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Nuovi sguardi: Stefano Virgilio Cipressi – L’Essenza del cinema, Fujakkà e Una Psichedelia Nera

Tante volte, nel corso delle nostre giornate, ci fermiamo a ragionare su cosa sarà la nostra vita: il futuro, gli impegni, i problemi e tutto quello che ne concerne. Jack Kerouac, in quel romanzo capolavoro che è Sulla Strada, chiudeva l’insieme di tutte quelle avventure scrivendo “nessuno, nessuno sa cosa succederà a nessun altro, se non il desolato stillicidio della vecchiaia che avanza”, riassumendo in breve una consapevolezza con cui dovremmo scendere a patti prima o poi. Anche l’arte non si distacca da tutto questo, e men che meno dovrebbe farlo il cinema, ormai l’espressione principe dell’espressione artistica umana. Le sale, la tv, lo streaming, Netflix e tutte le possibilità che internet ci concede giornalmente, permettono ormai a chiunque di usufruire di prodotti più disparati possibili, facendo si che schiere di giovani e non possano formarsi una cultura personale e perché no, accedere a contenuti che, in altri tempi, sarebbero rimasti inaccessibili.

Se è innegabile riconoscere le grandi possibilità che la globalizzazione ci ha donato, è amaro constatare che, in troppe occasioni, ai margini restano progetti altresì importanti che, purtroppo, hanno la sola colpa di non raggiungere l’aura mainstream di cui tutti sembrano avere bisogno. Per nostra fortuna, c’è un tacco duro che, nonostante le difficoltà, rimane ancorata al quel sogno di un cinema sognante, didattico e perché no, magari fautore di una nuova coscienza popolare: abbiamo incontrato Stefano Virgilio Cipressi, trentaseienne regista, montatore, sceneggiatore, con cui abbiamo parlato della sua idea cinematografica, degli sforzi per realizzare i propri sogni e della lavorazione in corso sul suo primo lungometraggio.

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La prima, inevitabile domanda, è quella di un breve racconto sulla tua storia: dalla nascita per la passione cinematografica, ai registi o film che ti hanno influenzato, fino alla consapevolezza nel dire ok, voglio scrivere e raccontare storie con una macchina da presa.

Non ricordo un evento “scatenante”. Credo sia stata la forma espressiva che ad un certo punto ha preso il sopravvento sulle altre, quella che mi sembrava più adatta a me. Forse in futuro sarà un’altra. Anni fa ad esempio era la scrittura, poi c’è stata, c’è ancora in realtà, la musica. Forse il cinema, potendo contenere entrambe, ha funzionato come quella valigia di cartone in cui conservare l’amore per le altre arti.

Per mettere in piedi i tuoi progetti hai dato vita ad un collettivo, Fujakkà, che nel corso della sua attività (il 7 marzo saranno 5 anni), si è posta come sorta di “casa di produzione” del tuo lavoro, ma soprattutto ha contribuito a realizzare tanti cortometraggi di giovani autori, che hanno non solo potuto noleggiare attrezzature a prezzi sociali, ma soprattutto usufruire della vostra presenza tecnica in qualsiasi fase della realizzazione. Inoltre, con buona cadenza, proponete corsi brevi su tanti aspetti della produzione cinematografica. Ci parli un po’ di tutto questo?

