi all’esilio, in una torre d’avorio sotto forma di ufficio. Osservare le miserie umane dietro una scrivania. Vivere di quelle meschinità, ma senza sporcarsi le mani o razzolare nel marcio. Sarà cinico, ma sicuramente più ricco e salutare.

Il vecchio adagio funziona sempre: gli esseri umani mentono, tutti e indistintamente. Ma i motivi sono sempre stupidi, i più banali possibili. Un piccolo tradimento, una fuga in qualche sala da gioco di Chinatown a beffare la fortuna, qualche ora in più al pub a bersi gli ultimi spiccioli. Piccole pecorelle che si agitano e scalciano, ma da brave in un piccolo recinto, senza sconvolgere troppo una confortevole routine. Come se quella borghese normalità, anche nelle scappatelle, fosse l’unica ancora di salvezzal, unico appiglio per non affondare negli abissi sconosciuti della perdizione. Piccoli passi verso la depravazione da cui si può sempre tornare indietro, e ricominciare come se nulla fosse.

Ora J. J. si trova di fronte all’ultimo di una lista infinita di mariti e mogli infedeli; il grassone piange, si dispera, vorrebbe distruggere tutto, sballottato da un dolore nuovo e inaspettato. Gittes invece, sapeva già tutto sin dall’inizio, come il croupier di una roulette truccata, sa che numero uscirà ancor prima che il pubblico faccia le puntate. E osserva i giocatori accanirsi e distruggersi alla ricerca di un senso in quel gioco disperato, dietro al banco con gelido distacco, per evitare di trovarsi invischiato in un gioco al massacro. Ognuno è profondamente persuaso della singolarità del proprio dolore, ma è uguale a infiniti altri, piccoli tasselli nell’ingranaggio dell’esistenza.

Chinatown

Il caso Mulwray sembra andare nella stessa direzione. La signora Evelyn ha incaricato JJ di seguire il marito, sospetta un tradimento. Mulwray è un pezzo grosso, ingegnere del dipartimento di acqua ed energia di LA; in un periodo di forte siccità come quello, può quasi considerarsi una divinità, con potere di vita e di morte su coltivazioni, animali e persone. A una prima occhiata, Gittes vede un uomo integerrimo, una persona dedita al lavoro e senza grilli per la testa. Ma l’aura di onestà che lo circonda, non lo rende diverso da tutti gli altri, né immune dalla voglia di concedersi un piccolo diversivo dalla moralità.

La biondina nella foto sembra proprio dire questo. Mulwray non è diverso da tutti gli altri uomini e le altre donne che JJ ha seguito, controllato e fotografato: la sua verità colpisce ancora una volta, incontrastata e incontrastabile. Non è colpa sua, se le foto sono comparse sui giornali e se ora Mulwray è stato costretto a farsi da parte; poco importa se Gittes a conti fatti è diventato una pedina, per permettere ad altri di continuare col Monopoly del bacino idrico, mettendo a riposo l’ingegnere. Lui ha solo aperto il vaso di Pandora, ma non è certamente responsabile di tutto lo schifo che ne è venuto fuori.

Chinatown

E allora chi è quella donna che gli vuole fare causa? Dice di essere Evelyn Mulwray, ma non assomiglia per niente alla donna che lo ha ingaggiato. A Gittes sembra di essere tornato a Chinatown, in un labirinto di specchi, incapace di distinguere i riflessi distorti dalla realtà. Non riesce a capire bene cosa stia succedendo, ma è stato preso per il naso da qualche balordo; è in gioco la sua credibilità, nel suo mestiere è tutto, e non può lasciar perdere. Deve indagare adesso, per conto suo o per amore della verità; come ai vecchi tempi, quando indossava una divisa e non era ancora una avido bastardo, o forse sì?

Nessuno si fa beffe di J. J. Gittes, nessuno. Neanche i pezzi grossi del bacino idrico; neanche quegli avidi incravattati, con tutti i loro soldi e il loro potere possono trattare l’investigatore come fosse uno stupido. Chi voleva distruggere l’ingegnere? Chi poteva avere interesse nel costringere quell’uomo al silenzio? Qual è la verità? Mulwray voleva fermare i lavori del bacino idrico, milioni di dollari pronti a fluire nelle tasche di proprietari affamati di terreno, come Noah Cross; socio per tutta la vita di Hollis Mulwray, e padre di sua moglie Evelyn. Bisognava costringerlo al silenzio o alle dimissioni. Soldi, donne e potere, la sacra trinità della perversione; gli unici idoli capaci di corrompere l’animo umano fin nel profondo.

Chinatown

Caso chiuso Gittes! E invece no. In questa acchiapparella esistenziale con la verità, è ancora perso nei labirinti della sua Chinatown mentale. La verità è sfuggente, sembra sempre farsi vicina, sembra quasi di afferrarla, mentre si sposta un passo in avanti; come l’orizzonte, così chiaro alla vista eppure così lontano da afferrare. Dietro ogni risposta, si nascondono altre dieci, cento, mille domande che fanno vacillare ogni sicurezza. Chi ha ucciso Mulwray? Perché sua moglie Evelyn ha deciso di tirarsi fuori da questa vicenda? Ma soprattutto, perché Noah Cross è più interessato a trovare l’amante di Hollis che a scoprire chi l’ha ucciso?

JJ è il protagonista di un quadro metafisico. Sotto braccio col mistero, si aggira per le strade di LA; cerca persone, chiede informazioni, scavalca recinzioni. Cerca di stanare la verità in ogni angolo, ma non ci riesce,la sua è la ricerca disperata di un senso, del bandolo della matassa, il capo del filo di Arianna per uscire fuori da quel labirinto. Ogni passo, è un passo falso; ogni certezza, solo il piccolo mattone di un castello di carta, pronto a crollare al primo scossone. Si abbandona tra le braccia di Evelyn, vuole trovare dentro il suo corpo un calore e un conforto nel gelo della notte della ragione; ma non vi trova nulla, se non altri misteri e altre domande.

