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La vera storia di Oskar Schindler – Tra film, romanzo e vite salvate

Vi sono film, nella vita di ognuno di noi, che restano impressi nella memoria. Per sempre. Ma soprattutto vi sono pellicole di cui una sola citazione, una sola immagine, un semplice fotogramma bastano per portare alla mente l’opera vista molto tempo fa. Se andassimo in giro a gridare “Buongiorno principessa!”, si paleserebbero dinanzi ai nostri ricordi i fotogrammi de La vita è bella. O ancora, se osservassimo l’immagine di un uomo trasandato, con addosso un’uniforme nazista, “arrendersi” davanti a dei soldati sovietici, la nostra memoria richiamerebbe Il Pianista.

Ogni film, ogni storia che leggiamo o vediamo possiede un elemento indelebile. Così come indelebile è l’apparizione di una bambina che, con il suo cappottino rosso, all’interno di un’immagine in bianco e nero, cammina per le strade di un ghetto in subbuglio. I più acuti sapranno che ci riferiamo al film Schindler’s List, il celebre capolavoro di Steven Spielberg che ha sconvolto la memoria di molti.

Ebbene, noi de La Settima Arte, per celebrare oggi la Giornata della Memoria, vogliamo donarvi un articolo che, tuttavia, sarà innovativo. Non ci concentreremo tanto sul film, ma l’oggetto di interesse sarà proprio il protagonista, Oskar Schindler, colui il quale ha permesso che il mondo conoscesse un episodio particolare, quasi “anomalo” se contestualizziamo l’accaduto. Il nazista che ha deciso di mettere da parte gli ideali in cui credeva (forse per mero opportunismo) e compiere un semplice gesto: salvare l’umanità.

Oskar Schindler: la vera storia

Oskar Schindler è stato un imprenditore tedesco, il quale, durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, riuscì con un pretesto a salvare circa un migliaio di ebrei. Membro del partito nazista nel 1939, Schindler, grazie alle amicizie che ebbe con alcuni membri della Gestapo, approfittando di una imminente crisi, come ogni industriale che si rispetti riuscì ad arricchirsi investendo nel mondo degli affari.

Economia, politica e soprattutto industria furono le strade che intraprese per ottenere una rapida ascesa economica. Inizialmente si recò a Ostrava, una città ai confini con la Polonia, insieme alla moglie e al suo fedele contabile ebreo Itzhak Stern. Qui ottenne i primi successi intrattenendo affari, per lo più nascosti, con la comunità ebrea polacca. In seguito si trasferì a Cracovia, sempre insieme a Stern, rilevando a basso prezzo la fabbrica di utensili da cucina RekordEgli, divenutone il padrone, cambierà il nome dell’azienda in Deutsche Emaillewaren-Fabrik, iniziando ad assumere manodopera ebrea a basso costo. Ed è qui che la storia di Schindler ha inizio.

La guerra in corso richiedeva il ricambio industriale di molte aziende, così Schindler, nel 1941, convertì la sua fabbrica da utensili per la cucina alla costruzione di attrezzatura bellica. Gli affari procedevano, specie se la produzione era di armi da mandare al fronte. Ma si sa, la vita a volte gioca brutti scherzi. Ti porta a tu per tu con la tua umanità, e ti domanda quale sia il tuo posto nel mondo.

Schindler, nel 1942, assistette al rastrellamento del ghetto di Cracovia. Migliaia di ebrei vennero presi, umiliati e picchiati selvaggiamente. Alcuni furono uccisi sul posto, altri deportati nel campo di sterminio Krakow-Plaszow. Rimasto incredulo, Schindler capì che doveva fare qualcosa. Così, sfruttando le sue conoscenze, e visti i buoni rapporti con Amon Goeth, comandante del campo di concentramento, riuscì a far trasferire ben 900 ebrei nella sua fabbrica.

Ma non bastò. Quando Hitler diede avvio alla soluzione finale e gli ebrei iniziarono a essere uccisi, Schindler riuscì a far trasferire buona parte degli ebrei, impiegandoli come operai di una fabbrica a Brunnitz, in Cecoslovacchia. Ed è durante questo avvenimento che scrisse quella che passò alla storia come La lista di Schindler, un documento in cui inserì tutti i nomi di ebrei da salvare.

Terminata la guerra, in quanto membro del partito nazista, dovette fuggire dalla Germania. Prima trovò rifugio in Argentina, cercando, senza successo, qualche attività imprenditoriale. Ritornò in Germania, ma nulla gli valse un nuovo tentativo nel mondo degli affari. Nel 1961 si recò in Israele e ricevette l’accoglienza di alcuni ebrei che riuscì a far sopravvivere. Gli ultimi anni di vita li trascorse tra Germania e Israele, per poi morire nel 1974.