È stata un’idea politica far nascere Fujakkà, la naturale continuazione di ciò che penso riguardo ai rapporti sociali, gli stessi ideali applicati al lavoro. L’odiosa constatazione che in arte, cosi come nella società, la condizione sociale determina la possibilità o meno di accedere agli studi e di lavorare nel campo che ti interessa. A parte rari casi, le scuole di cinema sono troppo costose. Il cinema è cosi destinato a quei pochi che possono permetterselo. Poiché l’esclusione sociale e le differenze di classe sono qualcosa, credo, contro cui combattere nella vita, ho cercato di farlo anche nel lavoro. Tutto qua. Molti colleghi si preoccupano solo di entrare nella cerchia giusta. La fascinazione per il mainstream, anche quando questo genera solo frustrazione, stress e ansia da prestazione, è più forte di tutto il resto. Per questo mi sta bene stare nella parte sfigata e marginale della barricata. Da qui puoi prenderti il tempo per ragionare su come fare le cose in maniera diversa, rispettando ad esempio chi lavora con te, costruendo qualcosa di importante: mantenere sempre un’etica del lavoro e, come si diceva per il Neorealismo, un’etica dell’estetica. Sostenere e creare reti solidali tra filmmakers mi pare una strada da percorrere; la competizione, spesso strisciante e comunque sempre idiota tra artisti è una cosa che non mi appassiona. Il resto è un mare di difficoltà, scarsità di fondi, problemi produttivi coi quali ci confrontiamo ogni giorno e che spesso ti portano quasi ad abbandonare.

Una Psichedelia Nera è il titolo del film/documentario che hai iniziato a girare. Leggendo brevemente le note rilasciate a margine del progetto, viene fuori non solo la voglia di raccontare un insieme di storie non scontate, spesso lontane dalla narrazione quotidiana, ma un forte legame antropologico, un interesse reale verso l’uomo. Com’è rapportarsi con questa poetica e, semmai questo tipo di cinema venisse definito “militante”, faresti tua questa etichetta?

Una Psichedelia nera è una mia personale riflessione su due cose: l’identificazione al cinema e il valore di alcune vicende. Nel primo caso vorrei capire come superare certe strutture di senso, come abbattere certe convenzioni, convinzioni, stereotipi narrativi. Nel secondo caso invece la questione è capire come vanno le cose oggi in Italia, comprenderlo io stesso. Incontrare, vedere di persona, attraversare il Paese in cui vivo. Ne consegue una sceneggiatura/canovaccio, un approccio libero e un metodo di lavoro precario che si fondi sull’imprevisto. La mia compagna mi ha appena inviato un meme: nella vignetta c’è un pinguino, un panda e una zebra, sono su un manto di neve e nevica ancora. Dunque tutti i colori della scena sono in bianco e nero. La dicitura recita: “quaderni da colorare per bimbi pigri”. Poiché i colori sono già tutti presenti (basta il bianco e nero già presente a descrivere le tonalità del paesaggio e dei tre animali), la scena non richiede ulteriore sforzo. Ecco io vedo molto cinema italiano cosi: un disegno senza sforzo, un appunto senza profondità. Infine, è molto bella l’espressione che hai utilizzato: “un interesse reale verso l’uomo”. Non aggiungerei altro.

Stefano Virgilio Cipressi sul set di Una Psichedelia Nera

Da qualche mese è attiva una campagna di crowdfunding che servirà a sostenere tutte o parte delle spese di produzione. Io ci vedo una gran voglia di essere indipendenti dietro questo tipo di finanziamento e, se mi permetti, anche il non venire a compromessi con nessuno (al netto che gestire un crowdfunding è un lavoro in più non sempre facile). Sbaglio?

Il crowdfunding è stato un disastro, a parte amici e parenti c’è stato un disinteresse totale. A pochi giorni dalla chiusura della campagna siamo lontanissimi dal risultato. Questo credo per due motivi: il primo è che il progetto non interessa (colpa mia e del progetto), il secondo è che la gente è stanca di crowdfunding, ormai strumento abusato. Ci si chiede di fare donazioni su ogni cosa, e questo giustamente pesa. Quindi ho fatto un fioretto a San Gennaro: mai più crowdfunding, mai più l’umiliante e frustrante attività di chiedere soldi a quei poveri amici e parenti che ti sostengono ogni volta. L’indipendenza e la mancanza di compromessi può esserci comunque, ma dobbiamo impegnarci in una strada diversa.

Tra i protagonisti del film, spicca Paolo Bonacelli, uno straordinario interprete del cinema d’autore italiano e internazionale (tra le sue collaborazioni ricordiamo quelle con Scola, Pasolini, Rossellini, Antonioni, Jarmusch e Alan Parker). Quando hai pensato di contattarlo e come si è evoluto il rapporto tra voi?

