Home Cinebattiamo The Witcher e Rancore – Cos’è il Sangue di Drago?

The Witcher e Rancore – Cos’è il Sangue di Drago?

Perdersi nel racconto di una storia, rincorrendo la propria immaginazione, rivela indirettamente l’efficacia delle capacità di chi quella storia la racconta. Esiste un accordo tacito, dunque, tra il lettore-spettatore-ascoltatore e il cantastorie, ora travestito da scrittore, ora da regista, ora da rapper. Il sangue di drago è l’inchiostro invisibile che sancisce un patto multidimensionale tra i criptici protagonisti di una stessa storia polimorfa.

The Witcher (2019) è la serie tv tratta dalla saga letteraria Saga di Geralt di Rivia dello scrittore polacco Andrzej Sapkowski, già nota ai gamers di tutto il mondo che dal 2007 si perdono nella traduzione videoludica di quell’universo fantasy. Il protagonista, mezzo uomo e mezzo demone, è frutto di un esperimento genetico finalizzato a creare una specie in grado di uccidere le terrificanti creature che abitano quel mondo.

Il rapper Rancore (Tarek Iurcich) parla alla nostra fantasia lo stesso linguaggio, fatto di sussurri e magia, di coraggio e anarchia, di destino e poesia. Sangue di drago (2018) è lo strumento artistico con il quale accende la nostra immaginazione: parole, rime e musica circoscrivono il perimetro del viaggio da intraprendere.

La Torre di Babele e la siepe leopardiana «che il guardo esclude», entrambi simbolo della condizione limitata – e limitante – dell’uomo, sembrano cedere una parte della loro vitalità in favore di un nuovo ritratto delle capacità umane. Un dipinto definito attraverso la metrica di Rancore e colorato delle azioni intraprese da Geralt di Rivia. L’incantesimo delle parole gioca con la nostra comprensione, mentre il significato dell’avventura si nasconde dietro un velo di apparenza.

Sangue di drago

Interessante scorgere come la struttura frammentaria del testo di Rancore, frutto dell’intersezione di differenti piani semantici, sia in sintonia con la non-linearità della serie targata Netflix. Si fa spazio la sensazione che entrambe le opere giochino con l’intelletto del fruitore che ne gode. Tempo, significato e narrazione danzano sulle note mute di un valzer a lungo dimenticato.

Questo è il canto di un cantastorie qualunque dentro quel regno/

che canta di principi e maghi come ci fosse un oscuro disegno/

e racconta di draghi/

di uomini ormai destinati a sembianze orripilanti/

che solo le labbra di una principessa potrebbero sciogliere tutti gli incanti/

Rancore diventa, in Sangue di drago, un metanarratore. Come se non si accontentasse di mischiare i piani semantici, ma volesse farlo anche con quelli che riguardano l’ontologia, mette in rima un racconto nel quale è egli stesso il cantastorie. Sorge, dunque, il dubbio su quale sia la versione ontologicamente prioritaria del rapper romano, se quella che racconta di se stesso come cantastorie o quella in cui è il cantastorie che presta la sua voce affinché il racconto possa vivere – così come il metaracconto.

Questo sortilegio semantico ci spinge verso un’impasse che, a rigor di logica, non avrebbe senso di esistere. Probabilmente lo stesso Tarek si trova intrappolato fra i due mondi e vuole dirci che, in un modo o nell’altro, tutti lo siamo, anche se non ce ne accorgiamo.

Sangue di drago

Certo è che, tra due differenti dimensioni, vagano senza appartenenza sia il principe del quale Rancore canta che Geralt: entrambi uomini svestiti della loro umanità. Poco importa che, a renderli mostri, sia stato un maleficio in un caso e una mutazione genetica indotta nell’altro, perché il vestito dell’apparenza è stato cucito sulla loro pelle con la stessa opprimente ferocia.

