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Trainspotting – L’eroina e il Sottosuolo di Dostoevskij

Trainspotting è un film divenuto cult a tempo di record: nonostante sia uscito relativamente pochi anni fa, l’idea contenuta nella storia dell’eroinomane Mark (Ewan McGregor) ha colpito presto e intensamente coloro che hanno visto questo film di Danny Boyle.

La portata della “scelta di non scegliere la vita“, individuando nell’eroina la propria unica ragione esistenziale, risuona da un lato come avvertimento preventivo legato ai rischi connessi all’abuso di sostanze stupefacenti, dall’altro come un’abile e affilata provocazione sociale diretta alle abitudini ipocrite della società di massa.

Preoccupazioni quotidiane, doveri e normalità: nell’Edinburgo degli anni ’90 del novecento, Mark e i suoi amici sono liberi di affrancarsi da queste contingenze, avendo alla portata gli “orgasmi più potenti della loro vita moltiplicati per mille“.

Quelle di Mark e dei suoi amici sono vite trascinate di giorno in giorno, schiave del tempo, senza un simbolico senso da valorizzare se non quello del rapporto salvifico con la sostanza. Per questo motivo, e per lo stile narrativo rabbioso e saturante della voce fuori campo, questo film è associabile al celebre romanzo di Fëdor Dostoevskij Memorie dal Sottosuolo.

Dal 1864 al 1996, il passo è breve: l’operazione compiuta dal grande scrittore russo nel suo Sottosuolo è analoga alla critica sociale espressa da Mark nei suoi monologhi: Trainspotting dialoga con il protagonista del romanzo perché il parallelismo tra le due diverse ricerche di avventura funziona.

 

A proposito della neve bagnata

Trainspotting

“Il brutto, quando smettevo con la droga è che sapevo che ritornavo dai miei amici in uno stato di lucidità assoluta. Era spaventoso. Mi ricordavano talmente me stesso che quasi non riuscivo a guardarli. Prendete Sick Boy per esempio. Aveva smesso di farsi nel mio stesso periodo, non perché lo voleva, badate, ma solo per irritarmi. Solo per dimostrarmi quanto gli era facile, sminuendo di conseguenza i miei sforzi. Un subdolo scassacoglioni, no? E mentre io volevo solo starmene per conto mio a compiangermi, lui insisteva a illustrarmi di nuovo la sua unificante teoria della vita.” (Trainspotting)

L’infallibile vittoria dell’irrazionalità umana è espressa chiaramente in questo passaggio di Trainspotting; la testimonianza che porta è di una visione del mondo al tempo stesso lucida e distorta, proprio come quella del protagonista del Sottosuolo, che si scaglia con odio contro tutte le teorie della vita fondate sull’ordine, sulla sistematicità e sulla ragione.

Essere bravi cittadini sembra al di là delle possibilità di Mark e del protagonista del romanzo, a tal punto disorientati nella loro vita da essere capaci soltanto di notare il non-senso in quella degli altri:

“Il fatto, signori miei, è che io mi considero una persona intelligente forse soltanto perché in tutta la mia vita non sono stato capace né di cominciare né di portare a termine mai nulla. Ammettiamo che io sia soltanto un chiacchierone, un innocuo e fastidioso chiacchierone come tutti quanti. Ma che possiamo farci se il più diretto, anzi l’unico compito di ogni persona intelligente consiste appunto nel chiacchierare, cioè nel travasare il vuoto nel vuoto?” (Dostoevskij)

Al centro del conflitto espresso in parallelo tra le due storie c’è la dialettica eterna tra ragione e volontà; nel caso di Trainspotting la solitudine è il nemico da sconfiggere, mentre nel romanzo russo sono le abitudini e la noia al centro dell’indagine morale del protagonista.

L’affascinante, poetico punto di contatto tra le due opere sta nel fatto che spesso e volentieri queste due condizioni coincidono: la peggiore, noiosa abitudine che abbiamo è quella di essere soli.

 

Creature bipedi e ingrate

La condanna di ogni essere umano sembra l’impossibilità di liberarsi dalle proprie mancanze, e l’intreccio tra le due narrazioni qui prese in considerazione evidenzia tale sentenza in una maniera piacevolmente simile.

