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In Morte, Vita – Departures e il rituale della partenza

In Morte, vita. Potremmo dire che di questo si occupa il Nokanshi, in giapponese “colui che accompagna alla partenza”. Basterebbe questa parola per stigmatizzare il rapporto del giovane Daigo, protagonista di Departures di Yojiro Takita, con la Morte. Dopo il licenziamento dall’orchestra in cui suona il violoncello, il ragazzo si trasferisce con la moglie nel paesino natale e lì trova un criptico annuncio di lavoro: ”Accompagniamo le persone nei loro viaggi”.
Quello che non sa è che, in realtà, quello di cui si occupa l’agenzia NK è IL viaggio, l’ultimo che le persone compiono su questa Terra per volare verso la loro nuova realtà.

In Morte Vita

Morte e Vita, unità e dualità.

Per Daigo, l’inizio dell’avventura è scioccante, ritrovandosi al primo incarico davanti ad una donna in decomposizione.
Si sente male (non senza una certa ironia), ma la mano ferma del suo mentore Sasaki lo aiuta e qualcosa si accende nel suo cuore.
La vicinanza della Morte fa scaturire in lui il desiderio della vita, e la pelle morbida di sua moglie, ignara della professione da lui intrapresa, gli permette di ritrovare il legame con la realtà e la bellezza.
Daigo osserva i salmoni risalire la corrente chiedendosi: “perché tanta fatica?”. La risposta del vecchio accanto a lui diventa la chiave di tutto l’arco narrativo: “Essi vogliono tornare nel luogo in cui sono nati”.
Il rapporto tra Vita e Morte si fa inscindibile. La stessa nascita è l’anno zero di un cammino che riporterà tutti a casa. Tuttavia, serve qualcuno che sappia accompagnare non solo il defunto, ma anche i suoi cari attraverso il dolore.

Rituale

Quel qualcuno è proprio Daigo, insieme al signor Sasaki che gli trasmette un sincero amore per quello che diventa un rituale colmo di bellezza e poesia, svolto davanti ad un “pubblico” addolorato e bisognoso di conforto.
È il gesto sicuro del pennello da trucco sulle guance, del rossetto, del fermaglio tra i capelli e della vestizione con gli abiti preferiti. Tutto fa sì che le persone possano trovare la loro redenzione, sapendo che chi non c’è più saprà presentarsi impeccabile alle porte del Paradiso.
Non si distinguono le religioni, l’orientamento sessuale o l’età. Conta solo la cura per il prossimo e Daigo finisce per innamorarsi di quel rito scaturito dalla sua stessa empatia che, quando non lavora, esprime suonando il violoncello. Tramite lo strumento il flusso della vita emerge nelle melodie soavi e nei ricordi di un tempo in cui, ancora bambini, si scambiavano pietre portafortuna con i propri genitori.

In Morte Vita

Cause latenti…

Questa Terra di Mezzo, tuttavia, non trova solo persone favorevoli e Daigo deve presto fare i conti con tutto ciò che gli è più caro.
Dapprima la moglie Mika che, scoperto della sua vera professione, gli impone di lasciarla per non macchiarsi di disonore e pettegolezzi; poco dopo, il suo caro amico Yamashita, che vede nel tanatoesteta solo qualcosa di macabro e orribile, tanto da dire al figlio piccolo di studiare per garantirsi un futuro e non finire come il protagonista.
Le cause piantate nella vita hanno tempi di maturazione diversi ma, se spinte da un desiderio sincero e trasparente, non tardano a far germogliare gli effetti migliori e gli esiti più impensabili.

…ed effetti manifesti.

La vita germoglia nel ventre di Mika che torna a casa confessando di essere incinta e, al tempo stesso, la vita esala il suo ultimo respiro nel corpo nella madre di Yamashita.
È ancora una volta il giovane ad essere il tramite, occupandosi da solo dell’accompagnamento dell’anziana signora di fronte alla famiglia di Yamashita, oltre che a Mika. Ognuno di loro rivede totalmente la propria posizione sulla professione, ma forse anche sul rapporto con la vita e la sua eterna fragilità, di cui Daigo accarezza i fili come la seta preziosa degli abiti.
Per lui arriverà presto il tempo di fare i conti con il suo cuore e le questioni lasciate in sospeso.

Nella fine, l’inizio

Daigo riceve la notizia della morte del padre che lo aveva abbandonato quando era bambino, così tanto indietro nel tempo da riuscire a immaginarne solo i contorni sfocati del viso.
La lotta ora è tutta intestina. La razionalità rischia di prendere il sopravvento, lasciando in sospeso una parte di lui che andrebbe persa per sempre: la sua innocenza.
A convincerlo sono il signor Sasaki, la sua assistente e Mika.
Trovatosi davanti il corpo del padre, per il ragazzo sembra solo un guscio vuoto di cui non saprà mai nulla. Il suo dono di natura, però, gli porta un ultimo regalo e lo rende uomo a tutti gli effetti. Daigo trova nella mano del padre la pietra che gli aveva donato l’anno prima dell’abbandono e attraverso di essa, il viso dell’uomo si fa finalmente vivido nei suoi ricordi, così com’era e come per sempre sarà.
La pietra, concluso il rituale, passa dalle mani di Daigo alla pancia di Mika, dove la Vita rende immortale e fortunato ciò che la Morte ha contribuito a sublimare e risanare.

In Morte Vita

Un Buddha laico

È interessante come, nonostante la proclamata laicità del lavoro che svolge, il percorso e la missione di Daigo siano così vicini a molti precetti relativi al Buddismo.
La ciclicità della vicenda, specie nel finale, ricorda da vicino l’eterno ciclo di nascita e morte che in Oriente è noto da millenni, anche a chi si professa laico o cristiano.
Nell’accezione data dai Sutra buddisti, vita e morte sono come la schiuma e la risacca di un’onda. In un dato momento siamo in alto, viviamo, sperimentiamo ogni tipo di clima e vento avverso per poi ritrovarci di nuovo nella profondità del mare. Questa fase è tuttavia solo momentanea, visto che l’onda della vita si rialzerà proiettandoci di nuovo all’esterno. Chi riesce ad uscire da questo ciclo, attraverso una pratica severa ed uno sforzo costante in molte vite, entra nel Nirvana e, di fatto, diventa un Buddha. Coloro che invece, pur raggiungendo questa saggezza, decidono di reincarnarsi sempre per aiutare il prossimo, vengono chiamati Bodhisattva: persone dotate di grande saggezza, forza interiore e altruismo.

Daigo sembra proprio uno di essi. Progressivamente conscio della sua missione, indirizza il suo karma (pensieri, parole, azioni) verso il bene altrui, sconfiggendo il suo egoismo e il risentimento per il padre. Pur laico, egli di fatto manifesta il suo potenziale nel cogliere l’attimo di ristagno dei defunti e compiendo azioni che per loro risultano impossibili, in quanto ormai “latenti” ed in attesa della loro risalita verso la vita. Di fatto, egli sceglie volontariamente l’eterna via del Buddha.

Leggi anche: La severità e la violenza nella cultura cinematografica orientale

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