Home Cinebattiamo Camus e i Coen - Lo Straniero che non c'era

Camus e i Coen – Lo Straniero che non c’era

I due protagonisti si parlano, anche stando in silenzio. Nella pellicola dei fratelli Coen dal titolo L’uomo che non c’era (2001), Ed Crane sembra compiere le stesse sbiadite mosse di Meursault, il personaggio al centro del romanzo di Albert Camus Lo straniero (1942). L’assonanza non è dichiarata dai registi pubblicamente, ma i fotogrammi che mettono in scena l’esistenza del barbiere di Santa Rosa ne denunciano l’evidenza.

Le parole non dette in una vita sono quelle che Ed Crane utilizza parlando in prima persona di se stesso lungo tutto l’arco narrativo del film. La sua voce risparmiata più che per bisogno, forse per indolenza, risuona senza più economie durante tutto il girato, viaggiando come quella del Meursault di Camus lungo le pagine del racconto.

Meursault: «Per cominciare ha detto che mi descrivevano come una persona taciturna e chiusa e ha voluto sapere cosa ne pensassi. Ho risposto: “È che non ho mai molto da dire. Perciò sto zitto”».

Le parole possono cambiare il mondo, imprimergli una rivoluzione, ma se taciute a lungo, dovranno solo limitarsi a sopportare un’esistenza che accade, una vita che capita, senza trovarvi un senso, una prospettiva.

I due personaggi sono uomini del compromesso, che si accontentano di quello in cui inciampano senza aspirare a plasmarlo, a montarlo secondo il loro personale punto di vista. Si lasciano disfare dalla contraddittorietà dell’esistenza senza tentare di sbrogliarne i fili. I nodi vengono così al pettine del barbiere, che non può fare altro che sentirne la morsa stringente.

L’omicidio si consuma all’interno di entrambe le storie, ma per quanto determinante sia questo fatto negli sviluppi successivi, la morte sembra essere una costante nelle vite dei personaggi ancora prima che questi si macchino del crimine. L’esistenza di Crane e di Meursault, infatti, di vitale ha ben poco, perché condotta da una libertà di scelta totale che li costringe a non scegliere mai, condannandoli a una inattività mortale.

Nessuna infelicità è troppo grande per non provare più a essere felici, e forse la colpa più grande dei protagonisti è proprio quella di non cercare mai conforto, di ridursi a non cambiare punto di vista sulla realtà, subendone il flusso senza appigli. Sono figure sperdute, che si sono perse anche davanti ai loro stessi occhi e non solo a quelli indifferenti dei passanti, i quali non li riconoscono una volta svestiti i panni istituzionali:

Ed Crane: «Sono il barbiere».

Creighton Tolliver : «Ah certo, il barbiere, non ti avevo riconosciuto senza camice».

Sono ombre che abitano un mondo in chiaroscuro, la cui assenza di sfumature si sfoga sul bianco e nero dello schermo per i Coen, e tra le lettere nere su carta bianca del romanzo di Camus. Pallidamente Ed e Meursault vivono, senza far rumore, attutendo i colpi della sorte. Il barbiere continua a porre rimedio alla crescita dei capelli tagliandoli, arginando una forma indomabile, e lo stesso fa con la sua vita.

Il “non” regna incontrastato nelle poche parole pronunciate in vita, forma di protesta debole e inconcludente. «Non mi andava; non ne pensavo niente; non significava niente; non mi aspettavo mai niente; non potevo saperlo…» afferma negativamente Meursault, finendo per giustificarsi a sproposito nei confronti del suo principale per l’assenza dal lavoro a causa del funerale della propria madre: «non è colpa mia».

Ma se per Meursault ogni cosa fa lo stesso, dove sta la sua moralità? Se la capacità di soppesare le situazioni viene messa a tacere, come resistere all’impulso di uccidere un uomo solo perché la luce abbacinante del sole gli surriscalda i pensieri?

