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Scene da Oscar 2020: Parasite

Parasite è un film che spiazza continuamente. I suoi cambi di registro e colpi di scena sono tutti calibrati con una precisione millimetrica, facendone una pellicola catalogabile come “instant cult”.

Gli ingredienti per poter parlare, un giorno, di capolavoro aumentano ulteriormente se aggiungiamo, tra i tanti record già stabiliti, anche la prestigiosa vittoria come Miglior Cast ai SAG Awards, premio vinto per la prima volta da un cast non americano.
In un profluvio di eventi che scorre come un fiume in piena è difficile scegliere un momento che valga più degli altri. Tuttavia, c’è una scena in particolare che sembra suggellare tutto il significato dietro la storia e al suo emblematico, quanto ambiguo titolo.

Discesa nel baratro

La famiglia Kim ha scoperto i segreti celati nella casa dei Park. Esiste infatti un rifugio sotterraneo segreto in cui si nascondeva da anni il marito della ex governante, fatta cacciare con l’inganno proprio dai Kim.
Ora i protagonisti sono in balia di due coniugi altrettanto agguerriti e, soprattutto, dello strumento per cui loro stessi, all’inizio del film, si sono dati tanta pena: uno smartphone dotato di wi-fi, con cui la signora Moon-gwang e il marito li tengono sotto tiro, minacciando di inviare video incriminanti ai Park.

La donna critica l’atteggiamento scellerato dei Kim, accusandoli di aver infangato l’opera d’arte di un grande architetto pensando solo a ubriacarsi.
D’altronde, persone povere che devono solo pensare a come sopravvivere ogni giorno cosa possono capire di arte?
Moon-gwang e il suo amato, a differenza loro, si sono adattati ai ricchi, riescono a comprendere la profondità del lavoro d’ingegno, della creazione della bellezza e, soprattutto, del godimento che da essa deriva. Ripensano a quando erano da soli in quella casa, a ballare canzoni romantiche su tramonti che il regista Bong Joon-ho immortala in dei suggestivi campi medi.
Ma l’estro del cineasta va ben oltre e, nel tessuto extra-diegetico di Parasite, inserisce un tocco da maestro.

Parasite

Ritornerò in ginocchio da te

Cosa potrebbe mai c’entrare Gianni Morandi con la Corea del Sud e con un titolo come Parasite? La risposta più ovvia sarebbe “niente”.
Invece, in quel canto tanto romantico si cela la tragedia della verità più inconfessabile: i poveri, per quanto diversi, rimangono sempre poveri e sono destinati a mangiarsi tra loro.
I sei topi nel grande salone iniziano a ballare in ginocchio, a torcersi le mani e colpirsi coi vasi nella lotta per il dominio.

Morandi proclama Io ti amo più della mia vita”, una dichiarazione rivolta a una persona amata o, nel caso dei protagonisti della scena, al benessere sognato.
L’utopia della rivalsa sociale che, verso la fine, sfocerà in vera e propria rivolta, quando avrà consumato chi dovrebbe essere unito, ma che ha invece deciso di perseguire un fine infimo ed egoista.
Fino a quando i gatti tornano a casa…

Parasite

Chi sono, dunque, i parassiti?

Lo squillo del telefono di casa interrompe il bellicoso idillio e segna una momentanea vittoria per i Kim, che riescono ad avere la meglio.
Quest’attimo di distensione ci consente una fugace riflessione su chi siano, dunque, i Parasite del titolo.
Sono forse i ricchi che costringono i poveri a mettersi in ginocchio e lottare in una totale indifferenza? Oppure quelli che si sono insediati anni prima nella casa e si sono tenuti nascosti, pur vivendo di fatto al soldo dei loro ignari portatori?

Magari sono gli ultimi che si sono fatti strada a suon di inganni, colpendo le difese immunitarie basse di quell’organismo così delicato e complesso fatto di scale fisiche, sociali ed emotive?
Forse, tutti loro sono parassiti. Poiché nel vasto sistema del mondo narrato da Bong Joon-ho ognuno persegue il suo fine a danno degli altri. Esiste un modo per sfuggire a un simile sistema che invoglia lo sfruttamento dei più sofferenti o degli ignari? Quello sguardo in macchina finale non ci dà modo di comprenderlo.

Leggi anche: C’era una volta l’anno 2019

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