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Io ti salverò – Quando Hitchcock incontra Freud e Dalì

Nel 1945 il maestro Alfred Hitchcock dirige Spellbound (tradotto in italiano con: Io ti salverò), fornendoci l’ennesima prova di come la sua mente brillante anticipi di gran lunga ogni tema sviluppatosi negli anni seguenti.

Il punto focale del suo film infatti, è la mente umana e i suoi complessi meccanismi. Hitchcock porta per la prima volta sul grande schermo la rappresentazione della psicoanalisi, passando attraverso il sogno e rifacendosi quindi alle teorie dello psicoanalista e filosofo Sigmund Freud.

La storia è contorta e suggestiva: la giovane dottoressa in carriera Constance Peterson (Ingrid Bergman) si innamora del nuovo direttore dell’ospedale psichiatrico in cui lavora, il dottor Anthony Edwards (Gregory Peck). Presto però scoprirà che egli non è il dottor Edwards, ma un malato psichico che non ricorda la sua vera  identità. Egli però è convinto di aver ucciso Edwards, così Constance rischierà il tutto per tutto per scoprire la verità e l’origine dello squilibrio mentale del suo innamorato. Io ti salverò è il primo film che ha come argomento la psicoanalisi e le teorie freudiane, tra cui l’interpretazione del sogno, il senso di colpa e soprattutto il trauma infantile che ben presto verrà fuori grazie agli intrecci di trama che il regista è solito proporci.

In questo film il maestro della suspence si spinge oltre, regalandoci due film in uno. Da una parte, la scoperta di se stessi, la psicoanalisi come scienza, e quindi rivelazioni improvvise e scioccanti, che lo spettatore vive in prima persona quasi come se fossimo coinvolti in prima persona nella trama del film. Dall’altra, un intreccio magistrale, firma caratteristica del maestro, che amalgama il tutto. Durante tutta la storia infatti, lo spettatore conduce un’indagine insieme alla bella Constance, e la verità come al solito viene svelata solamente alla fine, smascherando il vero colpevole, che risulta essere come ci aspettiamo, il meno sospetto. Se a tutto ciò uniamo la bellezza e la bravura di Ingrid Bergman e di Gregory Peck, che vivono un’intensa storia d’amore, abbiamo un terzo film.

A dare un ulteriore tocco che ci consente di addentrarci maggiormente nei meandri della mente di Peck, un bianco e nero che risulta essere essenziale per mostrare l’effetto che può fare una forchetta che con i suoi rebbi lascia i segni paralleli su una candida tovaglia. Ed ancora per osservare le righe su una vestaglia o su una coperta, che ricordano le tracce degli sci lasciate su un bianchissimo manto nevoso.

Anche se tutto il film è tessuto in una trama onirica nella quale si mischiano sogni e realtà, passato e presente, la chiave di volta che permetterà di comprendere ciò che è realmente accaduto la troviamo in un sogno del protagonista, che risulterà chiamarsi John Ballantine, inscenato con la collaborazione del genio del surrealismo: Salvador Dalì. Nell’interpretazione ci si avvale della più ovvia simbologia freudiana, ma ciò che più colpisce e che resta nella mente dello spettatore sono gli occhi dipinti sui drappeggi.

La scenografia di Dalì ripercorre in modo suggestivo la simbologia onirica: gli occhi che tappezzano la parete rendono la sensazione quasi fisica del senso di colpa (qualcuno che ci osserva e ci giudica) ed eliminarli (tagliando i drappeggi) non serve, perché sotto ci sono altri occhi. Il senso di colpa non si elimina se non risalendo a ciò che lo ha provocato e che si occulta nel nostro inconscio. Nella scenografia di Dalì spiccano anche i dettagli non direttamente legati all’interpretazione del sogno: gli occhi, appunto, ma anche le sculture e le rocce deformate, il comignolo con le radici nella scena del tetto, le nuvole sullo sfondo, il deserto con le surrealistiche tenaglie giganti e le lunghe ombre della scena finale. Il pittore riesce così a rendere vivo l’ambiente del sogno, dove i riferimenti al vissuto e alla realtà sono deformati e mimetizzati.

A dare maggior fascino all’intera, scena l’aspetto psicologico: tutti gli elementi del sogno hanno un significato ben preciso, che verrà poi svelato in fase di psicanalisi e costituiranno la svolta finale del film. L’arte dell’inconscio sottoposta per la prima volta al processo di interpretazione scientifica.

Hitchcock decise di rivolgersi proprio a Dalì non tanto per lo status di celebrità eccentrica che godeva negli Stati Uniti, ma per la sua abilità unica di dare una sorta di forma architettonica al sogno: il regista voleva mostrare il sogno in modo chiaro e d’impatto, con una sequenza più potente di tutto il resto del film. Questa sequenza dura infatti circa 3 minuti ed oltre ad essere il fulcro della trama, è anche visivamente la parte più bella, totalmente diversa dalle restanti scene. Si nota quindi una contrapposizione visiva che riprende lo status d’animo di Pallantine, che è confuso e contrappone la realtà alla finzione. La contrapposizione che caratterizza anche l’innocenza dalla colpevolezza, o ancora, la bella dottoressa che contrappone il suo sentimento di amore sfrenato al suo lavoro, riuscendo a portare avanti entrambe le cose, proprio come si porterà avanti la risoluzione del problema psicologico.

L’intera pellicola è l’esemplificazione di una tesi esposta in apertura del film: «Quando i complessi che disturbano la mente ammalata sono scoperti e interpretati, il paziente guarisce e i demoni della pazzia si dileguano per sempre». Hitchcock intende illustrare, mediante un giallo psicologico, i metodi della psicoanalisi.

Ma quello che Hitchcock vuole sottolineare, è racchiuso in quei 3 minuti. Perché anche se l’inconscio è per definizione impossibile da conoscere direttamente, esso si esprime mediante una serie di linguaggi, da quello delle nevrosi a quelli, meno estremi, degli atti mancati, dei lapsus, delle amnesie inspiegabili, delle associazioni d’idee e così via. Il linguaggio per eccellenza dell’inconscio è il sogno, che è al centro delle vicende del film.

La sequenza mostra il racconto del sogno che consentirà di risolvere il giallo. È preceduta da un discorso sui sogni, in cui il dottor Brulov ne spiega la funzione e chiarisce in sintesi la tecnica dell’interpretazione. La sequenza della visione onirica rappresenta la chiave per ricostruire la causa dell’amnesia di John Ballantine e dipanare la vicenda.

L’uomo con la barba rappresenta il dottor Edwards, mentre il tetto simboleggia il pendio innevato in cui Ballantine sciava con il dottor Edwards quando questi è caduto in un precipizio. L’interpretazione del sogno porterà a identificare la valle in cui è avvenuto l’episodio, infatti le ali della scena finale, evocano un angelo e fanno riemergere in Ballantine il ricordo della valle Gabriele. Tornando in quel luogo e rifacendo la discesa con gli sci lungo il pendio, Ballantine riacquista la memoria.

Ennesimo capolavoro del maestro del brivido, che si è dimostrato essere anche un maestro della psiche umana.

Leggi anche: Notorious – Hitchcock e la Nascita dello Stile Autoriale

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