Paolo è una persona molto bella. Disponibile, gentile, attenta. Lo abbiamo contattato attraverso il nostro ufficio stampa, NC Media (altri professionisti eccezionali, davvero) e si è detto subito disponibile, letto il soggetto, a partecipare. Quando abbiamo girato il teaser nei momenti di pausa ci siamo stretti attorno a lui come nipoti intorno al nonno a fare mille domande sui film e i grandi personaggi con cui ha lavorato nel corso della carriera.

Il film sarà supportato da una colonna sonora che ti vede protagonista (Canzoni per una Psichedelia Nera). Come sei arrivato a concepire queste tracce, quale background ti ha ispirato maggiormente e soprattutto, in fase di composizione, immaginavi già quali momenti avrebbero sonorizzato o hai lasciato che la musica facesse il suo corso?

Ho scritto le canzoni nel corso degli ultimi anni. Alcune erano destinate al film, altre esistevano già, ma erano unite da un filo conduttore per il quale è stato poi facile selezionarle per il disco. Il disco è stato un grande sforzo. Potete acquistare la copia fisica e digitale per sostenere il film e il 7 Marzo, in occasione dei 5 anni di Fujakkà la suoneremo live con Samuele Cima e Lavinia Patera.

Un immagine del film Una Psichedelia Nera

Il tuo lavoro in questo progetto tocca tutte le fasi, artistiche o produttive che siano, un po’ sulla strada di tanti grandi maestri, come Nanni Moretti e Clint Eastwood. giusto per fare dei nomi. E’ un mood che senti tuo?

Mi chiedi se sono un autarchico? Forse sono solo un ossessivo con la mania di controllo (per fortuna solo sul lavoro) che ha bisogno di mettere mano in tutte le fasi. Fortunatamente però, in questo caso ho tanti professionisti bravissimi che hanno lavorato al teaser e lavoreranno al progetto. Non ne cito neanche uno perché dovrei citarli tutti, ma sono nei titoli di coda del teaser e se avete progetti da realizzare io ve li consiglio caldamente, perché umanamente e professionalmente ce ne sono pochi cosi.

I primi 9 minuti del film sono già disponibili online. Come è nata l’idea di mostrarli subito al pubblico?

Per far avanzare il crowdfunding. Ma senza risultato per ora. Senza risultato economico intendo. Perché invece le prime scene del film sono state accolte bene e siamo molto felici di questo.

Un’ultima domanda prima di lasciarti andare: facciamo conto che il film sia finito, quale sensazione speri di trovare alla fine del viaggio?

Questa: le cose vanno male, ma c’è tanta di quella rabbia ed energia nell’aria che le cose andranno, di certo, meglio.

Troupe e cast di Una Psichedelia durante uuna pausa dal set

A fine intervista, quello che più fa riflettere, è l’autenticità dell’autore: nonostante le difficoltà, emerge nelle sue parole un grande voglia di inseguire i propri sogni, raccontarsi e raccontare l’umanità, non accontentarsi di quanto ci viene detto e offerto, ma allargare i proprio orizzonti verso l’inconsueto, le cose lontane, seguendo una strada non per forza scelta per noi da qualcun’altro. Wim Wenders una volta disse: “Se nel nostro secolo ci fossero ancora delle cose sacre, se esistesse qualcosa come il sacro tesoro del cinema, per me questo sarebbe l’opera del regista giapponese Yasujirō Ozu.” Non posso trovare parole più vere di queste per esprimere la bellezza e il coraggio di autori come Stefano Virgilio Cipressi. Sosteniamo il giovane cinema che ha bisogno di una possibilità.

Per sostenere il crowdfunding: https://www.produzionidalbasso.com/project/una-psichedelia-nera-film-indipendente/

Leggi anche: Nuovi Sguardi – Uroboro, la potenza dell’arte

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