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Il Sospetto- l’ambiguità di un bicchiere di latte

Alfred Hitchcock: “Ma le è piaciuta la scena del bicchiere di latte?”

François Truffaut: “Quando Cary Grant sale le scale, è molto bella.”

Alfred Hitchcock: “Avevo fatto mettere una luce nel bicchiere di latte.”

François Truffaut: “Un proiettore puntato sul latte?”

Alfred Hitchcock: “No, nel latte, nel bicchiere. Perché doveva essere estremamente luminoso. Cary Grant sta salendo le scale e bisognava che si guardasse solo questo bicchiere”.

Nel 1962, a New York, il maestro del brivido Alfred Hitchcock e un giovane François Truffaut si incontrarono per una lunga conversazione sulla settima arte. In particolare, Truffaut fece ripercorrere a Hitchcock tutta la sua filmografia, analizzando nel dettaglio tutte le opere di un genio del cinema non ancora completamente valorizzato dai suoi contemporanei.

Tutti i film di Alfred Hitchcock posseggono una componente comune, una caratteristica che li rende incredibilmente coinvolgenti e affascinanti ancora oggi: il perfetto utilizzo della suspence. Una tensione costruita in modo maniacale, in cui ogni movimento, ogni inquadratura, ogni oggetto rivestono un’importanza fondamentale.

La suspence raggiunge livelli altissimi in uno dei film meno celebri del regista inglese: Il Sospetto (1941). Tratto da un romanzo del giallista britannico Anthony Berkeley Cox, Il Sospetto è un thriller psicologico con protagonisti Cary Grant e Joan Fontaine (già interprete principale di Rebecca- La prima moglie).

In questo film la giovane e insicura aristocratica Lina McLaidlaw si innamora dell’affascinante Johnnie Aysgath. Nonostante le titubanze del padre di lei, che considera Johnnie un poco di buono, i due si sposano. L’idillio degli innamorati è destinato però a durare poco: ben presto Lina scopre che il marito le mente quotidianamente e la sua fiducia verso di lui comincia a vacillare. Chi è davvero Johnnie? Il mite gentiluomo di cui si è innamorata o un freddo manipolatore? I sospetti di Lina, sempre più devastata dai comportamenti ambigui del marito, si concretizzeranno in una vera e propria ossessione: la donna si convince infatti che il marito la voglia assassinare per appropriarsi della sua eredità.

Il rapporto di coppia è un tema costante nella filmografia hitchockiana: lontano da ogni tipo di idillio e armonia, il regista inglese delinea un ritratto cinico e pessimistico dell’amore. In un certo senso, è proprio il rapporto di coppia a costituire il fulcro della suspence, della tensione emotiva della storia. I personaggi di Hitchcock si muovono tra precari e difficili rapporti umani, in cui regnano menzogne, inganni e sfiducia reciproca.

Questo ritratto è evidente ne Il Sospetto, in cui, come suggerisce il titolo stesso, è proprio la crescente sfiducia di Lina nei confronti dell’ambiguo marito a creare tensione. Come accadeva in Rebecca-La prima moglie,  lo spettatore segue  difatti tutta la vicenda attraverso gli occhi dell’insicura protagonista: anche noi, come Lina, consideriamo sospetti i comportamenti di Johnnie, del quale non viene mai mostrato il punto di vista.

Verso la fine del film, in una scena in particolare questa soggettività raggiunge il suo apice. Lina è a letto, ammalata. Il marito decide di prepararle un bicchiere di latte caldo. Vediamo Johnnie, al buio, salire le scale portandole in un vassoio il bicchiere di latte. Quest’oggetto, apparentemente innocuo e quotidiano, è illuminato, in contrasto con il buio che circonda la stanza. Hitchcock decide di mettere in risalto il bicchiere, perché fonte dell’ossessione della protagonista: Lina è infatti ormai convinta che Johnnie intenda avvelenarla.

Come spiegò lo stesso Hitchcock a François Truffaut, il regista ottenne questo suggestivo effetto visivo, inserendo una lampadina accesa all’interno del bicchiere stesso. Un effetto speciale semplice, quasi rudimentale, ma in grado di cogliere immediatamente la nostra attenzione. Il latte è il simbolo della salute, della serenità: in un certo senso persino della vita stessa, essendo il primo alimento di cui l’essere umano si ciba dopo la nascita. In questa scena, il regista lo trasforma in un pericoloso portatore di morte. L’elemento più semplice e innocuo diviene agli occhi di un individuo, suggestionato dalla propria ossessione, una concreta fonte di angoscia e pericolo. 

Hitchcock ha fatto sì che che tutta la tensione maturata nel corso del film andasse a concentrarsi completamente su questo semplice oggetto. Una scena che, nella sua essenzialità, è entrata nella storia del cinema come perfetto esempio di creazione della suspence.

Alfred Hitchcock ha dimostrato che per portare sullo schermo la tensione, l’angoscia, non occorre nulla di straordinario o scioccante. Anzi, spesso è proprio nel momento in cui l’ambiguità si nasconde subdola tra le cose più quotidiane e famigliari che proviamo davvero inquietudine.

Leggi anche: Nodo alla gola – Il Fallimento dell’Oltreuomo secondo Hitchcock

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