Tenuto per mano dalla sua musa inquietante, Gittes si inoltra nelle profondità del mistero e scopre l’aberrazione. Alla ricerca di una ragazza bionda, sale sull’ascensore diretto all’inferno e si perde tra le spire del quartiere cinese, luogo ideale di ogni enigma. Tra i fumi e le ombre, Chinatown si tramuta nella piazza di un quadro di De Chirico. Lo sbuffo lontano di un treno, un’ombra fuori dalla vista che proietta la propria ombra sul selciato, una statua muta e anonima. Tutto è così immobile e immutabile, eppure così pregno di una carica misterica pronta ad esplodere; ogni strada, ogni vicolo buio, ogni night club, tutto sembra sempre sul punto di svelare un enigma vitale. Tra le mutande delle spogliarelliste e nei fumi dell’oppio, si nasconde la chiave delle porte della percezione; l’estasi come chiave per il senso dell’esistenza.

J.j. Gittes : Why are you doing it? How much better can you eat? What could you buy that you can’t already afford?
Noah Cross : The future, Mr. Gittes! The future.

La carica esplode, crolla il castello di carta con il suo labirinto di specchi, la verità finalmente si svela davanti agli occhi di JJ. La biondina si chiama Katherin ed era la figliastra di Hollis, non la sua amante; Evelyn era incinta prima di sposarsi, e l’ingegnere ha accolto entrambe con l’amore di un padre. Quel padre negato e rifuggito a tutti i costi, perché troppo abietto per meritarsi un simile ruolo; quel Noah Cross così ricco eppure così spietato, satollo di potere ma assetato di futuro. Evelyn è figlia del magnate dell’acqua, anche Katherine lo è: prodotto di una violenza e di un incesto, di una insaziabile fame di destino.

Chinatown

Il puzzle è completo, Gittes ha finalmente scoperto la verità cercata così a lungo. Potrebbe dirsi soddisfatto, ma a cosa è servito tutto questo? A cosa ha portato questa verità? Evelyn morta, Katherine condannata a un’esistenza in catene tra le grinfie di Calibano. Svelato il tabù, non crolla il totem; tutto cambiato, eppure tutto immutabile. Chinatown regala ancora una volta un mistero, un’attesa, la speranza che un giorno non lontano tutto possa risolversi, che qualcosa possa accadere. L’investigatore vorrebbe poter mettere la parola fine a quella maledetta storia, ma non c’è conclusione che possa pacificare il suo animo inquieto.

Sentiva un’ombra di opaca amarezza, come quando le gravi ore del destino ci passano vicine senza toccarci e il loro rombo si perde lontano mentre noi rimaniamo soli, fra gorghi di foglie secche, a rimpianger la terribile ma grande occasione perduta.
Dino buzzati – il deserto dei tartari

Gittes era scappato dalle strade di Chinatown, rifugiandosi in una verità che lo coccolasse e lo stordisse al tempo stesso, una routine familiare. Ma ora non può più tornare indietro, non può fingere che tutto ciò non sia mai accaduto. Come Giovanni Drogo, dalla cima di una fortezza bianca e vuota, osserva il deserto spirituale che lo circonda; strade popolate di automi, esseri umani abituati a camminare sulle orme tracciate da altri, impermeabili ad ogni dubbio. Osserva e aspetta, che finalmente qualcosa cambi, che tutte le domande abbiano infine una risposta; aspetta e osserva, sperando di non aver consumato inutilmente il suo passaggio sulla terra cercando i Tartari che non arriveranno mai.

J. J. Gittes era un uomo semplice, forse un po’ banale. Aveva scelto di abbandonare la polizia per crearsi una vita fatta di certezze, di verità chiare; ma poi, convinto di aver trovato l’occasione giusta ha abbandonato tutto per andare a combattere nel deserto dei Tartari. Si è lasciato tutto alle spalle, per abbattere un nemico invisibile, eppure così soverchiante; un avversario camaleontico, che cambia volto non appena viene svelato. E ora, si ritrova con un pugno di sabbia tra le mani, orfano di ogni certezza ed esiliato tra ignota gente, faccia a terra nel fango dell’umana esistenza. Non gli resta che vagare, nel deserto di Chinatown, senza mappa e senza bussola, alla ricerca di un nuovo destino.

Leggi anche: Venezia 76: J’accuse – Il Potere e la Verità storica secondo Polanski

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

LEGGI ANCHE

Il Sospetto- l’ambiguità di un bicchiere di latte

Alfred Hitchcock: "Ma le è piaciuta la scena del bicchiere di latte?" François Truffaut: "Quando Cary Grant sale le scale, è molto bella." Alfred Hitchcock: "Avevo...

Quentin Tarantino e Christoph Waltz – Compagni di Viaggio

Questa è una storia un po' particolare, di quelle che non accadono spesso. La storia tra due compagni di viaggio che si sono incontrati...

Camus e i Coen – Lo Straniero che non c’era

I due protagonisti si parlano, anche stando in silenzio. Nella pellicola dei fratelli Coen dal titolo L’uomo che non c’era (2001), Ed Crane sembra...

N. W. Refn e Ryan Gosling – La poetica del silenzio dell’antieroe

C'è stato un periodo che ha segnato lo spartiacque per la carriera di Nicolas Winding Refn, ovvero quello della realizzazione di Drive. Non solo...