Oskar Schindler è ricordato come un uomo che salvò l’umanità. Già nel 1965, la Repubblica Federale Tedesca gli conferì la Croce al Merito di I Classe per aver salvato centinaia di vita umane. Nel 1967 la commissione israeliana Yad Vashem riconobbe Schindler come Giusto tra le Nazioni.

Schindler’s List – il film: Steven Spielberg e l’Uomo

Il genio di Steven Spielberg decise, nel 1993, di rendere omaggio a quest’uomo, per timore, forse, che la sua figura andasse perduta. Così realizzò Schindler’s List, ispirato al celebre romanzo La lista di Schindler dello scrittore Thomas Keneally. La pellicola ripercorre fedelmente gli anni che videro Schindler affermarsi nel mondo degli affari, il suo tentativo di salvare più ebrei possibili, fino alla fuga al termine della guerra.

Il film, quindi, riesce a dare voce alla vera identità che si cela dietro a un uomo che ha deciso di votare se stesso alla causa nazista. Ma si sa, è proprio di Steven Spielberg trovare la luce nel buio. E ancor prima della guerra, della storia, della gente, delle atrocità, l’oggetto reale che vige in Schindler’s List è proprio l’individuo. L’essere umano come fine.

Tuttavia, qui c’è un qualcosa di diverso. Siamo abituati a vedere Spielberg offrire una visione umana nell’inumano. In Schindler’s List assistiamo al contrario: l’inumano è nell’uomo. Proprio la percezione dell’abominio che rende il personaggio di Schindler (tra l’altro interpretato da un immenso Liam Neeson) straordinario, capace di riscoprire le ragioni di un’umanità sopita.

Ciò che rende il film di Spielberg un pugno allo stomaco è la percezione morale che fuoriesce. Un discorso tutto impregnato su quanto l’ideologia possa deviare l’intelligenza umana (qualcuno griderebbe “al sonno della ragione“); a quanto sia possibile trovare la speranza nel momento più buio della storia umana. O, come direbbe un proverbio cinese, “meglio accendere una candela che maledire l’oscurità“. Già, proprio come la candela che si vede a inizio film.

Da un lato il personaggio di Amon Goeth, il cinico gerarca, fedele sostenitore della causa nazista, che vede, dal balcone di casa, gli ebrei morire come se fossero sagome di un poligono di tiro. Dall’altro lato Oskar Schindler che osserva, impotente, il rastrellamento del ghetto, mentre in sottofondo si odono i cani abbaiare, le urla, gli spari, il rumore degli stivali. Il tutto accompagnato da una musica yiddish. La storia si fa cinema e modifica il senso della percezione. Ed è su questo aspetto che differenziamo chi è uomo e chi non lo è.

Schindler’s List: in bianco e nero

C’è un altro dettaglio da non sottovalutare che, tra l’altro, rende l’opera di Spielberg originale: il film è interamente in bianco e nero. Un fatto “insolito”, per chi si appresta a vedere la pellicola per la prima volta. Ma ciò che osserviamo è fortemente simbolico. Il bianco e nero, voluto dal regista, testimonia l’idea che non può esserci possibilità di confusione e ambiguità. È la Storia, quella con la S maiuscola, quella che è impossibile da dimenticare. Quella che i negazionisti cercano di cancellare, volendo rimescolare quelle luci e quelle ombre, che Spielberg vuole mostrare.

L’intento è quello di farci calare nel mondo in cui ha vissuto il vero Oskar Schindler. Il bianco e il nero era sotto i suoi occhi, nei fatti. Era scritto in un male incurabile, implacabile e incancellabile. All’epoca, quel semplice imprenditore, capì di farne parte. Capì di essere responsabile di un mondo in bianco e nero. Ed era l’unico che poteva muoversi e che sapeva come farlo.

Lo sguardo che recepiamo all’interno del film, è lo stesso dell’uomo realmente vissuto. È lo sguardo di un individuo che stava facendo i conti con la Storia. L’Olocausto, le deportazioni, i rastrellamenti, Auschwitz, i forni crematori, i corpi ammassati, i cadaveri, le camere al gas. Tutto si fa testimone silenzioso e penetrante, che ha saputo cambiare un individuo come Schindler. Un nazista che ha scoperto il bene.

Infatti, a conclusione del film assistiamo a quel pianto di disperazione sintomo di una vera e propria crisi. È un momento di forte riflessioni: l’uomo che prende coscienza di quello che è stato e di quello che ha fatto. Pentito, ma responsabile di aver abbracciato qualcosa di sbagliato. Con quel rimorso che lo attanaglia in una morsa, come se fosse una pinza, racchiuso in quella frase che a fatica pronuncia tra i singhiozzi e in ginocchio:

avrei potuto salvare una vita in più… e non l’ho fatto.

Già, avrei potuto.

 

Leggi anche: Il Grande Dittatore – Chaplin tra Einstein e Freud

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