Dalle intangibili scaglie del drago, così come dal cuoio borchiato dell’armatura, la pelle non riesce a respirare verità. Lo strato di menzogna che vi si è depositato sopra è troppo spesso e la sua dinamicità viene continuamente alimentata dall’opinione corrotta di tutti coloro che si sono lasciati ingannare dall’artificio.

Essere troppo poco mostruosi per essere accettati dai mostri – o per vivere da tali –, ma essere anche troppo poco umani per scalfire i dubbi sulla diversità che corrodono la mente dell’uomo. Questa è la maledizione di chi è costretto a viaggiare attraverso il purgatorio, certo del fatto che l’inferno e il paradiso siano luoghi per chi ha il privilegio di avere una natura unitaria.

Girava intorno al castello convinto di essere umano

invece era un drago/

faceva fuori chi si avvicinava al richiamo

del sangue di drago/

poi sulla pelle ha squame/ come lame/

è strano il sangue di drago/

lei prende fuoco se lui apre bocca e le dice ti amo

è sangue di drago/

Sangue di drago

Nell’incipit del ritornello si può scorgere una chiave di lettura dell’intero testo, che causalmente risponderebbe anche al tormento di Geralt. In bilico fra la loro duplice natura, i due svegliano un dualismo assopito, che smaschera il primo e si adagia sopra i suoi resti concettuali: la diade apparenza-verità.

Ecco cos’è – o potrebbe essere – il sangue di drago! L’apparenza.

L’apparenza nella sua accezione più generale possibile. Si tratta di andare ancora oltre al senso politico o sociale che si assorbe a una prima parafrasi. Scavando ancora, si intravede un nucleo filosofico stratificato nel testo, ma, allo stesso tempo, non completamente celato.

L’apparenza è ciò contro cui lotta il drago-principe, inghiottendo coloro che, non riuscendo a vedere oltre la coltre di inganni, ne subivano il fascinoso richiamo.

L’apparenza è strana perché ferisce chi ne è vittima diretta, ma le cicatrici induriscono la propria pelle a tal punto da renderla poi immune al pregiudizio degli altri.

Infine l’apparenza, che, nell’istante stesso in cui nasconde la verità, rivela la sua natura di menzogna, è come la pazzia. Non si può dire a coloro che ci credono pazzi che non lo siamo, perché è esattamente quello che ci si aspetta dica un pazzo. Allo stesso modo, è inutile mostrare la verità a chi ormai ha la mente completamente offuscata dall’inganno, poiché ormai l’apparenza è uno stato di cose incontrovertibile. Ogni verità che esce dalla bocca della menzogna è vista come il fuoco di un drago che vuole incenerirli.

Geralt vaga tra le terre del Continente, consapevole di essere vittima dell’apparenza, ma ignaro del suo desiderio di verità redente. Le cicatrici hanno reso la sua pelle impenetrabile – esattamente come quella del drago-principe – alle emozioni umane, ma combattere mostri e girovagare fra lande desolate non è più sufficiente a soffocare il senso del vero.

La ricerca cosciente di se stesso inizierà esattamente a partire dall’ultimo fotogramma della prima stagione, quando in quella foresta il witcher intravede il proprio destino, forse per la prima volta così nitidamente. Ciri, la piccola principessa orfana di ogni affetto, è il primo tassello nel puzzle del vero che prende forma, dove non c’è più posto per l’apparenza.

L’inganno è stato svelato, al caro prezzo del sangue di drago versato sopra la miseria umana. Quel sangue, che scorreva nel principe e permetteva alla menzogna di pulsare attraverso le sue vene, ora lava via l’illusione dei suoi peccati.

Così, nelle terre di principi e maghi, di gnomi e fate, di guerre e draghi, il cantastorie Rancore, impiccato dal regno, lascerà il posto a un simpatico Ranuncolo, felice di cantare le gesta eroiche di Geralt, permettendo alla storia di proseguire.

Leggi anche: Joker, ‘Arlecchino’ e Rancore – Frammentazione

Edoardo Waseschahttps://edoardowasescha.wordpress.com/
- Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere - Aspirante giornalista - Nerd da prima che diventasse una moda

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