“E fu più o meno in quel momento che Spud, Sick Boy e io prendemmo la sana, motivata e democratica decisione di tornare all’eroina al più presto. Ci vollero circa dodici ore. Pare facile, ma non lo è. Sembra una scampagnata, una scelta comoda. Ma vivere così è un lavoro a tempo pieno.”

Difficile, se non impossibile, appare la possibilità di correggere le decisioni del passato per offrire alla vita vantaggi tangibili: questo leit motif emerge chiaro e disturbante nel romanzo di Dostoevskij man mano che ci avviciniamo al finale.

“Dunque l’uomo ama costruire, e tracciare strade, è pacifico. Ma da che viene che ami appassionatamente anche la distruzione e il caos?” (Dostoevskij)

La cosciente inerzia dell’uomo del Sottosuolo trova nella sofferenza irrazionale la propria unica ragione, così come in Trainspotting Mark non riesca a dis-abituarsi all’eroina.

Se il protagonista del film è giustificato dalla sua dipendenza dall’eroina, come possiamo giustificare invece l’anonimo protagonista del Sottosuolo? Ciò che sappiamo di lui è che, come tutti i personaggi dei grandi romanzi di Dostoevskij, si tratta di un tipo d’uomo, un rappresentante della peculiare psicopatologia di cui l’uomo russo è portatore.

Tanti considerano l’autore russo uno psicopatologo, proprio perché è estremamente capace di delineare il fragile e paradossale equilibrio che lega i vissuti, le emozioni e i giudizi di volontà presenti in ciascuno di noi; il motivo per cui lo riconosciamo è che il suo “essere maligno” è una visione del mondo che potenzialmente potremmo condividere.

Il modo in cui usa le sue Memorie per condannare il XIX secolo è testimonianza della personale contraddizione tra agire e pensare che lo anima dall’interno: la mancanza di direzione dei suoi comportamenti è solo un pretesto per cercare soluzioni casuali come un diversivo, e non la ragione per dare a questi comportamenti una direzione.

S’imbroglia perché sostiene di avere una coscienza, ma la tratta come una coscienza irrazionale; il Sottosuolo nel quale sprofonda è quello determinato dalla sua mancanza di risoluzione.

L’unico imbroglio che l’uomo generale riesce a compiere davvero fino alla fine è quello che riguarda se stesso: il tempo, gli affetti e i cambiamenti vengono meno quando l’intimo conflitto tra ragione e volontà, ordine superficiale e caotico Sottosuolo raggiunge il suo apice.

Per noi come per Mark, trovare tranquillità è possibile solo se ri-apprendiamo a respirare la vera vita vivente, quella alla quale non siamo più abituati. Compiere questo passaggio evolutivo è un compito bio-psichico necessario per individuare ragioni esistenziali che non esistono più. Se non le troviamo, rischiamo che il Sottosuolo ci schiacci, come stava per capitare a Mark prima che si salvasse.

“Mi sono giustificato con me stesso in tante maniere diverse, non era niente di che, solo un piccolo tradimento, o… i nostri rapporti erano cambiati, sapete cose così… ma ammettiamolo li avevo bidonati, i miei cosiddetti amici. Di Begbie non me ne fregava un cazzo e Sick Boy avrebbe fatto lo stesso con me se c’avesse pensato per primo. Di Spud, be’, d’accordo per Spud mi dispiaceva, non aveva mai fatto del male a nessuno lui. Allora perché l’ho fatto? Potrei dare un milione di risposte tutte false. La verità è che sono cattivo, ma questo cambierà, io cambierò, è l’ultima volta che faccio cose come questa. Metto la testa a posto, vado avanti, rigo dritto, scelgo la vita.”

 

Leggi anche: Match Point – Tra Woody Allen e Dostoevskij

 

 

 

Gianluca Colella
Ho 25 anni, studio psicologia clinica a Napoli e quello che amo della mia esperienza con la Settima Arte è la possibilità di legare ciò che studio agli show e ai film che amo; lo spazio culturale soggettivo e oggettivo nel quale possiamo emozionarci riconoscendo l'evoluzione di storie, personaggi ed affetti è una delle cose più preziose che abbiamo e secondo me l'arma più preziosa della Settima. Un po' la Forza di Star Wars.

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