Home Cinebattiamo 5 (+1) film in Bianco e Nero nel 2000 da recuperare assolutamente

5 (+1) film in Bianco e Nero nel 2000 da recuperare assolutamente

Chi ha detto che il bianco e nero coincida col “classico”, se non addirittura spregevolmente col “vecchio”? La rinuncia al colore nel panorama cinematografico odierno cela in sé molteplici ragionamenti. Lampante può essere il gioco al ribasso compiuto da Quentin Tarantino nel suo Kill Bill, nel quale il regista decide di eliminare il cromatismo per buona parte dello scontro fra Beatrix e gli ottantotto folli, rendendo più accettabile l’esagerato spargimento di sangue in atto. L’effetto collaterale che scaturisce dalla scena è un’eleganza quasi mistica e una sospensione che tornerà in altre occasioni durante la seconda parte del film.

L’utilizzo del bianco e nero a volte esplicita un’esigenza di richiamo alla classicità del Cinema stesso, l’avvicinamento a un’epoca storica precisa, oppure un’accezione del tutto psicologica ed emotiva dei protagonisti di cui si narra. Spaesamento, perdizione, disconnessione dalla realtà sono tutti sentimenti che, se espressi tramite il solo binomio luce/ombra, vengono ulteriormente potenziati.
Oggi vogliamo vedere cinque (più uno) esempi di pellicole recenti che hanno fatto uso, con accezioni diverse, del bianco e nero. La lista è in ordine cronologico.
Correte a recuperarli appena conclusa la lettura!

1. A Snake of June di Shin’ya Tsukamoto (2002)

Rinko è giovane e bella, sposata con un uomo più vecchio con cui non ha rapporti intimi da anni. Nel momento in cui scopre di avere un tumore, incontra il fotografo Iguchi che, pian piano, la trascina in un gioco perverso, fino a minacciarla di pubblicare gli scatti realizzati su di lei, a meno che ella non compia di volta in volta gesti sempre più assurdi.
Un ennesimo film estremo ed profondamente autoriale di Tsukamoto che qui riprende il bianco e nero (con alcune sfumature di blu e viola) che già lo aveva distinto in Tetsuo.
Il risultato è un’immagine che va oltre il visibile già di per sé torbido e voyeuristico, rivelandosi estremamente capace di insinuarsi nella nostra più recondita sfera emotiva.
Allo stesso modo, il bianco e nero del finale contiene un effetto uguale e contrario, donando ulteriore definizione (e luce bianca) alla sua catarsi e ai sentimenti che vengono riscoperti dai protagonisti.

Bianco e nero

2. Il cavallo di Torino di Bela Tarr (2011)

Si dice che Friedrich Nietszche, vedendo un cocchiere brutalizzare il suo cavallo in piazza a Torino, si gettò al collo dell’animale, pianse a dirotto e svenne, per poi risvegliarsi nel mutismo e nell’incapacità di scrivere che lo accompagneranno fino alla morte.
Il what/if di questo film di Bela Tarr è molto semplice: cos’è successo al cavallo dopo quel giorno?
Attraverso piani sequenza lunghissimi ed elaborati, staticità e un uso magistrale del bianco e nero, Tarr ci restituisce le fatiche di un uomo con una figlia e un cavallo. Il loro eterno peregrinare nei campi, la fatica, la schiena rotta sono segni evidenti di un nichilismo che pare non possa portare alcuna speranza. La scelta bi-cromatica infonde ancor più polarità ai due estremi del mondo, il Bene e il Male, giungendo allo splendido monologo di un viandante che, a differenza dei protagonisti, ha il coraggio di credere nel cambiamento, poiché lo ha visto. Egli trasfigura nella carne il Bianco Bene, cerca di farlo entrare nella casa scura e mesta in cui si trova, ma probabilmente sa già di non poterci riuscire, non fino in fondo. Non finché, fuori da quelle mura, il Nero continuerà a scendere sempre più pressante nei sei lunghi giorni profetizzati.

Bianco e nero

3. È difficile essere un Dio di Aleksej German (2013)

Un gruppo di scienziati parte alla ricerca di un pianeta del tutto simile alla Terra, con la sola differenza che il corpo celeste, una volta trovato, dimostra essere rimasto fermo a un’epoca medievale in cui gli “intellettuali” vengono perseguitati e uccisi. Lo si può osservare, si può aiutare il pianeta a progredire, ma non si possono capovolgerne gli eventi in modo drastico e tanto meno uccidere sul suo suolo.
In modo non distante da Tarr, German nella sua opera massima si avvale dell’uso insistito del piano sequenza che qui viaggia in luoghi sempre diversi, senza quasi mai tornare sui propri passi.
Il bianco e nero della pellicola valorizza la forte cesura tra ciò che l’uomo/dio può e quel che non può fare: vuole intervenire, ma sa di non poterci riuscire, castrando di fatto il demiurgo annidato nel cuore di chi è consapevole del potere e lo sperimenta attraverso un intelletto superiore da celare a occhi indiscreti. Macchiarsi del crimine è cedere all’idea della supremazia; osservarlo compiuto da altri è assecondare un totalitarismo anti-intellettuale e quindi anti-umano, negazione definitiva del cogito ergo sum.
Alla fine rimane solo un monito per chi, in futuro, arriverà con nuove spedizioni sul pianeta: è difficile essere un Dio.

