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Non è un paese per Fiabe

“Non ho più idee, ho soltanto memorie” affermava il Mastroianni de La Notte di Antonioni, radicalizzando l’annichilito, egoistico sospiro di un intellettuale che riecheggia nella vuota, egocentrica passività, senza più ambizioni rivolte al creare.

Non c’è malinconia in lui, perché non c’è consapevolezza del valore di quella triste deriva che afferma, ma non afferra. Egli vaga, semplicemente, nutrendosi di surrogati di non-più-bellezza: una vita inautentica, una storia che narra il vuoto incolmabile.

Ma come si è giunti a questo?
La verità è che non si giunge al nulla, perché il nulla non ha luogo né strada.
Il nulla è la negazione di quel percorso che non può più essere, l’assenza di quella possibilità che fu, ma che non seppe essere una volta chiamata necessità.

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Non è più, non è ancora, non è, e non sarà mai.
E dunque, di che si sta parlando?

Dell’eterna questione, di una umile declinazione dell’infinito conflitto: il cinema, a cavallo tra Novecento e Duemila, ha riportato l’infinita problematica del “non” in una sua nuova antropologia, ove il negativo, grande tema dell’umanistica novecentesca, vede nella giovane arte un canale che espliciti a pieno il sotterraneo polemos esistenziale.

Raccontare il reale, cercandone l’essenza o iperbolizzandone i presupposti, è il compito primo e ultimo dell’arte. Nel cinema, però, vi è ciò che vi fu nell’antico teatro: il dinamismo catartico, l’esplosione intuitiva che non necessita un’attiva riflessione. Il cinema, in altre parole, penetra l’umano sia spazio-temporalmente, conducendolo in un vero e proprio percorso narrativo, con una storia che percorre archi temporali e si connota in luoghi dalla spazialità tridimensionale; sia psico-emotivamente, impattando, grazie alla sintetica dimensione dialogico-immaginifica, il soggetto prima ancora che egli intenzioni il suo sguardo verso una ricerca di significato. È un’esperienza totalizzante, l’unica capace di colpire anche chi non cerca, rendendogli impossibile fuggire dall’impatto.

Ed è forse per questo che, più di ogni altra, la dimensione filmica si rivela congeniale al sopracitato conflitto, al disvelamento del fallimento di una narrazione teleologica, al fallimento di fiabe che ambiscano a trovare soluzioni definitive e universali all’angoscia, al dubbio, alla solitudine.

Dove il cinema ha risposto, altro cinema ha mostrato gli irriducibili quesiti.
Dove le fiabe americane hanno radicalmente stereotipato il lieto fine, le anti-fiabe hanno radicalizzato l’imprescindibile condizione di insensatezza della fine.
Dove le fiabe americane hanno costruito un sistema perfetto, ove ogni inizio incerto trovi una conclusione risolutiva, la anti-fiabe hanno ri-svelato le falle sistematiche ricordandoci la nostra fallimentarità.
Dove le fiabe americane hanno bidimensionalizzato i protagonisti e gli antagonisti a una becera manichea visione del bene e del male, del bianco e del nero, rendendo sempre vincenti i buoni e sempre perdenti i cattivi; le anti-fiabe hanno dato giustizia al pluralismo dei grigi, all’incertezza di una conclusione, alla possibilità che tutti abbiano già perso.

All’Epos di Forrest Gump, che racconta la fiaba del sogno americano come risposta ad ogni male, come superamento d’ogni sofferenza senza neanche tanto sforzo; risponde l’Ethos di Taxi Driver ridando voce alle domande di senso, ridando moto all’insensatezza, mostrando i risultati del fallimento della società contemporanea.
All’amor vincit omnia anglosassonizzato di Pretty Woman, che cancella ogni differenza sociale, ogni differenza estetica in favore di un mondo bidimensionale dove chiunque può qualunque cosa; risponde l’aridità emotiva di Manchester by the sea, che mostra l’impossibilità di risolversi davanti al tragico, l’apatia demolitrice di personaggi che non si risolveranno, che non percorreranno quell’arco narrativo aprioristicamente presupposto come vittorioso.

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Ma, allora, qual è il punto?
Come spesso accade, sono forse le intersezioni non dette a donarci l’ancora possibile dolcezza. Se è pur vero che l’anti-fiabesco si rivela risposta necessaria, ancor più vero è che l’intento creativo, seppur sveli la fallimentarità della grande fiaba ipocrita, non è quello di negare ogni forma di speranza. Anzi.
L’intento è di rottura, certo, ma non per rimanere in un’antitesi, bensì, forse, verso un’onesta poesia, che parta dal reale per ritrovare una fiaba possibile.
Una volta raggiunta quell’esigenza destruens, una volta decostruita quella formula vuota e sublime, che si possa forse ambire a ricominciare?
L’inquietante condanna della mitologia della fiaba assicurata, l’illusione che ha compiuto il suo inganno disincantante, può essere sconfitta, non semplicemente descritta.
Perché, una volta mostrato il grigio pluralismo, il tragico disagio moderno, il tendente vuoto che incombe e che nessuna ipocrisia hollywoodiana può più nascondere, questo non ci ha fermati, non ci si è arresi ad esso.
Proprio quelle anti-fiabe, talvolta, sono divenute fiabe reali, che accettano la realtà, ma non negano la bellezza.
Perché il grigio non è brutto.
Perché il fallimento non è imprescindibile.
Perché abbiamo ancora voglia di salvarci.
Perché l’amore esiste, anche se profondamente irriducibile a categorie.

Così remiamo ancora, controcorrente, non verso il passato, ma verso una sincera voglia di narrare, di essere aedi di storie possibili, non necessarie.
Perché la possibilità e la bellezza sono strane cugine.
Così a Mastroianni de La Notte, risponde Mastroianni di 8 e mezzo.
A Travis di Taxi Driver, il Travis di Paris, Texas.
A Casey Affleck in Manchester by the sea, Jim Carrey di Eternal Sunshine.

Non è un paese per fiabe?
Non ancora, ma manca poco.

 

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LEGGI ANCHE: Taxi Driver – La solitudine tra poesia e follia

Andrea Vailati
"Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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