Questo è quello che accade nel racconto di Camus, la cui trama non è ripresa in modo emulativo dai fratelli Coen, perché la storia di Ed Crane è quella di un barbiere che tradito dalla moglie ne ricatta l’amante, arrivando a ucciderlo erroneamente in una colluttazione. La giustizia non lo condanna però per questo gesto, la vita lo punisce con il suicidio della moglie, e la sedia elettrica ne spegnerà l’esistenza dopo essere stato accusato di un altro omicidio, di cui Crane è invece innocente.

La trama che Lo straniero mette in scena è invece più lineare, ma la sensazione di estraneità che attraversa il romanzo è la stessa del film. La vicenda di Meursault vede protagonista un impiegato di Algeri che pochi giorni dopo il funerale della madre, si trova a uccidere un uomo, un’occasione come le altre, alle cui conseguenze bisogna adattarsi:

Meursault: «Prima di uscire stavo addirittura per tendergli la mano, ma ho fatto in tempo a ricordarmi che avevo ucciso un uomo».

Entrambi i personaggi sono vittime e carnefici di quel principio di indeterminazione esplicitato dall’avvocato di Crane nel film nato dalla splendida penna dei fratelli Coen: più osservi un fenomeno e meno lo possiedi, più guardi e meno conosci. Nel tentativo costante di spiegare la realtà si innesca invece un allontanamento dalla verità; e così i giurati che in tribunale devono giudicare Meursault più scavano a fondo nel suo passato, più ne distorcono la realtà, esasperandone le linee guida.

Per voler mettere un punto all’intricata faccenda, Ed Crane viene infatti accusato ingiustamente. Tuttavia, alla fine, i protagonisti di queste storie non mancano di essere colpevoli a loro volta, perché entrambi non hanno saputo determinarsi abbastanza quando avrebbero potuto, perché hanno fatto del dubbio, dell’indeterminazione il loro padre spirituale e così indirettamente si sono autocondannati.

La solitudine che piomba sulle loro vite è in un certo senso abbracciata dalle due figure, che la assumono a scudo, forse per sfuggire al peso delle responsabilità che una vita consapevole richiederebbe. Non decidere sgancia dalle conseguenze impreviste, ma imprigiona in una dimensione di estraneità dalla società e dall’universo intero.

Stranieri a loro stessi, estranei alla società e all’universo che abitano, sono ridotti alla qualità di fantasmi. Nessuno tende a considerare le ombre, anzi, queste non fanno che essere calpestate, ridotte a zero.

Meursault: «Il mio destino veniva deciso senza chiedere il mio parere».

Ma per Crane forse una speranza arriva dal cielo: in prigione prima della pena capitale, nel momento in cui si sente più alieno a sé stesso, compare un ufo a fare chiarezza sulla vicenda intricata che è la vita di ognuno di noi. La consolazione tanto ignorata, la speranza mal riposta si staglia luminosa accendendo il bianco e nero della pellicola. La luce domina la scena finale de L’uomo che non c’era in contrasto col buio della notte che spegne l’esistenza di Meursault.

Leggi anche- La Poetica dei Fratelli Coen- Tra Caos e Caso

Sofia Politi
Ho rimpianto per ogni parola che sfreccia casuale -Chandra Livia Candiani

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

LEGGI ANCHE

Perché Joel Miller? | The Last Of Us

Bill: «Ti racconto una storia. C'era una volta qualcuno a cui tenevo davvero, una persona... qualcuno di cui mi prendevo cura. Ma in questo...

Tenet – Nolan e Rancore nella Macchina del tempo

Nolan e Rancore. Il primo dietro una macchina da presa, il secondo dentro la macchina del tempo: entrambi riavvolgono la storia del mondo. Esattamente...

Le notti bianche di Lost in Translation – L’intraducibilità della solitudine

Lost in Translation e Le notti bianche. «La poesia è ciò che si perde nella traduzione. Ed è anche ciò che si perde nell'interpretazione».  (Robert Frost) La...

Kim Ki-duk – Violenza, magia e rassegnazione

Kim Ki-duk è un autore che si è sempre assunto piena responsabilità per i suoi lavori, nel bene o nel male. Attivo nel cinema...