Bianco e nero

4. The Woman Who Left di Lav Diaz (2016)

Siamo nel 1997. Horacia viene scarcerata dopo trent’anni per un crimine che non ha commesso. Da quel momento, ricollegare ricordi e presente sarà vitale per ricominciare a vivere e per compiere una vendetta a lungo attesa.
Ci sono film che hanno bisogno di molto tempo per raccontare una storia apparentemente semplice. Diaz ha abituato i suoi spettatori a fiumi incessanti di narrazione e staticità che possono sfondare anche la barriera delle otto ore (c’è chi, scherzando, lo chiamerebbe sequestro di persona). In questo caso, “limitando” la durata della sua esperienza a sole quattro ore, riesce a convogliare riflessioni contrastanti sull’intimità di una protagonista che si fa archetipica portavoce di una nazione, all’epoca in tumulto, come le Filippine e, in particolare, di una classe sociale inferiore e volenterosa di riscatto. Il bersaglio, ovviamente, sono quei ricchi impostori che vengono rapiti per subire la giusta punizione.
Con la sicurezza di essere padrone assoluto del tempo della sua storia, il regista dipana il cammino della sua Horacia in momenti di enorme stasi e contemplazione, rivestendo il tutto con un forte contrasto bianconero che, come un cuore pulsante, diviene poesia della luce, trascendenza della Realtà e della morale.

Bianco e nero

5. Cold War di Pawel Pawlikowski (2018)

Zula e Wiktor, cantante e pianista, si amano, ma non sono liberi di farlo. La guerra appena finita fa riecheggiare ancora la sua eco di paura. La Guerra Fredda impone barriere politiche, sociali e ideologiche, che i due cuori solitari cercheranno in tutti i modi di scavalcare.
Come già fatto con Ida, Pawlikowski sceglie un formato dell’immagine quadrato in cui due corpi, per essere visti nel quadro, devono comparire molto vicini. Zula e Wiktor si avvicinano al loro centro gravitazionale e se ne allontanano continuamente non appena si sfiorano, dentro e fuori inquadratura, dentro e fuori l’amore, dentro e fuori la Storia.
Il contrasto cromatico riflette in modo inversamente proporzionale i protagonisti: candida e bianca lei nel fisico, ma nera e fuggitiva nell’anima; più scuro lui, ma romantico e puramente bianco nell’inseguirla, nell’amarla e nell’affidarsi a lei nel momento della scelta definitiva. Insieme per sempre o mai più. Bianchi o neri. Forse, entrambe le opzioni.

Leggi anche: Cold War- We are still right here

Bianco e nero

+1. Roma di Alfonso Cuarón (2018)

Negli anni ’70 in Messico, Cleo lavora come domestica per una famiglia ricca e agiata con quattro figli e un cane. Le sue vicende private si intrecciano a doppio filo con quelle dei suoi datori di lavoro e coi tumulti di una nazione intera.
Si trova questo film come “+1” per semplice scelta personale. Chi scrive, infatti, è forse una delle pochissime persone a non aver apprezzato l’ultimo, incensato e premiato lavoro di Cuarón.
Tuttavia, alcuni valori trascendono la soggettività, e Roma ha dei pregi evidenti. Su tutti, una regia quanto mai ispirata, ampia ed evocativa, che passa da minuti di immobilità osservando l’acqua che scorre in un tombino a movimenti di folle in rivolta che sono degno retaggio di quell’epicità portata in auge da maestri come Kurosawa e Coppola.
Cuarón, qui anche direttore della fotografia, realizza un bianco e nero elegantissimo dalla tonalità soave, sospesa, che avvolge e restituisce in toto la dolcezza di Cleo e i suoi gesti di affetto verso la famiglia cui deve tutto.
Magistrale e simbolica di tutto il lavoro del regista, la scena in cui la donna si butta in mare per recuperare un bambino in balia dei flutti.

Questi sono solo alcuni esempi di come ad oggi il Cinema possa esplorare strade già battute in modo ancora nuovo grazie ad autori che, sentendo profondamente lo zeitgeist, lo spirito del tempo, riescono a trasformare la loro percezione in emotività, veicolando messaggi inediti e diversi.
Attraverso il bianco e nero, l’autore pone una chiara dichiarazione d’intenti e se ne serve per esprimere concetti là dove le parole non arrivano, dove lo spettatore deve andare a cercare, indagare, osservare, ripercorrendo le stesse mosse che il regista ha compiuto durante la creazione della sua opera.

Leggi anche: 15 (+1) tra le migliori scene poetiche della storia del Cinema

2 COMMENTS

    • Ciao Giampiero.
      Hai ragione, è assolutamente un capolavoro e sono stato indeciso sul metterlo o meno. Poi ho usato un criterio che non ho effettivamente scritto ed ho scelto dei film con “meno visibilità” in modo da stimolare una ricerca e una curiosità diverse. I Coen sono molto più conosciuti rispetto a tutti i registi qui citati e L’uomo che non c’era è comunque un film piuttosto famoso e facilmente reperibile o rintracciabile se si è appassionati.
      Avendo così solo 5 posizioni (oltre al +1) ho scelto altri titoli.
      Spero valga come “mea culpa”

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