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Jojo Rabbit – Be The Rabbit

Quando un paio di settimane fa l’Academy ha reso pubblica la lista dei candidati ai Premi Oscar 2020, fra nomi di enorme e ovvia risonanza mediatica, nella lista dei candidati a miglior film è apparso in maniera abbastanza inaspettata Jojo Rabbit, l’ultimo film del regista neozelandese Taika Waititi, conosciuto principalmente per aver diretto Thor: Ragnarok What we do in the Shadows.

Sebbene Waititi infatti abbia dimostrato negli anni di essere un regista con uno stile personale riconoscibile e coerente, capace di utilizzare la comicità in modi vari e sorprendenti, Jojo Rabbit non ha ricevuto lo stesso interesse di altri candidati di spessore come Joker o The Irishman. Tuttavia, in concomitanza con l’uscita nelle sale italiane, il film di Waititi ha iniziato a ricevere parecchie attenzioni, e il motivo è semplice: Jojo Rabbit è divertente, vanta un cast di eccezionale bravura e in più mette in ridicolo Hitler. Il massimo che ci si possa aspettare da una pellicola del genere.

jojo rabbit

Dietro ai suoi meriti immediatamente evidenti, Jojo Rabbit nasconde tuttavia una riflessione interessante che non riguarda solo il periodo storico in cui è ambientato – quello della seconda guerra mondiale – ma anche il mondo attuale, quello in cui viviamo e che è in preda a profonde crisi militari, politiche e ambientali.

Il film di Waititi racconta la storia di Jojo, un bambino devoto al nazismo e alla figura di Hitler in particolare, la cui vita viene sconvolta dalla scoperta che sua madre (una bravissima Scarlett Johansson, candidata all’Oscar) nasconde una ragazza ebrea in un’angusta stanza segreta. Fra paura per la sua vita e per quella di sua madre e ansie per l’insistente presenza di un esigente Hitler immaginario (interpretato proprio da Taika Waititi), il piccolo Jojo cerca di diventare un perfetto soldato nazista.

Fin dall’inizio della pellicola, il protagonista ci viene presentato come un ragazzino timido, la cui fervente passione per il regime nazista stona con il suo carattere mite e sensibile. Al campo estivo in cui si svolge l’inizio del film, il piccolo Jojo viene preso di mira dai compagni più grandi, e ritenuto inadatto a diventare un perfetto nazista per un motivo: prova sentimenti umani che non gli permettono di agire con crudeltà. In una società come quella nazista che si basava sul rifiuto degli impulsi di compassione, non c’è posto per un bambino che non ha il coraggio di uccidere un animale innocente.

jojo rabbit

Sarà proprio la sua incapacità di uccidere un coniglio infatti a causare il trambusto del campo estivo, e a generare il pretesto per il suo soprannome: Jojo Rabbit. Quest’evento determina anche una prima perdita di convinzione da parte del protagonista, messa ancora più in crisi quando scopre di avere un’ebrea nascosta in casa – sebbene sprovvista di corna, denti aguzzi o coda lunga, non spaventosa come descritta dagli altri nazisti – e non riesce a denunciarla.

La convinzione di Jojo e le sue speranze di diventare un soldato nazista e morire in battaglia si scontrano con un inaspettato sviluppo dovuto alla sua difficoltà nell’uniformarsi acriticamente alla massa. Le sue parole e le sue azioni sono spesso in contrasto, e rivelano l’animo sensibile di quello che, nonostante le credenze dogmatiche del nazismo, è pur sempre un bambino.

Più in generale il giovanissimo protagonista è l’emblema di un modo diverso di affrontare un mondo secondo il quale il più debole – o almeno, quello ritenuto tale – debba essere schiacciato con forza per dimostrare la propria superiorità. Un mondo basato sul dualismo predatore-preda, che toglie qualsiasi parvenza di dignità e coraggio a questi ultimi, colpevoli di nascondersi, di evitare la lotta per la supremazia. Quando Jojo si rifiuta di uccidere il coniglio e viene additato come tale, Hitler gli offre un consiglio importantissimo: “Be the Rabbit”.

Proprio nel momento in cui il bambino si dimostra inadeguato a compiere un’azione da perfetto nazista, il suo amico immaginario, la rappresentazione dei suoi sentimenti verso il venerato dittatore, lo conforta.
Se tutti credono che sia un coniglio, l’unica cosa che può fare è essere un coniglio. Il messaggio apparentemente banale nasconde una realtà ben diversa: è la riscoperta della propria identità, l’accettazione del fatto che non c’è nessuna vergogna nell’essere un coniglio.

Grazie a questa semplice metafora, Waititi riesce a comunicare anche la sua solidarietà verso il popolo ebraico, il cui nascondersi non era certo segno di vigliaccheria, ma di buonsenso. Un modo necessario per sopravvivere alla follia di un regime balordo. L’intenzione profonda della pellicola è proprio di restituire dignità a chi preferisce rispondere alla forza con l’intelligenza. A chi non è disposto ad unirsi ai lupi solo per il bisogno di essere accettato o rispondere con la forza alla follia. A chi preferisce usare la furbizia del coniglio.

Leggi anche: Richard Jewell – Una storia da raccontare

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